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Nonviolenza. Femminile plurale. 201



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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Supplemento settimanale del giovedi' de "La nonviolenza e' in cammino"
Numero 201 del 14 agosto 2008

In questo numero:
1. Benedetta Craveri presenta "Poesia e ritratto nel Rinascimento" di Lina
Bolzoni
2. Edda Melon presenta tre volumi di e su donne viaggiatrici
3. Luciana Percovich presenta "Fanny Mendelsshon. Note a margine" di Adriana
Mascoli e Marcella Papeschi
4. Elisabetta Rasy presenta le "Lettere ad Angelo De Gubernatis (1892-1909)"
di Grazia Deledda
5. Giulia Zoppi presenta "La famiglia Aubrey" di Rebecca West

1. LIBRI. BENEDETTA CRAVERI PRESENTA "POESIA E RITRATTO NEL RINASCIMENTO" DI
LINA BOLZONI
[Dal quotidiano "La Repubblica" dell'8 aprile 2008 col titolo "Poesia e
ritratto nel Rinascimento, di Lina Bolzoni. Quell'amore allo specchio" e il
sommario "Era stato Petrarca a riaprire il dibattito sui legami tra pittura
e scrittura dedicando due sonetti al ritratto di Laura eseguito da Simone
Martini"]

Si racconta che nel 1560 la contessa Caterina Mandella, nuora di Baldassarre
Castiglione, scopri' per caso che "un grande e bellissimo specchio", che
decorava la parete di una stanza della casa d'Urbino dove un tempo aveva
abitato suo suocero, era dotato di un congegno segreto. Esso si apriva a
comando e rivelava, custodito nell'incasso del supporto di legno della
cornice, "un ritratto di bellissima e principalissima signora, di mano di
Rafael Sanzio d'Urbino". Nel nascondiglio erano conservati ugualmente due
sonetti composti quarantatre anni prima da Castiglione. E' possibile che il
ritratto di Raffaello fosse quello di Elisabetta Gonzaga, duchessa d'Urbino,
oggi conservato agli Uffizi, e che fosse lei l'oggetto di quell'"amore
troppo alto e troppo sublime" che l'autore del Cortegiano era costretto a
celebrare nel piu' profondo segreto.
Ben lungi dall'essere solo un semplice accorgimento pratico, l'espediente
del nascondiglio dietro lo specchio obbediva a una precisa simbologia
amorosa di ascendenza platonica: riflesso nello specchio, il volto
dell'amante veniva a sovrapporsi all'effigie dell'amata e le due immagini si
congiungevano cosi' in una simbiosi segreta. Ai versi custoditi all'interno
del mistico scrigno spettava invece il compito di dar voce al dialogo,
altrimenti muto, delle immagini.
E' proprio la lettura di questi celebri "Sonetti dello specchio" a
costituire il momento culminante del viaggio dotto e appassionante di cui
Lina Bolzoni ci illustra l'itinerario nel suo Poesia e ritratto nel
Rinascimento (testi a cura di Federica Pich, Laterza, pp. 288, euro 38). I
due componimenti di Castiglione condensano, infatti, i principali temi di
una lunga riflessione poetica incentrata sul rapporto tra la parola e
l'immagine, tra l'arte e la natura.
Era stato Francesco Petrarca, un secolo e mezzo prima, a riaprire il
dibattito, che gia' aveva appassionato gli antichi, sulle diverse
potenzialita' espressive proprie alla scrittura e alla pittura e di cui
Orazio aveva proposto la sintesi con la sua celebre formula "Ut pictura
poesis". Con i due sonetti del Canzoniere, composti tra 1338 e il 1343, in
cui Petrarca evocava il ritratto di Laura, da lui stesso commissionato a
Simone Martini e purtroppo andato smarrito, aveva infatti inizio una
tradizione poetica che, scrive la Bolzoni, prendeva spunto dall'immagine
pittorica "per variare e celebrare il lavoro della scrittura letteraria, per
trarne materiale che permette di declinare in modo nuovo i topoi
tradizionali del linguaggio amoroso". Una tradizione di cui la studiosa, che
ha fatto del rapporto tra memoria, letteratura e immagine uno degli assi
portanti della sua ricerca, ricostruisce oggi, in questo bel saggio, i
momenti piu' significativi.
Nel primo sonetto Petrarca celebra la natura divina dell'ispirazione del
pittore che e' salito in cielo per contemplare l'immagine spirituale di
Laura, infinitamente piu' bella della sua incarnazione terrestre: "Ma certo
il mio Simon fu in paradiso/ onde questa gentil donna si parte:/ ivi la
vide, et la ritrasse in carte/ per far fede qua giu' del suo bel viso". Quel
"qua giu'" annuncia, tuttavia, i limiti dell'impresa pittorica e la
"incolmabile distanza tra il cielo e la terra", tra la visione della
bellezza perfetta e originaria ideata da Dio e la sua impossibile
rappresentazione. Come ci dice il secondo sonetto, la straordinaria
capacita' illusionistica del ritratto di Simone Martini - "benignamente
assai par che m'ascolte,/ se risponder savesse a' detti miei" - rende ancora
piu' acuto il dolore per la perdita della donna amata e lascia intendere, al
tempo stesso, come solo la poesia abbia la facolta' di dare voce a questa
sofferenza e di commemorarla all'infinito.
Il progressivo diffondersi della pratica del ritratto in strati sempre piu'
ampi della societa' doveva favorire, nel corso dei due secoli successivi, il
confronto tra poesia e pittura, evidenziandone di volta in volta affinita' e
divergenze. Gli esempi propostici da Lina Bolzoni non potrebbero essere piu'
suggestivi: sono qui Giovanni Della Casa e Tiziano, Castiglione e Raffaello,
Niccolo' da Correggio e Leonardo, Serafino Aquilano e Pinturicchio, Gian
Battista Marino e Caravaggio a dialogare insieme a partire da un modello
comune.
Pronta a celebrare la suggestione di ritratti di cui ancora oggi ci e' dato
di ammirare lo splendore, la poesia trovava un'alleata nella pittura, se ne
serviva come fonte di immagini, di metafore e di ispirazione erotica, o ne
denunciava le pericolose illusioni, ma non transigeva sulla sua
superiorita'. Se, come aveva teorizzato Leon Battista Alberti, la pittura
possedeva la capacita' di "far vedere ai vivi, molti secoli dopo, coloro che
sono morti", garantendone cosi' la memoria, la poesia sola si arrogava la
facolta' di dare voce alle immagini e penetrare nell'interiorita' delle
persone ritratte.
A sua volta la pittura rispondeva alla sfida tentando di appropriarsi della
parola poetica, ritraendo con sempre maggiore frequenza delle persone con in
mano delle lettere o dei libri, o inserendo la scrittura all'interno stesso
del quadro. E' il caso del ritratto della incantevole Giovanna degli Albizzi
Tornabuoni, eseguito da Domenico Ghirlandaio nel 1488, dove spicca sullo
sfondo la scritta: "Arte, se potessi rappresentare anche i costumi e
l'animo, non esisterebbe in terra quadro piu' bello". Ed e' ancor piu' il
caso dello straordinario ritratto di Laura Battiferri, dipinto intorno al
1560 da Bronzino, dove i rinvii tra pittura e poesia si fanno vertiginosi.
Rappresentata di profilo, la poetessa schiva lo sguardo dello spettatore ma
tiene invece, con ambo le mani, un libro bene aperto su cui e' possibile
leggere due sonetti trascritti dal Canzoniere di Petrarca, che diventano
parola e anima del ritratto. Il quadro stesso, inoltre, aveva dato luogo a
uno scambio di versi tra il Bronzino e la sua modella circa la possibilita'
di esternare l'interiorita' in forme visibili.
Come scrive la Bolzoni, "la parola poetica penetra cosi' nel cuore
dell'immagine (...) e crea un complesso circuito di messaggi, ricco di
allusioni e di sottintesi, che tuttora mette alla prova le capacita'
interpretative dei critici".
Per consentire, invece, ai lettori di seguirla piu' agevolmente nella sua
esplorazione erudita, la studiosa ha provveduto a fornire loro, in appendice
al suo saggio, l'insieme dei testi a cui ella fa riferimento, affidandoli
alle cure di Federica Pich.
Sul filo di questa doppia lettura e delle immagini pittoriche che
l'accompagnano ci troveremo al cuore di una civilta' per cui il mito del
Parnaso ed il concerto armonioso delle Muse non erano ancora ridotti a
stereotipi letterari, ma rispondevano a una concezione interdisciplinare
delle arti e dei saperi dagli esiti meravigliosamente fecondi.

2. LIBRI. EDDA MELON PRESENTA TRE VOLUMI DI E SU DONNE VIAGGIATRICI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del primo agosto 2008 col titolo "Oceani
d'inchiostro. Arcipelaghi di testi per viaggiatrici d'antan" e il sommario
"Da diverse prospettive tre volumi di recente uscita propongono nuovi spunti
di riflessione sulla narrativa di viaggio nella scrittura femminile,
dall'antica invalicabilita' dei confini insulari fino all'attuale estetica
(ed etica) del limite"]

E' il 1937 quando Renee Hamon, bretone di nascita, vagabonda per vocazione,
si imbarca a Marsiglia in direzione di Tahiti via canale di Panama,
incaricata di un reportage sulle tracce di Gauguin per il giornale
"L'Intransigeant". Ha quarant'anni, un secondo marito, una vita avventurosa
alle spalle, energia da vendere e una vera passione per i viaggi. Una decina
d'anni prima, a Parigi, ha conosciuto la scrittrice Colette, piu' anziana e
gia' molto famosa, che al pari di lei ha amato anche le donne e ora sa
coltivare con sapienza l'arte dell'amicizia. Si frequentano, si scrivono.
Solo le lettere di Colette verranno pubblicate, insieme a un diario di
Renee, dopo la morte di entrambe, con il titolo Lettres au petit corsaire,
nel 1963.
Proprio cosi' la chiama Colette, il suo "piccolo corsaro", completamente
affascinata dal coraggio e dallo spirito di quella donna che sembra un
ragazzino, capace di affrontare la solitudine come l'incontro con l'altro e
con l'altrove. Ma, fiduciosa anche nelle sue qualita' di scrittrice, cerca
di incoraggiarla in mille maniere a puntare su un libro. E infatti Renee,
che dopo aver lavorato nella moda gia' collabora con qualche articolo a
giornali e riviste, al ritorno dal viaggio durato venti mesi pubblica per
Flammarion nel 1940 il testo che ci viene ora proposto, molto
meritoriamente, in italiano, Verso le isole luminose. Tahiti, Tuamotu,
Marchesi (traduzione di Annalisa Comes, Voland 2008, pp. 216, euro 13).
Il volume, con postfazione e note, riproduce in apertura anche lo scritto
con cui Colette aveva voluto generosamente accompagnare l'edizione francese,
attribuendosi qualche merito nel riferire i consigli impartiti alla sua
protetta: "Descrivi solo quello che hai visto. Osserva a lungo cio' che ti
piace, piu' a lungo ancora cio' che ti addolora. Cerca di essere fedele alla
tua prima impressione... Non prendere appunti. Non scrivere il tuo reportage
quando sei lontana, ritornando ti sembrerebbe irriconoscibile. Non si scrive
un romanzo d'amore mentre si fa l'amore".
Ma Renee dimostra molta abilita' nel comporre il suo libro e nel renderlo
vivo, frammentando la narrazione in tante scene successive e indipendenti
che le conferiscono comunque i caratteri di un diario, di una serie di
appunti in diretta. Immediatamente registra, da viaggiatrice esperta e
vigile, i contrasti. Non la sorprende trovare Tahiti invasa da americani che
fanno riprese cinematografiche (lei stessa gira un film, Gauguin, le
solitaire du Pacifique) e da cinesi che commerciano oppio ("la solita magia
borghese" avrebbe detto, come ha detto, Rimbaud, per l'ingenuo turista, in
fuga "dai nostri orrori economici").
*
Gli esotismi ´"lotiformi"
Hamon stessa riporta il grido che Gauguin lanciava nel 1900 su un giornale
locale: "Migliaia di cinesi circolano nel Pacifico impadronendosi
progressivamente di tutto quest'angolo di Oceania. A breve, se non si fa
qualcosa, Tahiti sara' perduta!", e vi aggiunge, di suo: "Questo grido
d'allarme poteva allora salvare Tahiti. Oggi muore la razza degli indigeni
belli. I Governatori con poteri speciali non hanno reagito". Soltanto
attraverso l'antropologia e l'arte - pensava Victor Segalen al ritorno dal
suo viaggio alle Marchesi nel 1903 - si sarebbe potuta restituire a questo
continente di arcipelaghi la sua ricchezza originaria, facendola finita con
i facili esotismi "lotiformi" (cioe' alla Pierre Loti). Renee, magari
ingenuamente, e' animata dal desiderio pragmatico di intervenire e dalla
fiducia nelle istituzioni francesi.
Alla fine del suo libro scrive: "Io riporto dall'altro emisfero la speranza
che si possa salvare quello che rimane - qua e la' - della poesia del mondo.
E che in patria veglino ancora uomini di buona volonta' che non si
rassegnano a vedere nel popolo maori un residuo di poetici fantasmi...". In
una postilla riferisce i risultati raggiunti presso il Ministro delle
Colonie, che dopo la sua visita avrebbe telegrafato d'urgenza al Governatore
dei Territori francesi in Oceania: stanziamento di un credito per lo
sviluppo e miglioramento del servizio medico, proprio nelle Marchesi.
"Tacere. Stare inerti. O rompere le scatole. Non abbiamo scelta".
*
Generi di confine
Naturalmente Verso le isole luminose e' godibile per mille altri motivi, ed
e' popolato di personaggi straordinari, sia europei o americani da
intervistare al bar, sia indigeni, che dialogano animatamente con la vahine
bianca o le raccontano lungamente la storia dei luoghi. E mentre gli uomini
volentieri le parlano e le spiegano, lei intanto osserva le donne e quasi le
fotografa: "I missionari hanno reso le belle maori molto pudiche. Non si
mostrano piu' nude. Anche sulla stuoia non si separano mai dal pareo". I
bambini la interessano particolarmente, meticci per lo piu', figli di donne
maori e di padri cinesi o europei di passaggio, compreso Emil, il figlio di
Pahura e di Paul Gauguin.
Quella di Renee Hamon e' l'unica relazione di viaggio in Oceania scritta da
una donna, in una lista che si apre con il Voyage de Bougainville nel 1771 e
si chiude per ora con Il continente invisibile di Le Clezio (traduzione di
Maurizia Balmelli, Instar Libri, 2008). Tralasciando un antico immaginario
intorno alla figura della viaggiatrice, seducente quanto allarmante per la
sua carica trasgressiva, ora le scritture di viaggio delle donne possono
essere interrogate in maniera specifica, come alcune studiose hanno iniziato
a fare gia' da anni, preparando il terreno, fra l'altro, alla riscoperta di
testi come questo. Ce lo mostrano due libri recenti, diversi e per certi
aspetti antitetici.
Il primo, di Federica Frediani, presenta fin dal titolo un nutrito
programma: Uscire. La scrittura di viaggio al femminile: dai paradigmi
mitici alle immagini orientaliste (prefazione di Antonio Prete, Diabasis
2007, pp. 153, euro 16). L'esposizione prende le mosse da una tesi di
dottorato e sfiora una quantita' di argomenti, divisi in tre blocchi. Nel
primo, "Confini di genere", vengono esaminate le rappresentazioni delle
figure femminili nella letteratura occidentale e "gli spazi, i modi e i
tempi in cui le donne hanno fatto letteratura". Nel secondo, "Genere di
confine", si illustra il carattere transgenerico della letteratura di
viaggio o odeporica, sempre al crocevia tra diario e reportage, tra
autobiografia e narrazione, con eventuali elementi storici, saggistici e
politici, e con un occhio rivolto costantemente alla pittura e alla
fotografia. Il terzo blocco, "Verso Oriente", stringe sul tema con la guida
di due viaggiatrici eccellenti nel Settecento e Ottocento, Lady Montagu e
Cristina Trivulzio di Belgiojoso, paragonate in quanto osservatrici
privilegiate di due luoghi simbolo per la vita delle donne in Turchia,
l'harem e l'hammam. (Della Belgiojoso, straordinaria protagonista della vita
politica e culturale, si celebra quest'anno il bicentenario della nascita
con diverse manifestazioni).
Federica Frediani ha modo di citare alcune delle ipotesi sulla scrittura
femminile di viaggio prodotte dalla migliore critica femminista
sull'argomento, spesso accompagnandole con quello che definisce "un invito
alla prudenza" per timore di ridurre la complessita' dei testi a un'unica
dimensione. Tra i pregi del libro (purtroppo privo di un indice dei nomi che
sarebbe stato utilissimo) c'e' anche un'abbondante bibliografia, a cui mi
permetto di aggiungere le traduzioni italiane dei recits turco-asiatiques
forniti dalla Belgiojoso alla "Revue des Deux Mondes", tre volumi a cura di
Mirella Scriboni nelle edizioni Tufani, e quella di Mary Wortley Montagu,
Tra le donne turche: lettere 1716-1718 (a cura di Ferdinanda Invrea, con
introduzione di Anita Desai, Archinto 1993).
*
Approdi e naufragi
Il secondo libro, Isole. Confini chiusi, orizzonti aperti, e' il risultato
di un confronto a piu' voci nella Societa' italiana delle letterate,
coordinato da Monica Luongo e Giuliana Misserville (Iacobelli 2008, pp. 148,
euro 12,90). Qui l'isola non e' vista solo come meta di viaggio piu' o meno
esotico, ma nelle sue diverse possibilita': luogo dove approdare, oppure
luogo in cui nascere e vivere, o luogo da cui partire, a cui eventualmente
tornare. Ricco il campionario di testi esaminati, singolarmente o "in
arcipelago", testi per lo piu' narrativi e poetici, quindi non relazioni (o
lettere o diari) di viaggio. Si tratta di scrittrici (e qualche scrittore)
contemporanee in varie lingue, "che hanno scritto dalle isole e sulle isole,
reali e immaginarie, intrecciando storie di luoghi conchiusi e reclusi, di
approdi e naufragi, di arcipelaghi e identita'".
*
Il limite di Penelope
Potremmo dire che le isole, sia nei testi analizzati che nell'analisi dei
testi, siano solo un buon pretesto per ragionare e inventare? Puo' darsi.
Certo e' che, pur presenti nella materialita' della loro geografia e della
loro storia, le isole offrono anche straordinari elementi per arricchire di
nuove prospettive la questione dell'identita'. Partendo da Itaca e da
Penelope (gia' in passato riletta da Adriana Cavarero e riscritta da Bianca
Tarozzi, che hanno in qualche modo ispirato il lavoro del gruppo), il libro
ci conduce alle isole mediterranee di Fabrizia Ramondino, di Lalla Romano e
di Marie Susini, poi a Ellis Island, passando per la piccolissima Ilha de
Mozambique e facendo lungamente sosta nei Caraibi e nell'isola tutta
letteraria di Avalon.
Potrebbe essere anche il viaggio che le donne hanno compiuto
dall'invalicabilita' dei confini insulari, che era l'esperienza del limite
assegnata a Penelope, verso quella che le curatrici del volume propongono
nella loro introduzione come un'estetica (o forse anche un'etica) del
limite, "che forse meglio si addice alle donne e per superare la quale le
donne sembrano essere, storicamente, piu' attrezzate".

3. LIBRI. LUCIANA PERCOVICH PRESENTA "FANNY MENDELSSOHN. NOTE A MARGINE" DI
ADRIANA MASCOLI E MARCELLA PAPESCHI
[Dal sito della Libera Universita' delle donne di Milano
(www.universitadelledonne.it) riprendiamo la seguente segnalazione libraria]

Adriana Mascoli e Marcella Papeschi hanno fatto un splendido lavoro,
ricollocando i diari e le lettere di Fanny Mendelssohn nella cornice dei
luoghi, dei personaggi e delle relazioni che le generarono. Fanny scrive
cose bellissime e struggenti, che attraverso questo libro vengono "rimesse
al mondo", ancora pienamente attuali. Lucida ricostruzione di affinita'
elettive, atmosfere, luoghi e frequentazioni di un secolo che ha cercato di
stritolare definitivamente, ma evidentemente senza successo, la presenza
delle donne nella scena pubblica e nella musica, e' un libro da consigliare
a tutte le mie amiche, non necessariamente musiciste.
*
Eccone l'introduzione: di Claudia Galli e Mariateresa Lietti
L'inaudita presenza: le compositrici nella storia
Nel 1839 Clara Wieck Schumann scriveva sul suo diario: "Una donna non deve
voler essere compositrice. Nessuna ne e' stata capace fino ad oggi, perche'
dovrei sperare di riuscirci io? Sarebbe un peccato di orgoglio". Clara si
sbagliava. Numerose donne sono state capaci, prima e dopo di lei, di creare
musica. La presenza di compositrici nel?la storia della musica di tradizione
colta e' costante e rilevante sia dal punto di vista quantitativo che
qualitativo. E tuttavia Clara si credeva sola perche' le sue compagne
compositrici, vive e vere nella storia accaduta, erano scomparse nella
storia tramandata: e' solo da pochi decenni infatti che la riscoperta e la
valorizzazione della creazione musicale femminile ci restituiscono un
patrimonio artistico importante e di pregio. Anche nell'ambito della musica
si riscontra dunque quanto e' avvenuto in altri contesti storici, culturali
e artistici; come sottolinea Maura Palazzi, "il problema di nuove fonti non
e' quello principale, anche se non e' inesistente. Il problema principale e'
piuttosto quello di nuove domande con cui interrogare le fonti: [...] le
donne sono state ignorate dagli storici non perche' i documenti le
ignoravano, ma perche' la loro presenza era giudicata irrilevante e quindi
non presa in considerazione ne', tanto meno, valutata per la sua
specificita'". Clara Wieck riusci comunque ad accettare il rischio di
comporre; la conoscenza e la vicinanza di una genealogia musicale femminile
avrebbero probabilmente reso meno tormentata la sua decisione.
Nel frammento di diario riportato si accenna al peccato di orgoglio.
L'orgoglio puo' essere un'autovalutazione esagerata delle qualita' e dei
meriti individuali. Ma l'orgoglio e' anche coscienza e fierezza dei talenti
che si possiedono. In questa seconda accezione, per le musiciste orgoglio e'
desiderio di comporre e desiderio di pubblicare, ossia di lasciare traccia
del proprio percorso creativo. Affiora il tema della visibilita'
contrapposta alla tradizionale reticenza femminile. Virginia Woo1f in Una
stanza tutta per se', parlando delle donne, afferma: "Nel loro sangue scorre
l'anonimato. Il desiderio di nascondersi dietro un velo 1e possiede ancora.
E ancora oggi non sono altrettanto preoccupate dello stato di salute della
loro fama quanto invece lo sono gli uomini, e in genere riescono a passare
davanti a una lapide o a un cartello stradale senza provare il desiderio
irrefrenabile di incidervi sopra il loro nome". Molte biografie di donne
compositrici testimoniano il cammino spesso difficile e contrastato verso la
visibilita' quale segno dell'essere (e non dell'apparire). Paradigmatica, a
riguardo, e' la vicenda umana e professionale di Fanny Mendelssohn: ostacoli
culturali, sociali e famigliari vennero superati grazie alla necessita'
interiore di legittimare il suo desiderio di prendere la parola con e
attraverso la musica.
Questo percorso appare chiaramente nel libro di Adriana Mascoli e Marcella
Papeschi, che hanno rielaborato in forma di romanzo dati biografici
autentici, tratti dal diario di Fanny, dai carteggi epistolari della
famiglia Mendelssohn e da fonti d'epoca.
Talvolta le relazioni tra donne, anche nell'orizzonte della composizione
musicale, hanno saputo facilitare un itinerario complesso. Si rintracciano,
nella storia e in epoche differenti, numerose testimonianze significative.
Valga, come esempio, Hildegard von Bingen che, nel XII secolo, creo' per le
monache del suo convento un repertorio liturgico capace di connotare con le
parole e con i suoni una via alla trascendenza segnata dall'identita'
femminile. Ci piace pensare, con Adriana Mascoli e Marcella Papeschi, che
l'incontro tra Fanny Mendelssohn e Clara Wieck nel 1846 sia stato un evento
non occasionale e che la possibilita' di rispecchiarsi nell'esperienza
professionale dell'amica piu' celebre abbia accompagnato Fanny nella sua
scelta di accogliere il riaffiorare adulto del desiderio di pubblicare.
*
Adriana Mascoli, Marcella Papeschi, Fanny Mendelssohn. Note a margine,
Manni, 2006, 15 euro (per richieste alla casa editrice:
www.mannieditori.it).

4. LIBRI. ELISABETTA RASY PRESENTA LE "LETTERE AD ANGELO DE GUBERNATIS
(1892-1909)" DI GRAZIA DELEDDA
[Dal sito della Libreria delle donne di Milano (www.libreriadelledonne.it)
riprendiamo il seguente articolo apparso sul quotidiano "Il sole - 24 ore"
del 22 giugno 2008 col titolo "La Grazia e il suo Angelo" e il sommario
"Vita da Nobel. Dalle lettere inedite della Deledda all'influente
intellettuale De Gubernatis, infaticabile seduttore, emerge la figura di una
scrittrice ambiziosa e tenace - 'Sono brutta, non so parlare ne' vestirmi.
Non m'importa nulla che tu qualche volta mi parli d'amore'"]

Da un paese che definisce "tanto pittoresco quanto disgraziato" una ragazza
sconosciuta di poco piu' di vent'anni scrive una lettera in cui si presenta
a un "illustrissimo" - cosi' lo chiama - letterato cinquantenne che non ha
mai visto. Con poche frasi, e senza nessuna timidezza, disegna un
autoritratto. Spirituale: "... attraverso il circolo di montagne deserte e
leggendarie che chiudono il mio orizzonte, sento tutta la modernita' della
vita, dei tempi nuovi e dei nuovi ideali". Materiale: "La mia vita e'
silenziosissima. Vivo in una casetta tranquilla perduta in una piccola
citta' che e' poi un grosso villaggio". Fisico: "Sono piccola, pallida e
bruna...". E lancia un messaggio che e' insieme una richiesta di aiuto e un
avvertimento: "Nessuno mi ha mai aiutato, pochi mi hanno compreso...". Il
letterato e' l'eclettico Angelo de Gubernatis, pioniere degli studi
indologici in Italia, avventuroso viaggiatore, fondatore di riviste, docente
universitario e, oltre a tutto questo, infaticabile seduttore. Lei e'
un'aspirante scrittrice sarda, che parla prevalentemente in dialetto e non
si e' mai mossa da casa se non per andare a cavallo sui monti che circondano
Nuoro. Si chiama Grazia Deledda: in famiglia guardano con preoccupazione
alla sua mania di scrivere e con ancora maggiore preoccupazione si domandano
se trovera' marito, non essendo ne' bella ne' ricca ne' sottomessa. E' il
1892: la ragazza e l'uomo continueranno a scriversi per molti anni, fino a
quando le parti si saranno invertite e sara' lei l'illustrissima della
situazione.
Da tempo conosciuto e considerato una fonte particolarmente importante per
ricostruire la storia giovanile della scrittrice, il carteggio Deledda-De
Gubernatis si presenta ora in una forma nuova e per molti aspetti piu'
interessante (Grazia Deledda, Lettere ad Angelo De Gubernatis (1892-1909), a
cura di Roberta Masini, Cuec - Centro di studi filologici sardi, Cagliari,
pp. 440, euro 22). Sono state infatti ordinate e pubblicate un centinaio di
lettere che il professore, all'atto di consegnare le sue carte alla
Biblioteca Nazionale di Firenze, aveva accuratamente separate con
l'indicazione che fossero aperte e divulgate solo cinquant'anni dopo la sua
morte. Lettere prevalentemente ricevute dalla schiera di scrittrici,
pedagogiste, modelle, dame di diversa condizione che avevano costituito la
sua privata corte d'amore, tra le quali anche Grazia, che con l'astuzia e
tenacia che abitano la sua irruenza giovanile riesce pero' a ritagliarvisi
un posto particolare: lei non vuole diventare l'amante del professore, anzi,
non ci tiene neppure a conoscerlo, invece vuole convincerlo, con mille
seduzioni verbali, a essere per lei un "padre ideale" e soprattutto
l'interlocutore dal quale ottenere quell'aiuto e quella comprensione che dai
suoi non ha ricevuto. Il professore non puo' che stare al gioco perche'
nelle sue tante imprese galanti una giovane donna come Grazia non l'ha mai
conosciuta. Ma anche piu' di cent'anni dopo c'e' qualcosa di sorprendente e
irresistibile nella storia che le lettere della ragazzetta sarda raccontano
e che contrasta con la grigia ufficialita' nella quale e' stata murata
questa signora delle lettere italiane che vinse, seconda donna dopo Selma
Lagerlof, il Premio Nobel nel 1926 e le cui opere, gia' alla fine
dell'Ottocento quando non aveva ancora trent'anni, erano tradotte in tutto
il mondo occidentale.
La giovane Grazia, infatti, non coltiva le civetterie della donna
fin-de-siecle e insieme e' immune dalla modestia conformista delle ragazze
perbene. Ha cominciato a scrivere, e anche a pubblicare, ancora adolescente,
ma quello che riversa sulla pagina non e' un grido del cuore, lo sfogo di
una giovinetta sensibile e appassionata. Quando mette via il libro dei conti
della sua dissestata famiglia, si dedica a letture non per signorine. Nella
modesta casa rosa di Nuoro dove vive con la madre che veste ancora in
costume, le sorelle e i due fratelli, riesce a procurarsi tutti gli autori
della letteratura contemporanea non solo italiana: il suo idolo e' Tolstoj,
e non solo un idolo, ma un modello. Lei vuole essere il Tolstoj della
Sardegna. Intanto segue la vita culturale, e lega a se' De Gubernatis, che
progetta una rivista di tradizioni popolari, proponendosi come antropologa
sul campo del folklore sardo. Nel corso della corrispondenza il rapporto
cambia: per richiesta del professore, che vuole assolutamente conquistare il
cuore - forse anche il corpo - della giovinetta, Grazia passa dal "lei" al
"voi" arrivando in breve tempo al "tu", ma sta attenta a ribadire le sue
posizioni. "Senza dubbio - gli scrive - e' la mia originalita' che ti
attira; tu senti che io sono diversa dalle altre ragazze che puoi aver
conosciuto fino ad ora".
Mentre lotta con una difficile femminilita' ("io sono brutta... per giunta
non so parlare, non so vestirmi..."), con le delusioni sentimentali ("non
amo e non posso amare"), con i guai familiari (un fratello alcolizzato e un
altro in carcere), e anche contro le pretese amorose di De Gubernatis ("Non
m'importa nulla che tu, qualche volta, mi parli d'amore"), Grazia non
dimentica di essere ritenuta "la ragazza piu' ambiziosa che esista in
Sardegna" e fa di tutto per essere all'altezza di questa reputazione. Il che
significa dedicarsi anima e corpo alla letteratura e insieme mantenere
rapporti costanti con editori di varie citta' italiane, stringere alleanze
intellettuali, istruirsi, informarsi, proporre articoli sugli scritti altrui
e cercare recensioni per i propri, insomma non solo costruire un'opera, ma
edificare una carriera.
Cosi', dalla sua posizione - personale e geografica - eccentrica, Grazia
assume una fisionomia spregiudicata, del tutto diversa da quella del
letterato dell'Italietta provinciale e soprattutto da quella languida e
affettata della scrittrice belle-epoque. Il carteggio con De Gubernatis, tra
richieste d'aiuto e confessioni intime, e' una sorta di romanzo di
formazione di questa "new woman" italiana intraprendente quanto le sue
colleghe al di la' delle Alpi e dell'oceano. E sorprendentemente sicura di
se': nel 1896, alla vigilia della pubblicazione del romanzo che le avrebbe
dato notorieta' nazionale, La via del male, scrive al suo mentore: "Ho la
coscienza d'aver fatto una cosa non sciocca, non nevrotica, non morbosa,
come la maggior parte dell'odierna produzione femminile italiana".

5. LIBRI. GIULIA ZOPPI PRESENTA "LA FAMIGLIA AUBREY" DI REBECCA WEST
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 agosto 2008 col titolo "Allegro mosso.
Il colorato mondo delle sorelle Aubrey" e il sommario "Scrittrice, attivista
politica e giornalista ancora poco nota in Italia, Rebecca West firmo' una
serie di memorabili reportage sulla Jugoslavia, numerosi saggi letterari e
un'autobiografia ritenuta un vero classico del genere. Mattioli 1885
pubblica ora La famiglia Aubrey, primo volume dedicato alla sua infanzia,
rivissuta e descritta con gli occhi divertiti di una bambina"]

Quando Cicely Isabel Fairfield si presento' presso la redazione del
settimanale femminista "Freewoman", il periodico nato per dare voce al
movimento delle suffragette, aveva poco piu' di diciannove anni. Alle sue
spalle, pero', lasciava gia' una breve, quanto intensa carriera da poetessa
dilettante.
Proprio in quel periodo, all'incirca attorno al 1910, la Fairfield fece la
conoscenza di quello che, tra alti e bassi, per dieci anni divenne il suo
compagno di vita: Herbert G. Wells. Per quanto contrastato, il suo rapporto
con l'autore dell'Isola del dottor Moreau e dell'Uomo invisibile la segnera'
per sempre, anche se sarcasticamente, a relazione oramai finita, lei
descrivera' l'ex compagno come "una vecchia zitella smarrita tra i
romanzieri".
Anticonformista, libera nei gusti e incurante delle conseguenze delle
proprie scelte, un paio di anni prima Cicely Fairfield si era avvicinata
alla scena teatrale, studiando all'Academy of Dramatic Art e tentando una
veloce quanto sfortunata carriera di attrice. Eppure, nonostante il
fallimento, fu proprio lavorando in teatro che la Fairfield prese la
decisione forse piu' importante di tutta la sua esistenza: dedicarsi al
giornalismo e cambiare il proprio nome con quello di Rebecca West, l'eroina
di Rosmersholm, il dramma di Henrik Ibsen interpretato anche da Eleonora
Duse, al Teatro della Pergola di Firenze il 4 dicembre 1906, in un celebre
allestimento curato da Gordon Craig.
*
Libera di scegliere
Nata nel 1892, da madre scozzese e padre irlandese, Rebecca West era
cresciuta tra la Scozia e l'Inghilterra. Proprio al carattere scozzese la
scrittrice attribuira' la sua riconosciuta verve da polemista. Un talento
polemico che, in pochissimo tempo, riusci' ad aprirle le porte di importanti
giornali - da "The Star", "Daily News", a "New Statesman" - che se la
contesero come collaboratrice. Il ruolo piu' importante, pero', fu quello
ricoperto al "Clarion", una rivista socialista di cui la West divenne
caporedattrice. La capacita' di cogliere per tempo gli avvenimenti politici
piu' importanti, l'acume e la scioltezza della scrittura uniti al suo
impegno civile sancirono per lei un successo che si rivelera' duraturo. I
suoi corsivi e i suoi commenti, segnati da una buona dose di ironia, le
permisero inoltre di distinguersi dagli autori piu' intellettualistici del
periodo, meno coraggiosi nel prendere posizioni non sempre popolari in
vicende di rilevanza internazionale.
Nel 1913, il suo saggio The Sterner Sex suscito' un certo interesse nel
mondo delle lettere, ma e' solo nel 1933 che Rebecca West riusci' ad
affermarsi oltre che che come giornalista, anche come attivista per i
diritti delle donne, ruolo che le stava particolarmente a cuore. Nel '33,
infatti, apparve A Reed of Steel, un ritratto di Emmeline Pankhurst, figura
chiave delle suffragette, nel quale la West, pero', avanzava qualche
diffidenza verso la politica espressa dal movimento per i diritti civili e
politici delle donne noto come "Pankhurst's Women's Social and Political
Union". Come giornalista, Rebecca West scelse di focalizzare i propri
interessi principalmente sulla politica estera, dedicando particolare
attenzione alle ripercussioni dell'affaire Dreyfus, alla rivoluzione russa
del 1917 e - dopo la seconda guerra mondiale, come confermano le sue
inchieste e le testimonianze raccolte al processo di Norimberga - per la
denuncia di genocidi e crimini di massa.
I suoi articoli rivelano sempre un piglio appassionato e militante, che nei
suoi ricordi autobiografici la scrittrice ricondurra' agli insegnamenti
"progressisti e democratici" del padre giornalista. Comunque sia,
l'entusiasmo e la passione per la rivoluzione d'ottobre in lei ebbero vita
breve, sostituiti presto da altri entusiasmi e da altre simpatie. Entusiasmi
che - come nel suo sporadico e a tratti maldestro appoggio al maccartismo -
le attireranno non poche critiche, che cresceranno in maniera proporzionale
al suo successo. In pochi anni, infatti, la West riusci' ad annoverare
collaborazioni con testate prestigiose, del calibro del "New Yorker", "New
Republic", del "Sunday Telegraph" e dell'"Herald Tribune" e "The Bookman".
L'intensa attivita' giornalistica, pero', non le impedi' di dedicare spazio
e tempo alla stesura di numerosi libri, fra i quali spicca lo straordinario
diario di viaggio nei Balcani, pubblicato nel 1942 con il titolo Black Lamb
and Grey Falcon. Opera intrapresa cinque anni prima, Black Lamb and Grey
Falcon e' la minuziosa quanto preziosa descrizione della storia e della
tradizione di un territorio ricco di fascino e tutto sommato poco conosciuto
dai lettori di lingua inglese. In novecento densissime pagine l'autrice
riesce nella non facile impresa di restituire quel fascino e quelle
tradizioni in tutta la loro complessita', con il respiro degno dei piu'
grandi reportage del XX secolo. Citta' e campagne della Serbia, della
Macedonia, della Croazia, del Montenegro, ma anche di Slovenia e Kosovo sono
percorsi da uno sguardo capace di cogliere in un solo movimento il presente
e il passato, offrendo al tempo stesso un'analisi precisa e puntuale e una
ampiezza di riferimenti tale da rendere l'opera ancora utile per la
comprensione di una vicenda, quella balcanica, ferita da secoli di guerre e
divisioni. Pubblicato nel 1941, durante l'occupazione nazifascista dei
Balcani, il titolo del reportage allude alla ballata del falco grigio e
narra la storia del profeta Elia che, alla vigilia della battaglia del 1389,
sotto le sembianze di un rapace, arriva nel Kosovo al cospetto di Zar Lazar,
il condottiero dei principi cristiani, per portargli il proprio vaticinio
sulla guerra che si appresta a condurre.
Di casa nei salotti e ai ricevimenti dell'intellighenzia del Regno Unito,
divisa tra onorificenze conferite come giurata e premi letterari di grande
prestigio ricevuti come autrice, Rebecca West spese gran parte della propria
vita per portare a termine i suoi ambiziosi progetti letterari, ma non
trascuro' neppure la piu' divertita mondanita'. Amante e compagna, per un
certo periodo, di Charlie Chaplin e del magnate delal carta stampata Max
Beaverbrook, oramai giunta all'apice del proprio successo, soltanto due anni
prima della morte avvenuta il 15 marzo del 1983, Rebecca West accettera' la
sfida di interpretare se stessa nel film Reds di Warren Beatty.
Diversamente da quanto successo nei paesi di lingua inglese, per molti anni
Rebecca West e' stata quasi completamente ignorata dall'editoria italiana.
Solo di recente, grazie alle scelte della casa editrice torinese Edt che ha
pubblicato in piu' volumi il suo reportage Viaggio in Jugoslavia, alla
Tartaruga che nel 1994 ha dato alle stampe Il sale della terra per la cura
di Maria Del Sapio Garbero e, soprattutto, grazie a Mattioli 1885 la rotta
sembra essersi invertita. Dopo il romanzo breve Parthenope (traduzione di
Francesca Frigerio, pp. 86, euro 7), infatti, la Mattioli ha da poco mandato
in libreria un lavoro chiave nella bibliografia e per la comprensione della
West, La Famiglia Aubrey (pp. 430, euro 20).
*
Musica di famiglia
Scritto nel 1956, The Fountain Overflows - questo il titolo originale - e'
il primo volume di una trilogia che comprende This Real Night e Cousin
Rosamund, usciti postumi rispettivamente nel 1987 e nel 1988. La traduzione
efficace e raffinata di Francesca Frigerio rende finalmente giustizia allo
stile della West, ridotto, tagliato, eccessivamente semplificato dalla
precedente edizione del volume, risalente al 1958, e pubblicata dalla Sugar
nella versione di Ada Salvatore. Come osserva la Frigerio nella sua
postfazione, l'edizione della Sugar apportava tagli e semplificazioni
decisamente poco funzionali alla ricchezza e alle sfumature di un testo
dalla straordinaria vivacita' espressiva e dalla policromia sorprendente,
nascondendone la varieta' delle descrizioni e la complessita' dei
personaggi.
Opera in gran parte autobiografica, la stesura della Famiglia Aubrey
impegno' l'autrice per molti decenni e gli avvenimenti descritti risultano
calcati sulla scansione cronologica e dei luoghi che segnarono la sua
"educazione sentimentale" in corso d'opera. Gia' all'inizio del romanzo e'
la piccola Rose - voce narrante facilmente identificabile con la stessa
West - a informarci che la famiglia e' impegnata nell'ennesimo trasloco. Una
famiglia che non teme gli spostamenti, quella della piccola Rose, e che si
ritrova a passare da Edimburgo a Londra, seguendo le tracce del padre,
giornalista di una qualche ambizione, con la passione sconsiderata per il
gioco e imprecisate velleita' autoriali. La madre Claire e' una pianista di
talento, ma anche una donna dalla pazienza infinita. E' proprio lei,
infatti, a rappresentare il cuore della famiglia attorno a cui gravitano le
figlie Cordelia, Rose e Mary - tutte e tre musiciste - e il piccolo Richard
Quin. Nonostante le difficolta' economiche, con sforzi che la West non esita
a definire immani, la madre si accollera' l'onere di assicurare alla
famiglia un'esistenza decorosa.
E' attorno a questo cerchio familiare che ruotano le presenze, costanti nel
romanzo, della cugina Constance, di Rosamund e di tutta una pletora di
personaggi che si susseguono, entrando e uscendo dall'incantato "mondo
Aubrey". Tutti piu' o meno consapevoli di toccare un mondo altro, forse piu'
vicino al cielo che alla terra dei "grandi". Il segreto delle sorelle Aubrey
e' nascosto nelle stanze segrete della loro fantasia radiosa, tra le pieghe
di una storia a misura di bambina che la West racconta con grazia e misura.
Nonostante le mille difficolta' della famiglia, colpisce la fierezza di Rose
nel descrivere persino nei movimenti piu' intimi l'emozione e l'orgoglio di
coltivare la musica come una passione per cui dare la vita.
Le ore migliori del giorno e della notte vengono consumante in lunghi
esercizi, ma quasi senza sforzo, come se tutto in fin dei conti non fosse
altro che un gioco o un dono. Tutti i personaggi, in questa sorta di
autobiografia corale, suonano. Dalla madre Claire, pianista di fama
nonostante l'abbandono delle scene, alla figlia Cordelia, tenacemente
attaccata alle corde del violino, benche' priva di talento, fino a Rose,
pianista in erba, e Mary, destinata al successo. Ma suona anche il solo
maschio di famiglia - il padre e' quasi assente dalla scena - ovvero il
fratellino Richard, flautista dotato ma solo per divertimento, giocatore di
cricket, veloce risolutore di problemi di logica matematica.
*
Una gioiosa disciplina
La musica, per le sorelle Aubrey e' come una sfida da combattere ogni giorno
con disciplina, ma soprattutto un insegnamento alla riuscita nel mondo, non
in termini di successo, ma di condotta etica e resistenza morale. E' grazie
alla musica che tutto avviene, perche' la vita ha senso viverla solo dentro
i sogni, e mai dietro alle convenzioni, ai conformismi borghesi, alle
aspettative che "si addicono" all'essere donna.
Ricca di rimandi temporali, di continui passaggi tra il reale e
l'immaginario descritti minuziosamente e annotati con una felicita' rara e
priva di cadute o di smagliature, la storia delle sorelle Aubrey e' in grado
di restituire al lettore una trama incredibilmente aperta, quasi
"postmoderna", se si considera il periodo in cui fu scritta. Nel regno delle
infinite possibilita' delle sorelle Aubrey, sorrette dallo sguardo inesausto
della madre, appoggiate all'affetto piu' o meno interessato di amici,
parenti e conoscenti, c'e' sempre una via di fuga. Come se nell'infanzia la
West intravvedesse una lente diversa da cui sbirciare per liberare lo
sguardo oltre il giardino di un mondo altrimenti in frantumi.
*
Postilla biobibliografica. Rebecca West. Una donna in viaggio dentro il
secolo breve
Viaggiatrice inesausta, scrittrice, appassionata di cinema e di moda,
giornalista combattiva, autrice di programmi radiofonici, nel corso della
sua lunga esistenza Rebecca West - nata il 21 dicembre 1892, scomparsa il 15
marzo 1983 - ha pubblicato moltissimi libri. Da reportage di viaggio come
Black Lamb and Grey Falcon, a romanzi come The Return of the Soldier, fino a
testi solo all'apparenza piu' insoliti, come a A Train of Powder, uno studio
sulla pratica fin troppo comune del tradimento, durante e dopo la seconda
guerra mondiale. Tra i suoi libri tradotti, Viaggio in Jugoslavia e La
vecchia Serbia pubblicati da Edt, Il sale della terra (La Tartaruga) e
Parthenope (Mattioli 1885), pubblicato nel 1959 sulle pagine del "New
Yorker". Sempre da Mattioli 1885 e' annunciata l'uscita dei due volumi
dell'autobiografia che si affiancheranno alla Famiglia Aubrey.

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NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
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Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it
Numero 201 del 14 agosto 2008

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