Le ipoteche sulla Palestina





Le ipoteche sulla Palestina

Comunicato del Forum Palestina



I drammatici sviluppi della situazione e i violentissimi scontri interni
allo scenario politico palestinese, devono essere valutati nella loro
interezza e nelle loro possibili conseguenze.



1.	Le responsabilità di quanto accaduto pesano enormemente sulla
cosiddetta “comunità internazionale” e in modo particolare sull’Unione
Europea (compreso il governo italiano), che ha assecondato la politica di
strangolamento dei Palestinesi voluta da USA e Israele. Aver contribuito
con l’embargo ad affamare la popolazione e a demolire quel minimo di
struttura statale nei Territori Palestinesi – assecondando l’assedio di
Arafat prima e la delegittimazione del governo palestinese poi,
sistematicamente perseguiti da Israele – ha prodotto quella
“africanizzazione” della realtà palestinese che ha aperto la strada alla
ingovernabilità di Gaza. Il degrado, la miseria, l’assedio hanno prodotto
l’autonomizzazione di gruppi e clan che hanno sostituito le istituzioni
nella soluzione dei problemi della vita quotidiana di quasi un milione di
persone rinchiuse in quella prigione a cielo aperto che è Gaza. La cinica
ostinazione con cui Unione Europea e Stati Uniti hanno impedito al governo
palestinese democraticamente eletto di fare fronte alle esigenze della
popolazione, ha volutamente mirato a questo risultato.



2.	L’attuale frammentazione dello scenario politico palestinese spazza
via definitivamente l’inganno e le ambiguità del processo negoziale di Oslo
e il conseguente ruolo dell’ANP, attraverso la quale si è cercato di
liquidare l’OLP come organismo unitario della lotta di liberazione
palestinese, rappresentativo sia della popolazione dei Territori Occupati
che dei milioni di Palestinesi della diaspora e del loro diritto al
ritorno. In questo processo, le responsabilità principali sono di Al Fatah,
che è stata la maggiore organizzazione e la fondatrice dell’OLP ma che si è
prestata a tale operazione. Nonostante le pressanti richieste dei suoi
militanti migliori, a partire dai dirigenti detenuti nelle carceri
israeliane, la mancata autoriforma interna di Al Fatah, che non ha più
convocato il suo congresso, non ha orientato i suoi militanti e soprattutto
non ha voluto fare piazza pulita dei corrotti e dei collaborazionisti
filo-israeliani al suo interno, hanno portato ad una crisi di credibilità
profonda e per molti versi irreversibile. Oggi l’unica soluzione possibile
sarebbe lo scioglimento dell’ANP, la conseguente denuncia degli accordi di
Oslo (mai rispettati dagli occupanti israeliani) e la convocazione del
congresso di Al Fatah che spazzi via la sua attuale direzione politica e
riconsegni quell’organizzazione al suo ruolo storico di movimento di
liberazione del popolo palestinese, accanto alle altre forze della
resistenza.





3.	Nella specifica situazione di Gaza, la decisione di Abu Mazen e di
Al Fatah di forzare la mano, affidando nuovamente nei mesi scorsi la
sicurezza della Striscia ad un personaggio inviso come Mohammed Dahalan, è
stata una scelta sciagurata che ha privilegiato l’idea di sostituire una
credibilità perduta con manipoli di uomini armati e finanziati da U.S.A.,
Egitto e Israele. Questa decisione ha legittimato e scatenato la reazione
delle correnti più estreme di Hamas, che hanno avuto gioco facile nella
contrapposizione politica, morale e militare con Al Fatah a Gaza, dove il
suo volto era rappresentato da personaggi come Dahlan, il cui ruolo di
collaborazionista, torturatore e corrotto speculatore non era e non è
sconosciuto a nessuno.



4.	Oggi si affaccia concretamente il rischio che i Territori
Palestinesi si trasformino in bantustans separati tra loro. Esiste cioè il
pericolo che il progetto coloniale israeliano si realizzi pienamente con la
divisione dei Palestinesi tra Gaza, due enclavi in Cisgiordania e un ghetto
sempre più ridotto a Gerusalemme Est. Questa prospettiva viene oggi
invocata da tutti i circoli sionisti più aggressivi e non trova proposte
alternative da parte della cosiddetta comunità internazionale, che anzi
sembra pronta a collaborare per la realizzazione di questo scenario, con il
dispiegamento di una forza militare multinazionale a Gaza,
irresponsabilmente evocato tempo fa dal ministro D’Alema ed oggi rilanciato
dal premier israeliano Olmert e da Javier Solana per l’Unione Europea (con
accezioni diverse tra loro). Questa forza non avrebbe altro compito che
quello di gendarmeria antipalestinese ed è stata giustamente respinta sia
da Mustafà Barghouti sia da Hamas come forza occupante da trattare di
conseguenza.



5.	E’ bene che questa situazione venga tenuta presente dai tanti,
troppi che nel nostro Paese hanno subito la fascinazione dell’intervento in
Libano e potrebbero ripetere lo stesso errore sostenendo quello a Gaza. A
costoro chiediamo quale pensano possa essere la reazione di una popolazione
che subisce da oltre un anno l’affamamento provocato dall’embargo cui è
stata sottoposta per non aver votato come volevano a Washington e Tel Aviv:
come si pensa verrebbero accolti dai Palestinesi i soldati dei governi,
come quello italiano, che hanno contribuito alla disperazione ed alla
miseria di Gaza e dell’intera Palestina?





6.	Infine, la situazione sul campo, se da un lato ipoteca fortemente
le prospettive di decenni di lotta di liberazione dei palestinesi,
dall’altro sposta in avanti le soluzioni possibili, mettendo fine
all’ipocrisia dei “due Stati per due popoli” e ponendo nuovamente alla
discussione la prospettiva di “un solo Stato, laico, democratico e
multietnico”, fondato sul concetto di cittadinanza piuttosto che su quello
di sangue e religione, uno Stato modernamente inteso che ponga fine, almeno
in quell’area, all’orrore storico degli stati confessionali ed etnicamente
puri.



Il Forum Palestina in questi anni si è assunto la responsabilità di tenere
la questione palestinese dentro l’agenda politica dei movimenti e nel
nostro Paese, di impedire con ogni mezzo la liquidazione della  “seccatura
palestinese” nel dibattito e nell’azione politica della sinistra italiana.
Riteniamo che oggi questo compito non sia affatto esaurito, semmai è più
drammatico ed urgente. Per questo invitiamo tutte le realtà che in questi
anni hanno animato la rete nazionale attivatasi intorno al Forum Palestina
ad incentivare le occasioni di confronto e di iniziativa. Anche se il vuoto
lasciato dalla scomparsa di Stefano Chiarini non sarà facile da riempire,
riteniamo di dovere e potere mantenere gli impegni e il lavoro intrapreso
in questi anni, con il contributo di tutti gli amici del popolo
palestinese, della pace e della giustizia.



Il Forum Palestina

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