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La nonviolenza e' in cammino. 408



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Numero 408 del 7 novembre 2002

Sommario di questo numero:
1. Una proposta di legge d'iniziativa popolare: Norme di attuazione del
ripudio della guerra sancito dall'articolo 11 della Costituzione
2. Presentazione di "Quaderni Satyagraha"
3. Agnes Heller, sui bisogni alienati
4. Ettore Masina ricorda Oscar Romero
5. Patrizia Violi, forse pero'
6. Margot Waddell, qualsiasi stereotipo
7. Meo Elia presenta "L'angelo della pace" di Massimo Toschi
8. Tommaso Di Francesco presenta "I padroni del mondo" di John Pilger
9. Riletture: AA. VV., Ruah
10. Riletture: Mary Hunt, Rosino Gibellini (a cura di), La sfida del
femminismo alla teologia
11. Riletture: Ida Magli, Sulla dignita' della donna
12. Riletture: Rosemary Ruether, Per una teologia della liberazione della
donna, del corpo, della natura
13. "Marea": alcuni siti del movimento delle donne
14. "Femmis": comprate e vendute
15. La "Carta" del Movimento Nonviolento
16. Per saperne di piu'

1. AGENDA. UNA PROPOSTA DI LEGGE D'INIZIATIVA POPOLARE: NORME DI ATTUAZIONE
DEL RIPUDIO DELLA GUERRA SANCITO DALL'ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE
[Siamo assai grati a Danilo Zolo (per contatti: zolo@tsd.unifi.it) per
averci messo a disposizione il testo di questo progetto di legge di
iniziativa popolare elaborato da lui assieme a Luigi Ferrajoli e Domenico
Gallo, e che Emergency, l'organizzazione di Gino Strada, fara' proprio per
una campagna nazionale per la raccolta di firme. Luigi Ferrajoli, illuste
giurista, e' nato a Firenze nel 1940, magistrato tra il 1967 e il 1975, dal
1970 e' docente universitario; tra i suoi lavori piu' recenti segnaliamo
particolarmente la monumentale monografia Diritto e ragione, Laterza,
Roma-Bari 1989, giunta alla terza edizione; il saggio La sovranita' nel
mondo moderno, Laterza, Roma-Bari 1997; e La cultura giuridica nell'Italia
del Novecento, Laterza, Roma-Bari 1999. Domenico Gallo, illustre giurista,
e' nato ad Avellino nel 1952, magistrato ed acuto saggista; tra i suoi
scritti segnaliamo particolarmente: Dal dovere di obbedienza al diritto di
resistenza, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia 1985. Danilo Zolo,
illustre giurista, e' nato a Fiume (Rijeka) nel 1936, docente di filosofia e
sociologia del diritto all'Universita' di Firenze; tra le sue opere
segnaliamo almeno: Stato socialista e liberta' borghesi, Laterza, Bari 1976;
Il principato democratico, Feltrinelli, Milano 1992; (a cura di), La
cittadinanza, Laterza, Roma-Bari 1994; Cosmopolis, Feltrinelli, Milano 1995;
Chi dice umanita', Einaudi, Torino 2000]
1. Un ricorso crescente alla guerra
A partire dalla fine degli anni ottanta del secolo scorso, dopo la
conclusione della '"guerra fredda", abbiamo assistito a un ricorso crescente
alla forza militare, quasi esclusivamente da parte delle potenze
occidentali: l'occupazione di Panama per il controllo del canale, la guerra
del Golfo, l'invasione di Haiti, gli interventi militari in Somalia e in
Ruanda, le due guerre balcaniche della Bosnia e del Kosovo, l'Afganistan.
Ora si sta progettando, per volonta' degli Stati Uniti, un attacco militare
contro l'Iraq: un attacco che potra' avere conseguenze incalcolabili in
termini di perdite di vite umane, di distruzioni di strutture civili, di
devastazioni ambientali.
Nel corso di questi conflitti, anche a causa dell'uso di armi di distruzione
di massa sempre piu' potenti e sofisticate, centinaia di migliaia di persone
innocenti hanno perso la vita, sono state mutilate o ferite, hanno visto
distrutti i loro affetti e i loro beni. Altre centinaia di migliaia di
civili sono morti per fame o per malattie a causa degli embarghi, primo fra
tutti quello contro l'Iraq. A questo flagello vanno aggiunte la persecuzione
del popolo palestinese, le continue violenze contro i ceceni, i curdi, i
tibetani e molto altri popoli emarginati ed oppressi, e, infine, le
atrocita' del terrorismo internazionale. All'escalation di odio, di dolore,
di distruzione e di morte ha corrisposto l'inerzia o l'impotenza delle
istituzioni internazionali che dovrebbero operare per la pace, anzitutto
delle Nazioni Unite.
Le Nazioni Unite sono ormai sottoposte a un permanente ricatto da parte
delle massime potenze mondiali, che se ne servono come di uno strumento di
legittimazione delle proprie strategie egemoniche. Ma la Carta delle Nazioni
Unite non puo' essere usata, se non sulla base di una conclamata violazione
dello spirito e della lettera delle sue norme, per giustificare la guerra, e
tanto meno una "guerra preventiva" come quella che Stati Uniti e Gran
Bretagna si apprestano a scatenare contro l'Iraq. Questa Carta fu un patto
solenne con il quale fu messo al bando, come e' scritto nel suo preambolo,
il ripetersi del "fla­gello della guerra", che per due volte nel corso di
una stessa generazio­ne aveva causato indicibili sofferenze all'umanita'. In
essa fu definito, contro le minacce alla pace, un complesso di misure, tra
le quali l'uso controllato della forza nelle forme e alle con­dizioni
stabilite dal capitolo VII. Fu in­somma progettato, al fine di "conseguire
con mezzi pa­cifici la soluzione delle controversie internazionali", il
mono­polio della forza in capo al Consiglio di Sicurezza, attraverso
l'istituzione - che pero' non e' stata mai attuata - di organismi militari
permanenti alle sue dipendenze, chiamati a svolgere di fatto funzioni di
polizia internazionale. Oggi quel patto e' stato dimenticato.
In tutti i casi sopra citati le potenze occidentali hanno infatti usato la
forza militare ignorando il diritto internazionale e violando i diritti piu'
elementari delle persone. Il bombardamento della televisione di Belgrado, la
strage di Mazar-i-Sharif, il lager di Guantanamo sono esempi di un uso
criminale della forza internazionale che molto probabilmente nessuna Corte
penale internazionale avra' mai il potere di sanzionare. E dopo l'attentato
terroristico subito l'11 settembre, gli Stati Uniti hanno elaborato una
teoria militare e inaugurato una pratica bellica che presentano aspetti
eversivi non solo della Carta delle Nazioni Unite, ma anche del diritto
internazionale generale: basta pensare al carattere preventivo, unilaterale,
spazialmente indefinito e temporalmente indeterminato della "nuova guerra"
dichiarata dal presidente Bush contro l'"asse del male".
Il nostro paese, per volonta' sia di governi di centro-sinistra sia di
governi di centrodestra, e' stato corresponsabile di una larga parte di
questi gravissimi illeciti internazionali, partecipando sistematicamente,
con le proprie strutture militari, le proprie armi e le proprie basi, alle
aggressioni decise dalle potenze occidentali contro Stati sovrani e contro i
loro popoli, per lo pio' deboli e poveri. Nel farlo i nostri governi e i
nostri rappresentanti parlamentari - spesso votando in complicita'
bipartisan - hanno apertamente violato la Costituzione repubblicana.
*
2. Contro la normalizzazione costituzionale della guerra
La nostra Costituzione, all'art. 11, stabilisce che "l'Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla liberta' degli altri popoli e come
mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".  Questa norma non
solo e' stata ripetutamente violata nel corso dell'ultimo decennio, ma si e'
affermata una tendenza a considerarla normativamente inesistente, come se
fosse ormai del tutto desueta. E' in corso, in altre parole, un'operazione
politica e giuridica di normalizzazione costituzionale della guerra che
intende privare l'art. 11 della Costituzione di ogni valore vincolante. Esso
conserva al piu' - si sostiene - un significato programmatico: e' un nobile
auspicio per tempi migliori. E' ormai un coro unanime in questo senso: il
presidente del Consiglio Berlusconi ha apertamente sostenuto questa tesi,
ispirandosi ad un documento del Pentagono, nel suo discorso alla Camera del
25 settembre scorso. Massimo D'Alema, sin dalla partecipazione dell'Italia
alla guerra per il Kosovo, ha dichiarato che la sinistra deve liberarsi di
ogni arcaico "tabu' pacifista". Piu' recentemente, una delle massime
autorita' dello Stato - il presidente della Camera, Pierferdinando Casini -
ha sostenuto che il ripudio costituzionale della guerra non ha piu' il suo
significato originario, che i tempi sono cambiati, che i principi
costituzionali vanno interpretati in modo flessibile. Per sconfiggere il
terrorismo internazionale anche l'Italia deve impegnarsi ad usare lo
strumento della guerra.
Si tratta di una tendenza molto grave, come ha denunciato con forza Pietro
Ingrao, e tanto piu' pericolosa perche' e' largamente sostenuta dai grandi
mezzi di comunicazione di massa, controllati dal duplice monopolio
multimediale, pubblico e privato, di cui e' titolare il presidente del
Consiglio italiano. Contro gli apologeti della guerra, la pace deve essere
considerata un bene fondamentale del popolo italiano: un bene che ne' il
Parlamento, ne' il governo dovrebbero mai mettere in discussione. Parlamento
e governo dovrebbero al contrario impegnarsi a realizzarlo collaborando alla
costruzione della condizioni politiche ed economiche generali che rendano
meno spietati e violenti - meno "terroristici" - i rapporti fra le nazioni.
Il ripudio della guerra appartiene in dote al popolo italiano. E al popolo
italiano spetta oggi la responsabilita' di ripristinarlo, delegittimando le
scelte in senso contrario del governo, del Parlamento ed anche della Corte
di cassazione. Per questo, oggi piu' che mai, e' importante - come e' stato
fatto per l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori - che una larga
mobilitazione politica impugni la bandiera dell'art. 11, una bandiera che i
bipartisan di casa nostra hanno irresponsabilmente ammainato.
Uno strumento che puo' promuovere una vasta iniziativa popolare contro la
guerra e' quello apprestato dall'art. 71 della Costituzione: una proposta di
legge di iniziativa popolare, redatta in articoli, e firmata da almeno
cinquantamila elettori.
*
3. Una iniziativa di legge popolare contro la guerra
Il progetto di legge di iniziativa popolare che viene qui presentato - Norme
di attuazione del ripudio della guerra sancito dall'art. 11 della
Costituzione - chiede al Parlamento l'approvazione di una serie di garanzie
che rendano operante l'art. 11 della Costituzione, ne consentano una
effettiva applicazione e prevedano rigorose sanzioni delle sue violazioni.
Il progetto si compone di cinque articoli.
L'art. 1 (Ripudio della guerra) si richiama direttamente alla prescrizione
dell'art. 11 della Costituzione che bandisce l'uso della guerra in ogni sua
forma (comma 1) e propone una definizione di "guerra" (comma 2) coerente con
il dettato costituzionale e con la Carta delle Nazioni Unite. Al comma 3,
richiamando congiuntamente l'art. 52 della Costituzione e l'art. 51 della
Carta delle Nazioni Unite, viene affermato un principio di grande valore.
L'uso della forza militare, consentito dall'art. 52 per la difesa della
patria da aggressioni esterne, e' la sola eccezione ammessa sia all'art. 11
della nostra Costituzione, sia alla generale normativa della Carta delle
Nazioni Unite, che riserva al Consiglio di Sicurezza il potere di usare la
forza internazionale. L'eccezione prevista dall'art. 51 della Carta delle
Nazioni Unite riguarda il diritto di difesa di uno Stato attaccato
militarmente da un altro Stato. In questo caso lo Stato aggredito puo' usare
la forza per difendersi dall'attacco in atto, in attesa che intervenga
direttamente il Consiglio di Sicurezza e prenda, a sua discrezione, le
misure necessarie per il ristabilimento della pace.
E' chiaro, fra l'altro, che un atto terroristico, per grave che sia, non
rientra tra i presupposti della guerra di legittima difesa, previsti dalla
Costituzione italiana e dalla Carta delle Nazioni Unite. E' infatti un atto
criminale, che richiede l'identificazione, la cattura e la punizione dei
colpevoli, e non certo la risposta illegittima della guerra, idonea a
provocare migliaia di vittime innocenti e non, come l'esperienza dimostra, a
sconfiggere le organizzazioni terroristiche.
L'art. 2 (Prevenzione dei conflitti), al comma 1, conferma l'impegno
dell'Italia alla cooperazione internazionale per il mantenimento della pace,
incluse le missioni di peacekeeping, e cioe' di interposizione armata con il
consenso delle parti interessate. Ma afferma anche, al comma 2, un principio
di grande importanza. Afferma che qualsiasi "missione" che comporti l'uso
della forza e non risponda alle rigorose previsioni degli artt. 43, 45 e 47
della Carta delle Nazioni Unite deve essere considerata illegale. Questi
articoli prevedono che l'uso della forza, eventualmente deliberato dal
Consiglio di Sicurezza, deve essere affidato a contingenti militari posti
sotto la sua diretta responsabilita' e sorveglianza, con l'assistenza di un
Comitato di Stato Maggiore permanente. Queste previsioni, come e' noto, non
sono mai divenute effettive ed e' invalsa la prassi di "appaltare" l'uso
della forza alle grandi potenze interessate ad esercitarla. La conseguenza
e' stata che il Consiglio di Sicurezza si e' spesso limitato a legittimare
ex ante o, piu' spesso, ex post guerre di aggressione che le potenze
interessate avrebbero comunque condotto - o avevano gia' condotto - in
ossequio alle proprie convenienze strategiche.
L'art. 3 (Inammissibilita' di ulteriori interventi armati), al comma 1,
vieta qualsiasi intervento militare all'estero da parte delle forze armate
italiane in violazione delle norme contenute nei due articoli precedenti, e
ai commi 2 e 3 prevede specifiche sanzioni per tali violazioni.
L'art. 4 (Armi vietate dalla convenzioni internazionali), ai commi 1 e 2, in
applicazione di vari trattati internazionali ratificati dal nostro paese,
vieta non solo l'uso ma anche la produzione, il transito nel nostro paese e
l'esportazione di armi biologiche, chimiche e nucleari ed estende questo
divieto alle "bombe a grappolo", ai proiettili all'uranio impoverito e alle
mine anti-uomo. Bombe a grappolo e proiettili all'uranio impoverito sono
stati largamente usati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna sia nella
guerra del Golfo del 1991, sia nelle due guerre balcaniche, dal 1993 al
1999, sia infine in Afghanistan, con effetti che secondo molti osservatori
sono stati gravissimi - e lo sono ancora - per le vite umane e per
l'ambiente naturale. Le mine antiuomo sono state recentemente bandite da un
trattato multilaterale, al quale solo gli Stati Uniti, fra i paesi
occidentali, si sono rifiutati di aderire. Le industrie belliche italiane ne
hanno prodotto per decenni grandissime quantita' e le mine italiane, fra le
piu' pericolose, sono ancora sparse, in centinaia di migliaia, nel
territorio dell'Afghanistan.
L'art. 5 (Cooperazione con la Corte Penale Internazionale), al comma 1,
conferma la collaborazione del nostro paese con la Corte Penale
Internazionale recentemente entrata in funzione (luglio 2002), nonostante
l'opposizione degli Stati Uniti. La Corte ha il compito di perseguire gravi
illeciti internazionali come i crimini contro l'umanita', i crimini di
guerra, il genocidio, i crimini contro la pace. Nello stesso tempo, vietando
al comma 2 che l'Italia possa stipulare accordi per sottrarre cittadini di
paesi terzi alla giurisdizione della Corte, questo articolo intende reagire
sia al sabotaggio della Corte che gli Stati Uniti hanno orchestrato
sfruttando l'art. 98 del suo Statuto, sia alla complicita' del governo
italiano con il sabotaggio statunitense.
*
Art. 1
(Ripudio della guerra)
1. La realizzazione di un ordinamento internazionale che assicuri la pace e
la giustizia fra le nazioni, di cui all'art. 11 della Costituzione, non puo'
essere perseguita facendo ricorso allo strumento della guerra.
2. Per "guerra" si intende qualunque intervento armato di uno o piu' Stati
che, a causa del ricorso massiccio alla violenza, sia idoneo a provocare la
morte, la mutilazione o il ferimento di persone innocenti o a produrre
distruzioni indiscriminate o a causare gravi alterazioni dell'ambiente
naturale.
3. La difesa della patria, di cui all'art. 52 della Costituzione, si
esercita nell'ambito delle disposizioni dell'art. 51 della Carta delle
Nazioni Unite.
*
Art. 2
(Prevenzione dei conflitti)
1. L'Italia coopera alla soluzione pacifica delle controversie
internazionali, a norma del Capo VI della Carta delle Nazioni Unite.
2. Fino a quando non avranno attuazione gli articoli 43, 45 e 47 della Carta
delle Nazioni Unite, l'Italia potra' fornire soltanto formazioni non armate,
nonche' contingenti militari per il mantenimento della pace ("caschi blu")
con il consenso delle parti interessate. I relativi accordi dovranno essere
autorizzati dalle Camere in conformita' all'art. 80 della Costituzione.
*
Art. 3
(Inammissibilita' di ulteriori interventi armati)
1. Le forze armate italiane non possono compiere interventi militari
all'estero in contrasto con le disposizioni di cui agli articoli precedenti.
2. I fatti commessi nel corso di operazioni militari all'estero, eseguite in
violazione delle disposizioni di cui sopra, sono regolati dal diritto penale
comune.
3. I fatti illeciti e le conseguenze dannose connesse ad operazioni militari
non possono essere sottratti al sindacato giurisdizionale.
*
Art. 4
(Armi vietate dalle Convenzioni internazionali)
1. In attuazione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari,
ratificato con Legge del 24 aprile 1975, n. 131, della Convenzione che vieta
la fabbricazione e l'immagazzinamento di armi batteriologiche e tossiche,
ratificata con Legge dell'8 ottobre 1974, n. 618, della Convenzione che
mette al bando la produzione, lo sviluppo e l'immagazzinamento delle armi
chimiche, ratificata con Legge del 18 novembre 1995, n. 496, sono vietati la
produzione, l'introduzione e il transito nel territorio nazionale delle armi
biologiche, chimiche e nucleari, nonche' la loro fornitura ai Paesi esteri.
2. Tale divieto si estende alle mine anti-uomo, alle bombe a grappolo
(cluster bombs), ai proiettili e alle munizioni all'uranio impoverito ("DU")
e a ogni altro sistema d'arma il cui uso sia vietato dalle Convenzioni
internazionali.
3. Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, le violazioni del
presente articolo sono punite ai sensi dell'art. 435 del Codice penale.
*
Art. 5
(Cooperazione con la Corte Penale Internazionale)
1. L'Italia fornisce piena collaborazione all'attivita' della Corte Penale
Internazionale, istituita con il Trattato di Roma del luglio 1998,
ratificato con legge 12 luglio 1999, n. 232, ai sensi degli articoli 88 e
seguenti dello Statuto istitutivo della medesima Corte.
2. E' fatto divieto di stipulare accordi internazionali volti a sottrarre i
cittadini di paesi terzi alla giurisdizione della Corte Penale
Internazionale.

2. RIVISTE. PRESENTAZIONE DI "QUADERNI SATYAGRAHA"
[Dal sito del Centro Gandhi di Pisa (pdpace.interfree.it) riportiamo la
presentazione dell'ottima rivista "Quaderni Satyagraha" di cui e' in uscita
il numero 2. Per contatti: e-mail: pdpace@interfree.it]
"Quaderni Satyagraha. Il metodo nonviolento per trascendere i conflitti e
costruire la pace".
Il movimento per la pace ha di fronte a se' il compito di dotarsi, secondo
l'invito di Gene Sharp, di una strategia che porti ad alternative funzionali
agli eserciti e agli armamenti nel compito della difesa, della gestione
delle crisi internazionali e del mantenimento della pace.
In questa ottica sentiamo impellente l'urgenza di uno strumento di
approfondimento e di formazione al metodo nonviolento.
"Satyagraha", il nome scelto per la rivista, esprime immediatamente il
richiamo al paradigma sperimentale, creativo e costruttivo della nonviolenza
gandhiana: Sat e' l'essere, la verita' intesa non come dogma da imporre, ma
come ricerca, tensione verso la verita'; Agraha e' il potere della
nonviolenza che agisce nei conflitti per trasformarli e trascenderli verso
realta' di pace.
La nonviolenza si presenta come metodo sperimentale di una scienza dei
conflitti.
Nel sottotitolo, il riferimento al metodo indica, secondo l'etimologia del
vocabolo greco methodos, la "via" (hodos) che conduce oltre (meta') il
conflitto, che "lo trascende". Il metodo nonviolento nel porre l'attenzione
sul rapporto mezzi-fini si afferma come una nuova razionalita' nella
gestione dei conflitti piu' efficace delle strategie militari. A partire
dalla consapevolezza che il conflitto di per se' non e' distruttivo, il
metodo di approccio al conflitto e' decisivo per trasformare in modo
nonviolento le realta' strutturali che generano l'ingiustizia e la guerra.
Alla pubblicazione di una rivista di approfondimento scientifico della
nonviolenza arriviamo con un ritardo quasi cinquantennale rispetto
all'Europa del Nord e agli Stati Uniti, che hanno avuto come battistrada
studiosi come Johan Galtung, Kenneth Boulding e Gene Sharp. L'Italia ha
avuto innumerevoli maestri della nonviolenza (Capitini, don Milani, Lanza
del Vasto, Danilo Dolci, ecc.), ma la loro azione e' stata emarginata dalle
grandi istituzioni culturali e cio' ha per lungo tempo impedito il passaggio
a un riconoscimento istituzionale dei Peace Studies, trattati con diffidenza
dal mondo accademico, perche' giudicati incapaci di assumere uno statuto di
oggettivita' e avalutativita' che deve sempre contraddistinguere la ricerca
scientifica.
Johan Galtung nella sua magistrale opera di precursore ha ampiamente
confutato questo tipo di obiezioni e ha delineato con chiarezza i caratteri
del paradigma scientifico degli studi sulla pace, facendo ricorso
all'efficace immagine della prassi medica nei termini del triangolo
diagnosi-prognosi-terapia. Alla fase dello studio e della conoscenza, segue
l'acquisizione di capacita' funzionali per intervenire con una cura
appropriata alla malattia, di cui la violenza e' la manifestazione
sintomatica.
La distinzione tra violenza diretta e violenza strutturale, l'indagine sulle
cause profonde della violenza radicata nelle culture dei popoli, i nessi tra
conflitto e sviluppo, tra sicurezza e disarmo, il discorso sulle alternative
tra modelli di sviluppo diversi, il legame inscindibile tra pace e
giustizia, la distinzione tra pace positiva e pace negativa,
l'approfondimento teorico del metodo gandhiano per trascendere i conflitti,
sono le tante acquisizioni di un percorso intellettuale da cui non si puo'
prescindere e che costituira' la base ispiratrice della rivista che
intendiamo realizzare.
"Quaderni Satyagraha" pubblichera' saggi dei maggiori studiosi di tutto il
mondo ma si propone anche di stimolare e promuovere l'emergere di giovani
ricercatori italiani nell'ambito dei Peace Studies.
Esce il primo anno come semestrale, sperando di poter presto assumere la
periodicita' quadrimestrale o trimestrale, in rapporto al successo che
incontrera' tra i lettori ed i ricercatori.
Il primo numero (stampato grazie ad un finanziamento della Regione Toscana e
dell'Associazione Amici di Tolstoj) e' stato inviato come saggio. Abbiamo
chiesto di valutare liberamente la validita' e l'interesse di questa
pubblicazione e di contribuire all'uscita dei numeri successivi acquistando
la copia ricevuta (versamento consigliato di almeno 15 euro) o
sottoscrivendo un abbonamento a due numeri effettuando al piu' presto un
versamento minimo di 30 euro sul ccp n. 19254531 intestato a "Centro
Gandhi - Associazione per la Nonviolenza onlus, Larggo Duca d'Aosta 11,
56123 Pisa", specificando come causale "Acquisto di un numero di Quaderni
Satyagraha" o "Abbonamento per due numeri a Quaderni Satyagraha".

3. MAESTRE. AGNES HELLER: SUI BISOGNI ALIENATI
[Da Agnes Heller, La teoria dei bisogni in Marx, Feltrinelli, Milano 1974,
1978, p. 155. Agnes Heller, filosofa ungherese, e' nata a Budapest nel 1929,
allieva e collaboratrice di Lukacs, allontanata dall'Ungheria, ha poi
insegnato in Australia ed attualmente in America. In Italia e'
particolarmente nota per la "teoria dei bisogni" su cui si ebbe nel nostro
paese un notevole dibattito anche con riferimento ai movimenti degli anni
'70. Su posizioni democratiche radicali, e' una interlocutrice preziosa
anche laddove non se ne condividano alcuni impianti ed esiti teorici. Nella
sua vastissima ed articolata produzione segnaliamo almeno La teoria dei
bisogni in Marx, Feltrinelli; Teoria dei sentimenti, Editori Riuniti; Teoria
della storia, Editori Riuniti; Etica generale, Il Mulino; cfr. anche
Apocalisse atomica (con F. Feher), Sugarco; ed il volume-intervista Morale e
rivoluzione, Savelli]
I bisogni alienati hanno un carattere quantitativo. Il processo della loro
accumulazione e' praticamente infinito. Se prendiamo in considerazione i
bisogni puramente quantitativi, difficilmente troveremo il punto in cui essi
raggiungono il livello di "saturazione".

4. MEMORIA. ETTORE MASINA RICORDA OSCAR ROMERO
[Questo articolo di Ettore Masina (per contatti: ettore.mas@libero.it) e'
stato scritto su richiesta del quotidiano "L'Unita'" nel marzo di
quest'anno; ringraziamo Ettore per avercelo a suo tempo trasmesso. Ettore
Masina e' giornalista e scrittore, gia' parlamentare, impegnato per la pace
e i diritti umani, animatore dell'esperienza di solidarieta' della Rete
Radie' Resch; tra le sue opere segnaliamo in particolare Il vangelo secondo
gli anonimi, Cittadella; Un passo nella storia, Cittadella; El nido de oro,
Marietti; Un inverno al sud, Marietti; Oscar Romero, Edzioni cultura della
pace (poi riedito come L'arcivescovo deve morire, Edizioni Gruppo Abele); ed
il recente Il vincere. Oscar Arnulfo Romero, nato nel 1917, arcivescovo di
San Salvador, voce del popolo salvadoregno vittima dell'oligarchia, della
dittatura, degli squadroni della morte, muore assassinato mentre celebra la
messa il 24 marzo 1980. Tra le opere su Oscar Romero: James R. Brockman,
Oscar Romero: fedele alla parola, Cittadella, Assisi 1984; il gia' citato
libro di Ettore Masina, Oscar Romero, Edizioni Cultura della Pace, S.
Domenico di Fiesole 1993 (poi riedito, rivisto e ampliato, col titolo L'
arcivescovo deve morire, Edizioni Gruppo Abele, Torino 1995); Jose' Maria
Lopez Vigil, Oscar Romero. Un mosaico di luci, Emi, Bologna 1997]
In molti luoghi della Terra - e in molti luoghi italiani - in questi giorni
si commemora l'anniversario della morte di monsignor Oscar Arnulfo Romero,
arcivescovo di San Salvador, assassinato con un colpo di fucile mentre
celebrava una messa. Sono passati ventidue anni da quel giorno, eppure
milioni e milioni di cattolici (ma non solo di cattolici e non solo di
cristiani) continuano a farne memoria.
Fare memoria non significa ricordare. Fare memoria significa rendere attuale
un fatto, un protagonista, le ragioni di quel fatto, la fisionomia di quel
protagonista, come se fossero accanto a noi, per noi significanti. E allora:
attuale El Salvador, abbandonato dai riflettori della cronaca, dopo una
guerra civile che lo ha allagato di sangue? Attuale un uomo morto da tanto
tempo, senza lasciare trattati teologici, faraoniche costruzioni, opere
d'arte, congregazioni religiose, istituti secolari? Attuale un santo che il
Vaticano non ha (ancora?) riconosciuto come tale? Attuale il suo "caso"
quando cento altri si sono accumulati in questi anni?
La gente risponde che si'. Romero non e' mai stato un mito e sono i miti ad
avere bisogno, per sopravvivere, di mass-media, di omaggi formali, di
ceralacche apposte a pergamene fra volute d'incenso; e sono i miti ad essere
logorati dalle celebrazioni, ridotti spesso a statuine per i cruscotti delle
automobili o a grandi statue per le piazze, a devozioni che sfiorano la
magia, a titolari di santuari che richiamano allegri picnic piu' che
meditazioni evangeliche.
Romero e' stato un mito soltanto per i suoi avversari, quelli che lo hanno
descritto come un "vescovo rosso", perche' stava dalla parte dei poveri e si
opponeva, fino a morirne, all'ordine pubblico degli squadroni della morte.
Mentre lui camminava per i villaggi della sua terra, fra donne violate e
campesinos uccisi dopo elaborate torture, l'ambasciatore del Salvador presso
la Santa Sede, nella sua suite al Grand Hotel, offriva a importanti
monsignori cene prelibate e ghiotte notizie: quel Romero permette che i suoi
preti alternino la mitraglietta all'aspersorio, dicano la messa fumando e
usino il caffe' invece che il vino per le eucarestie. I monsignori
prendevano nota. Cinque dei sei vescovi del Salvador odiavano Romero: uno di
loro amava vestirsi da colonnello dell'esercito, un altro i campesinos lo
chiamavano "tamagas" che e' il nome di una vipera velenosa e versipelle. Su
questo Romero che non voleva capire che Mosca e Belzebu' erano alle porte
scrivevano a Roma lettere collettive, in cui la frase pių tenera suonava
cosi': un povero pazzo. Quanto ai nunzi apostolici, vescovi ridotti a fare i
diplomatici, tutti a dire: quest'uomo crea turbamenti fra Stato (fascista) e
Santa Sede. Si ingiganti' cosi' il mito del vescovo che "piaceva ai
guerriglieri", del vescovo-Che Guevara, o la caricatura del povero, ingenuo
monsignore strumentalizzato dai comunisti.
Se non fossero odiosi certi giochi di parole, si potrebbe dire che Romero
non fu un mito, fu un mite. Soltanto contro chi osava ordinare il genocidio
dei poveri la sua voce ebbe accenti infuocati. Per il resto la verita' e'
che egli, a una immensa turba di poveri, che per secoli si erano troppo
spesso sentiti predicare soltanto la croce dei doveri, diede l'annunzio che
accanto ai doveri essi avevano dei diritti, e li esorto' a chiederne il
riconoscimento, mettendosi insieme, nella nonviolenza attiva. No, non fu un
vescovo "rosso", la sua intransigenza nei confronti del materialismo
dialettico fu sempre ferrea. Ma fu un vescovo "liberatore". Aveva scritto un
poeta che, a causa delle continue repressioni, ogni salvadoregno nasceva
gia' mezzo morto. Romero si chino' su quelle mezze-vite ascoltandole e
facendone suoi i dolori e poi annunziando loro: siete i figli prediletti del
vangelo.
Fu immensamente amato dai poveri. E forse in tanta avarizia di
riconoscimenti da parte del Vaticano non c'e' soltanto il peso di parole
profetiche annotate come "eccessive", ma anche un grano di invidia da parte
di coloro che vorrebbero essere chiamati padri da ricchi e da poveri e in
realta' sanno bene che il vero amore cristiano viene da coloro che hanno
fame e sete di giustizia.
La gente (molta gente) sente che quel monsignore, il quale nella prima parte
della sua vita conobbe soltanto la pratica della preghiera e dell'elemosina,
ma poi si lascio' convertire dal popolo, e' un santo che si vorrebbe avere
per amico; ed e' per questo che alla fine di ogni mese di marzo gremisce le
chiese nel suo ricordo. E nel ricordo di Romero, il popolo cristiano scopre
che il suo sangue germina sacerdoti e vescovi che affrontano intrepidamente
gli oppressori dei poveri, proferendo il "Non ti e' lecito!" che fu di
Giovanni il Battezzatore: vescovi e preti assassinati, per questo, come i
sei gesuiti salvadoregni massacrati nel 1986. il vescovo guatemalteco
Gerardi, e forse il colombiano Duarte; vescovi in costante pericolo di vita,
oggi, come alcuni brasiliani, haitiani, africani.
Aveva detto, un giorno, Romero: "Se mi uccideranno, risorgero' nel cuore del
mio popolo". Erano passati dodici anni dal suo martirio quando fu firmato
l'accordo di pace fra il governo salvadoregno e le forze guerrigliere. Quel
giorno, nella piazza del palazzo presidenziale, ebbe luogo una grande festa:
finalmente dopo tanti anni i salvadoregni potevano radunarsi senza paura:
muchachos con il fazzoletto rosso del fronte rivoluzionario accanto a quelli
con le divise dell'esercito, in pace. Famiglie disgregate si ricomponevano
dopo anni d'assenza. Poi le orchestrine cominciarono a suonare, centinaia di
coppie si allacciarono nelle danze. Su una facciata della cattedrale c'era
un'immensa fotografia di Romero con la scritta: "Monsignore, sei risorto nel
cuore del tuo popolo". Passando accanto a quel muro, i ballerini buttavano
baci. Qualcuno, tenendo la dama o il cavaliere con la sinistra, si faceva il
segno della croce. Non dimentichero' mai quello spettacolo: e penso che
pochi santi abbiano avuto una cosi' gioiosa, affettuosa canonizzazione.

5. RIFLESSIONE. PATRIZIA VIOLI: FORSE PERO'
[Da Patrizia Violi, Le molte enciclopedie, in AA. VV., Semiotica: storia,
teoria, interpretazione, Bompiani, Milano 1992, p. 110. Patrizia Violi, come
e' noto, e' una delle piu' importanti studiose di semiotica]
Forse pero' se il caos e l'informe potessero trovare posto entro
quell'ordine invece di esserne espulsi con violenza, se potessero essere
accolti nel mondo della coscienza enciclopedica, se di essi si potesse
tentare anche la teoria, oltre al racconto, allora cesserebbero di essere
cosi' minacciosi e devastanti, e si rivelerebbero, pur nel loro volto
inquietante,  come parte costitutiva di noi stessi.

6. RIFLESSIONE. MARGOT WADDELL: QUALSIASI STEREOTIPO
[Da Margot Waddell, Mondi interni, Bruno Mondadori, Milano 2000, p. 184.
Margot Waddell e' psicoanalista e lavora presso l'Adolescent Department
della Tavistock Clinic; e' condirettrice della collana di libri Tavistock
Clinic Series]
Qualsiasi stereotipo si oppone chiaramente agli sforzi di una persona di
essere se stessa.

6. LIBRI. MEO ELIA PRESENTA "L'ANGELO DELLA PACE" DI MASSIMO TOSCHI
[Riceviamo e volentieri diffondiamo questa presentazione scritta da Meo
Elia, direttore della bella rivista "Missione oggi", di un "quaderno" di
Massimo Toschi "per indicare la via stretta della pace". Scrivono gli amici
saveriani nella presentazione: "Abbiamo raccolto in un Quaderno sedici
articoli di Massimo Toschi sui temi della pace e della guerra, pubblicati su
"Missione oggi" negli ultimi dieci anni: L'Angelo della pace, il Vangelo nel
tempo della guerra, pp. 130, euro 10. Si puo' richiedere a "Missione Oggi",
tel. 0303772780, e-mail: missioneoggi@saveriani.bs.it]
Di fronte alle crescenti ondate della cultura di guerra, diventa sempre piu'
urgente predisporre argini resistenti ed elaborare una nuova cultura di
pace. Da anni il prof. Massimo Toschi, storico di formazione - attualmente
consigliere del presidente della Regione Toscana per la pace, la
cooperazione e i diritti umani - e' impegnato in questa direzione e offre i
suoi apporti attraverso le pagine di "Missione oggi".
Negli articoli pubblicati sulla rivista negli ultimi dieci anni, ora
riproposti in un Quaderno, si coglie la puntuale denuncia delle ambiguita' e
delle ipocrisie delle diverse forme che la "dottrina della guerra giusta",
sostenuta da tanti uomini di chiesa, ha assunto nelle guerre che si sono
succedute. Una denuncia fatta in nome della fedelta' al Vangelo, che non
puo' essere messo da parte proprio nei momenti piu' critici, ma anche in
forza delle motivazioni "razionali". Come osserva Giuseppe Dossetti in
un'intervista richiamata nel Quaderno, c'e' oggi una convergenza tra i due
livelli di motivazioni, per dire un no assoluto ad ogni guerra del nostro
tempo.
Il Quaderno e' strutturato in quattro sezioni:
- Il ritorno della teologia della guerra giusta. Esame critico di tre testi
ecclesiali degli inizi degli anni '90: sull'ingerenza umanitaria, sui temi
della guerra e della pena di morte, sul commercio internazionale delle armi.
- Parole per una nuova cultura di pace. Il primo intervento parte dalla
Lettera ai giudici di don Milani e matura una convinzione: occorre fare
della pace un valore assoluto non negoziabile. Seguono due ampie ricerche
critiche: "Le chiese e la guerra, da Hiroshima ad oggi" e "La crisi del
pacifismo" (dossier che riflette sul modo con cui il popolo della pace,
particolarmente quello di ispirazione religiosa, ha operato di fronte alla
guerra dell'ex Iugoslavia).
- Dal Kosovo all'Afghanistan e all'Iraq: il tempo della prova. Sette
interventi che mostrano come in questi anni, con la "teologia della guerra",
abbiamo completamente dimenticato l'Evangelo della pace, per giustificare
gli stati nelle loro politiche di guerra.
- Il sentiero di Isaia. Un'articolata lettura storica presenta la profezia
di pace costituita dalla persona e opera di papa Giovanni. Un secondo
apporto descrive altri profeti di pace della nostra storia recente. Questi
richiami sono di estrema importanza perche' "se vogliamo comprendere meglio
la diaconia della chiesa nel tempo di guerra - suggerisce Toschi - dobbiamo
incontrare cristiani che nel nostro tempo hanno indicato altre strade, piu'
attente al grido muto delle vittime e piu' fedeli al mistero del Signore".
Un Quaderno di autentica profezia, che porta luce in questi tempi di buio.
Oseremmo dire che e' un testo unico nel suo genere. Percio' da raccomandare
a chi vuole davvero porre la propria vita al servizio della pace.

7. LIBRI. TOMMASO DI FRANCESCO PRESENTA "I PADRONI DEL MONDO" DI JOHN PILGER
[Questa segnalazione abbiamo ripreso dal quotidiano "Il manifesto" del 31
ottobre 2002. Tommaso Di Francesco, giornalista e saggista, e' un esperto
vero di questioni internazionali. John Pilger e' un giornalista giustamente
celebre]
Un libro prezioso, unico. Parliamo de I padroni del mondo, di John Pilger,
(Fandango, pp. 208, euro 16). Perche' trasforma la forma del commento in
racconto e testimonianza. E' quel che fa dire a Noam Chomsky "una vera
rivelazione". John Pilger e' da tanti anni uno dei principali inviati dei
piu' importanti giornali internazionali ("Guardian", "Independent", "New
York Times", "The Nation"). Ci piace dire anche "il manifesto". Ha
attraversato diverse guerre e crisi internazionali, che da sole basterebbero
a raccontare il mondo. E l'infamia dell'ultimo secolo del millennio passato
e insieme del nuovo che si e' aperto all'insegna dell'11 settembre - che non
ha "cambiato tutto", ha "solo" accelerato la continuita' degli eventi -
della guerra all'Afghanistan e della teoria unilaterale americana della
"guerra preventiva". Quello di John Pilger e' racconto. Come iniziare meglio
questo viaggio nell'orrore se non citando il romanzo che ha anticipato i
nostri tempi, vale a dire 1984 di George Orwell. Romanzo o realta'? Giacche'
nel romanzo orwelliano "la "guerra e' pace, la liberta' e' schiavitu',
l'ignoranza e' forza".
Due le idee guida del libro: in primo luogo non basta piu' la categoria
degli interessi dell'imperialismo (o dell'impero), o della globalizzazione
(termine con il quale l'imperialismo si ricicla e ringiovanisce); e'
necessario a questo punto indicare piu' precisamente che e' un'elite di
interessi precostituiti, un "manipolo di affaristi e strateghi che difendono
l'attuale ordine internazionale". E', potremmo dire, la nuova "classe dei
padroni del mondo". Per fare un esempio, non basta limitarsi alla predica
che e' il petrolio a muovere le guerre. A proposito di eventuale
ricostruzione degli impianti petroliferi iracheni nel "dopoguerra", bisogna
raccontare quel che e' stato pubblicato dalla Deutsche Bank il 26 ottobre:
"Le prime vincitrici saranno le compagnie di servizi petroliferi, come la
Schlumberger Ltd. e la Halliburton Corporation", si', proprio la Halliburton
di proprieta' del vicepresidente americano Dick Cheney. Il secondo elemento
decisivo per Pilger e' che l'arma piu' potente di questa nuova guerra e' la
"pseudoinformazione": nel romanzo di Orwell le verita' inaccettabili
venivano consegnate all'oblio, qui il dissenso e' autorizzato entro confini
consensuali, consolidando l'illusione che l'informazione e la parola siano
"libere".
La trama dei saggi-reportage del libro - se cercate il "colore" del
giornalismo quello non c'e', ma troverete la dura testimonianza diretta dei
crimini - va dall'Indonesia di Suharto (massacro di un milione di comunisti
e minoranze del 1965 e crisi di Timor est, invasione del 1975 e crisi della
fine anni Novanta), all'Iraq sotto l'arma di distruzione di massa
rappresentata dall'embargo internazionale, dalla guerra "umanitaria" della
Nato per il Kosovo, ai bantustan dei Territori autonomi palestinesi occupati
dall'esercito israeliano. Per concludere con la cancellazione non solo dei
diritti ma dell'esistenza stessa degli aborigeni in Australia, il paese di
John Pilger.
Non c'e' colore, ma ecco per l'embargo in Iraq comparire nella descrizione
del libro "l'armadietto" di Denis Halliday, il piu' alto funzionario
dell'Onu a Baghdad nel 1999 che racconta come la' dentro ci fosse la
scorta-tipo mensile che l'Onu, con i soldi iracheni dell'Oil for food, era
autorizzata a spendere per milioni di iracheni: "un sacco di grano,
margarina, saponette e qualche altro genere di prima necessita'", con la
quale la comunita' internazionale ha organizzato con le sanzioni una strage
di deboli e indifesi, rafforzando invece il regime. Con una sapienza
surreale e comica che pervade il libro: tra le sanzioni scopriamo che non
arrivavano libri in inglese agli studenti iracheni e che la British Library
aveva informanto un traduttore di Baghdad che non poteva inviargli una copia
dell'Ulisse di Joyce. O nell'intervista al portavoce della Casa bianca James
Rubin che, interrogato su chi stia davvero pagando il prezzo dell'embargo in
Iraq, rispondeva: "Stiamo cercando di ridurre al minimo il prezzo da pagare
per il popolo iracheno... lei deve capire che esiste un mondo reale e un
mondo ideale".
Il libro poi resta come pervaso da un vocio di sottofondo, quello dei
testimoni in prima persona. Bali e' tragicamente tornato d'attualita' per la
strage feroce alla discoteca. Pilger, rivolto ai suoi concittadini
australiani che hanno fatto di Bali un circuito di vacanze a buon mercato,
fa parlare testimoni che hanno vissuto sulla propria pelle la strage del
1965 contro il Partito comunista indonesiano (Pki) organizzata dai generali
guidati da Suharto, il grande alleato degli Usa, che poi deposero Sukarno,
in assoluta intelligence - e' il caso di dire - con la Cia, con un'abile
operazione di disinformazione romanzata arrivata fino al film, pure
emozionante, Un anno vissuto pericolosamente: li' a Bali furono "soltanto"
80.000 le vittime di quella mattanza dimenticata in Occidente. E poi il filo
tagliente della memoria: in Kosovo l'Uck - ricorda Pilger - era per il
dipartimento di stato Usa una "organizzazione terroristica" fino alla fine
del 1998, poi una guerra "umanitaria" Nato venne fatta per fermare la
pulizia etnica che, secondo i rapporti Osce, si scateno' davvero dopo i raid
e anzi, quando la Nato entro', ad esser cacciati "furono
duecentocinquantamila serbi e rom", per quei raid si arrivo' alla "Fase
tre": i bersagli civili. I bombardieri avevano esaurito i bersagli militari
e i leader della Nato da quel momento non vollero piu' sapere quali target
venivano colpiti.

8. RILETTURE. AA. VV.: RUAH
AA. VV., Ruah, Stampa Alternativa, Viterbo 1997, cinque volumetti in
cofanetto, lire 10.000. Le autrici (Emma Fattorini, Romana Guarnieri, Luisa
Muraro, Lucetta Scaraffia, Adriana Valerio) rilfettono su "il femminile di
Dio"; alcuni testi sono di grande interesse sotto piu' punti di vista.

9. RILETTURE. MARY HUNT, ROSINO GIBELLINI (A CURA DI): LA SFIDA DEL
FEMMINISMO ALLA TEOLOGIA
Mary Hunt, Rosino Gibellini (a cura di), La sfida del femminismo alla
teologia, Queriniana, Brescia 1980, pp. 208. Una bella raccolta di saggi di
teologhe femministe americane ed europee.

10. RILETTURE. IDA MAGLI: SULLA DIGNITA' DELLA DONNA
Ida Magli, Sulla dignita' della donna, Guanda, Parma 1993, pp. 144, lire
18.000. Un saggio che riflette sulla violenza sulle donne e sul pensiero di
Wojtyla. A nostro avviso una lettura assai utile alla riflessione.

11. RILETTURE. ROSEMARY RUETHER: PER UNA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE DELLA
DONNA, DEL CORPO, DELLA NATURA
Rosemary Ruether, Per una teologia della liberazione della donna, del corpo,
della natura, Queriniana, Brescia 1976, pp. 240. Una utile raccolta di saggi
della prestigiosa teologa.

12. RIFERIMENTI IN RETE. "MAREA": ALCUNI SITI DEL MOVIMENTO DELLE DONNE
[Dal sito di "Marea" (www.marea.it, e-mail: mochena@village.it) riprendiamo
questo elenco di alcuni siti della cultura e del movimento delle donne]
* Alcuni siti di informazione e riflessione delle donne:
- Il paese delle donne, www.womenews.net
- Medea, www.provincia.venezia.it/medea/
- Dwpress, www.mclink.it/n/dwpress/
- Feminista, www.feminista.com
- Mediterranean, www.medmedia.org/
- Femina, www.femina.com
- Server Donne Associazione Orlando, www.women.it/
- WebRing, www.wwwomen.com/webring
- Femmis, www.femmis.org
- Altrameta', www.altrameta.it
- Donna news, www.donnanews.it
* Alcuni siti ecofemministi:
- Ecofem, http://csf.colorado.edu/ecofem/
- EcoFeminist, www.feminist.org/gateway/science.html
- Eve Online, www.envorolink.org/org/eve
- Spiderwomen, www.spiderwomen.org/ecofeminism.htm
- Indigenous Environmental Network, www.alphacdc.com/ien/
* Alcuni centri di studio:
- Rete Lilith, www.women.it/lilith/lilith.htm
- Coordinamento Donne Lavoro Cultura, www.ulisse.it/~cdlc
- Storia delle donne, www.storiadelledonne.it
- Universita' delle donne, www.linda.it
- Archivio per la scrittura delle donne,
www.archiviodistato.firenze.it/memoriadonne/
- Tuttoscuola, www.tuttoscuola.com
* Alcuni siti su maternita' e paternita':
- Madre provetta, www.madreprovetta.it
- Qui mamme, www.quimamme.it
- Il Melograno, www.logic.it/melograno
- Tutte le mamme, www.tuttelemamme.it
- Lega del latte materno, www.lalecheleague.org
- Paternita' online, http://digilander.iol.it/uomini/patern.htm
- Associazione studi sulla paternita', www.mclink.it/assoc/isp/
* Siti di donne in situazioni difficili:
- Rawa, www.rawa.org
- Hawca, www.hawca.org
- Women for Women, www.embassy.org/wmn4wmn/
- Casa delle donne Kurde, www.casadelledonnekurde.it
- Women for Women, www.wforw.it
- Women against fundamentalisms, www.gn.apc.org/waf/
* Alcuni altri siti:
- Il sito dello storico Centro delle donne di via Lungara a Roma, con
segnalazioni delle attivita' e dei gruppi presenti,
www.casainternazionaledelledonne.org
- Femministe storiche e non sul web tra cultura e societa': a cura della
Libera Universita' delle donne di Milano, www.linda.it
- Un rotocalco per conoscere il mondo dell'impresa e della telematica
femminile, www.dols.net
- Un'associazione no profit che fornisce consulenza e assitenza telefonica
per qualsiasi problema di salute della donna, un ambulatorio per problemi
urgenti e informazioni su dove rivolgersi a Roma per qualsiasi aspetto della
salute e della sessualita' al femminile, www.vitadidonna.it
- sito dell'associazione omonima che propone una petizione contro la legge
Bossi-Fini, www.associazionelagattoparda.com
- bellissimo ed elegante sito fatto da giovani studentesse, www.tramanti.it
- Un sito utile per chi vuole dare anche il proprio cognome alle figlie e ai
figli e contribuire alla fine della cultuira patriarcale che vuole imporre
il solo cognome paterno, cognomematerno.freeweb.supereva.it

13. DATI. "FEMMIS": COMPRATE E VENDUTE
[Dal sito di "Femmis", www.femmis.org, riportiamo questi terribili dati]
Del miliardo e 200 milioni di persone che vivono in poverta' assoluta (cioe'
con meno di un dollaro al giorno), due terzi sono donne.
Fonte: Undp (United Nations development programme)
*
Ogni anno: 4 milioni di donne e ragazze di cui settemila nepalesi obbligate
a lavorare como sex workers nelle case chiuse di Delhi e Bombay e due terzi
delle cinquantacinquemila prostitute cambogiane reclutate con la forza.
Il turismo sessuale frutta alla Thailandia un miliardo di dollari all'anno.
Duecentomila donne dell'est finiscono ogni anno nelle mani di sfruttatori
europei.
La prostituzione mondiale produce un giro d'affari tra i 5 e 7 miliardi di
dollari (5,4 e 7,6 miliardi di euro).
Fonti: Onu, Assoc. Empower, Lega Femm. Kiev.

14. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

15. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti, la e-mail e': azionenonviolenta@sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: lucben@libero.it;
angelaebeppe@libero.it; mir@peacelink.it, sudest@iol.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it. Per
contatti: info@peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it

Per non ricevere piu' questo notiziario e' sufficiente inviare un messaggio
con richiesta di rimozione a: nbawac@tin.it

Numero 408 del 7 novembre 2002