aggiornare l'elenco dei promossi x i fatti di Genova e Napoli



Guidò il massacro a Napoli e adesso è numero 2 della polizia
Anubi D'Avossa Lussurgiu
Fonte: Liberazione, 28 febbraio 2008
28 febbraio 2008
Ci sono notizie che, in Italia, non sono notizie. Il 22 scorso è stato il
giorno di una di queste: la nomina del nuovo vice direttore generale della
Pubblica Sicurezza con funzioni vicarie. Il nuovo numero 2 della polizia di
Stato. Una nomina decisa e firmata dal ministro competente, il titolare del
dicastero dell'Interno del governo Prodi dimissionario, Giuliano Amato. La
nomina è avvenuta, come di prammatica, su indicazione del capo della
Polizia in carica, Antonio Manganelli. Ed è avvenuta giocoforza, perché
sino a quel giorno l'incarico di vicecapo vicario era stato svolto dal
prefetto Luigi De Sena: nel frattempo pensionatosi, per candidarsi
capolista in Calabria per il Pd alle prossime elezioni politiche. Il
successore così nominato è Nicola Izzo: cinquantottenne, già capo della
segreteria generale del Dipartimento di Pubblica Sicurezza dall'agosto del
2007 ossia poco dopo la nomina di Manganelli come successore (da questi
suggerito e già suo vice) di Gianni De Gennaro. Dunque, Nicola Izzo:
chiamato poco meno di sei anni fa a alla carica di direttore interregionale
per Lazio, Abruzzo e Sardegna, poi per Lombardia ed Emilia Romagna, quindi
nel 2005 prefetto di Lodi. Ma prima? Prima del "salto" al grado prefettizio
e prima ancora di quegli incarichi di "coordinamento"? Prima era stato
questore, nel senso di titolare di Questure: quella di Verona, quella di
Torino. Ma soprattutto e infine, sino al 2002, quella di Napoli. Lo era il
17 marzo del 2001: il giorno della prova generale della repressione del
luglio successivo, al G8 di Genova .
Sarà un caso, certo. Sarà di sicuro una distrazione di tutti i media, con
gli occhi comprensibilmente rivolti alla campagna elettorale. Sarà come si
vuole, venerdì scorso la notizia della nomina di Nicola Izzo a nuovo
vicecapo della Polizia è stata, per tutti, la tipica non notizia. Cui non
dedicare un solo titolo visibile nelle pagine nazionali dei quotidiani.
Eppure, è strano. Perché di Nicola Izzo si parlò moltissimo, sei anni fa:
prima che fosse trasferito dall'incarico di Questore di Napoli. Come lui
stesso aveva pubblicamente invocato quale suo «maggiore desiderio». Non fu
trasferito, in realtà: fu promosso, a quel vago incarico di "direzione
interregionale", dall'allora governo Berlusconi. Dall'allora - e sino
all'anno passato, dopo il primo anno di governo Prodi - capo della polizia:
Antonio De Gennaro. Lui, Izzo, per la verità "sognava" Milano, per
ricongiungersi alla famiglia: almeno questa era stata la motivazione che
aveva dato pubblicamente. Nelle settimane di aprile e maggio, le più dure
per lui: quando cioè la Procura di Napoli aveva indagato cento fra
dirigenti e poliziotti, persino arrestandone otto. Tra i quali, appunto,
due dirigenti: uno era il famoso Ciccimarra, inquisito poi anche a Genova
per i fatti della scuola Diaz, la «macelleria messicana» - parola del
vicecapo dei "celerini" del primo reparto mobile, Michelangelo Fournier.
L'azione della Procura napoletana era stata lanciata con una serie
impressionante di reati contestati: fra i quali uno solo era il sequestro
di persona, l'unico poi derubricato nelle vicissitudini dell'indagine. Gli
altri, gravi reati erano l'anticipazione di quanto, precisamente, anche a
Genova sarebbe stato contestato ad altri poliziotti e ben altri dirigenti:
per l'irruzione-massacro della notte del 21 luglio 2001. E per le sevizie
di Bolzaneto.
L'indagine napoletana era, invece, per qualcosa che aveva preceduto
l'insanguinato G8 genovese. Anzi, che l'aveva anticipato. Ossia quel 17
marzo 2001: giorno del "Global Forum" contestato dal simmetrico forum
"NoGlobal". Un tratto percorso dal fiume, allora in piena, di quello che,
in seguito, sarebbe stato definito il movimento altermondialista; e che
aveva fatto già il suo exploit planetario a Seattle, bloccando il vertice
dell'organizzazione mondiale per il commercio, il Wto. Un movimento che col
primo Foro sociale mondiale a Porto Alegre, in Brasile, stava costituendo
quella "potenza globale" alternativa che avrebbe preso anche la forma del
movimento contro la guerra. Un movimento che si preparava, da ogni città
italiana e da mezzo mondo, a contestare gli Otto Grandi convocatisi per il
successivo luglio a Genova. E vi si preparava contando su esperienze ancora
fresche di pochi anni. Esperienze che non avevano ancora conosciuto una
repressione frontale. Quel giorno, il 17 marzo, nell'occasione di un
appuntamento "minore", al termine d'una manifestazione relativamente
"piccola", la conobbero.
La repressione si abbatté su Piazza Municipio, in un crescendo di violenza
rapidissimo, appena la "testa" del variopinto corteo NoGlobal, fornita di
improvvisate "autoprotezioni", inscenò un'altrettanto improvvisata "sfida",
un contatto fisico, con lo schieramento di forze dell'ordine in assetto
antisommossa che presidiava un'invenzione inedita: la zona proibita a
"difesa" del Forum ufficiale, la "zona rossa".
Ci furono incidenti, una manciata di secondi di baruffa. Poi, fu
nient'altro che una serie ininterrotta di cariche senza distinzione di
manifestanti e passanti, senza risparmio di gas lagrimogeni, manganellate,
costizione di "sacche" di contestatori e non massacrati sui marciapiedi,
sui recinti dei cantieri intorno al Castello Angioino e poi, via via, per
ore, in tutto il centro storico di Napoli. Il peggio, però, doveva ancora
venire: arrivò a sera, di notte e dove nessuno avrebbe potuto crederlo
possibile.
Il peggio di una repressione che annunciava quella ancora peggiore nella
quale a Genova ci sarebbe anche "scappato il morto", Carlo Giuliani ucciso
in Piazza Alimonda da un proiettile di Stato (deviato da un sasso
metafisico, come da sentenza d'archiviazione per quell'omicidio senza
giustizia), a Napoli il 17 marzo arrivò nelle sale di pronto soccorso degli
ospedali. Dov'erano ricoverati tanti dei feriti nella caccia all'uomo della
giornata. Erano stati 200, i feriti. E decine, un centinaio anzi, la stessa
polizia andò a prenderli nei letti, nelle brandine delle corsie
ospedaliere. Per tradurli nel designato «centro di raccolta» dei «fermati»
perché «individuati tra i violenti» cui l'autorità pubblica addossò, sul
momento, la responsabilità degli scontri. Quel centro era la caserma
Raniero.
Queste due parole, caserma Raniero, compongono uno dei nomi della vergogna
che pesa sullo Stato italiano, come ancora ieri ha ricordato su il
Manifesto nel suo editoriale Mariuccia Ciotta, riferendosi al "lager"
genovese di Bolzaneto e invitando il candidato premier democratico Walter
Veltroni ad un gesto di «scuse» alle «vittime dell'orrore» repressivo per
anticipare e sollecitare quelle dello Stato stesso. Ebbene, quanto avvenuto
dentro Bolzaneto e che anche i pm genovesi hanno nei giorni appena scorsi
ripercorso con la loro requisitoria (altrettanto relegata a non notizia, o
quasi: ben diversamente dalla "salomonica" condanna nei confronti dei
manifestanti anti-G8, l'unica finora emessa), avvenne già a Napoli, in quel
marzo di sette anni fa. Nella caserma Raniero fu sperimentato per intero
tutto il repertorio di abusi innominabili che poi colpì l'opinione pubblica
internazionale con Bolzaneto, dove vittime furono anche tante e tanti
manifestanti non italiani. Nella caserma Raniero la gente "fermata" fu
pestata ulteriormente, minacciata di morte, umiliata fisicamente e
psicologicamente, costretta a subire intimidazioni sessuali, obbligata ad
assistere a inneggiamenti al fascismo o persino ad inscenarle forzosamente.
Tutto questo avvenne, nella caserma Raniero. E lo fece la forza pubblica.
Il problema è che la Questura stessa mise agli atti, in quella primavera
del 2002, che operare i fermi negli ospedali e tradurre i fermati alla
Raniero fu un'operazione frutto d'un ordine. D'una disposizione della
Questura stessa. Sulla quale, d'altra parte, non si è mai ottenuto
l'indicazione d'un responsabile ultimo. Tanto meno in sede giudiziaria.
Resta, al di là anzi al di qua dell'ambito penale - e d'ogni formalità -
che la Questura c'era. E il questore era, fu Nicola Izzo. Che sei anni fa
fu difeso a spada tratta, anche con l'appoggio a incredibili presidi della
Questura da parte dei poliziotti "in rivolta", anche fra minacce pubbliche
di morte ai pm dell'inchiesta, dalla destra: da Alleanza Nazionale. E
peraltro lui stesso, Izzo, affiliato al sindacato Sap, aveva pubblicamente
evidenziato la sua professione politica «di destra».
Adesso Izzo è il numero 2 della Polizia di Stato. Appunto, non è questione
formale. La domanda è un'altra: qual è l'opportunità politica d'una simile
nomina? Sono forse iniziate al Viminale le prove della Grande Coalizione
che tutti negano? Comunque, è una non notizia.