La nonviolenza e' in cammino. 1467



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1467 del 2 novembre 2006

Sommario di questo numero:
1. Aut aut
2. Maso Notarianni: Bambini
3. Valeria Ando': Parole e silenzio nei conflitti
4. Brett Neilson: Gayatri Chakravorty Spivak legge Gramsci
5. Sandro Mezzadra presenta "Dopo l'impero" di Paul Gilroy
6. L'agenda "Giorni nonviolenti" 2007
7. Indice dei numeri 796-826 (gennaio 2005) de "La nonviolenza e' in
cammino"
8. La "Carta" del Movimento Nonviolento
9. Per saperne di piu'

1. EDITORIALE. AUT AUT
[Gabriele Torsello, giornalista, fotografo e documentarista freelance,
collaboratore di movimenti umanitari, impegnato contro la guerra e contro le
violazioni dei diritti umani, e' stato rapito in Afghanistan sabato 14
ottobre 2006]

Si salvi la vita di Gabriele Torsello.
Si salvi la vita di tutte le persone afgane.
Cessi la guerra terrorista e stragista.
L'Italia cessi di partecipare alla guerra, e contro la guerra si impegni.
L'Italia denunci le stragi commesse dalla Nato, coalizione di cui fa parte,
e imponga che la Nato cessi ogni attivita' stragista.
L'Italia cessi di essere uno stato terrorista e torni al rispetto del
diritto internazionale e della legalita' costituzionale.
*
Si e' data questa estate una prova penosa, una di quelle situazioni nelle
quali si deve dire un si' o un no.
Il governo - il nuovo governo, quello della coalizione democratica che aveva
vinto le elezioni perche' si opponeva alla coalizione golpista
berlusconiana - ha scelto di continuare nell'illegale e criminale
partecipazione militare italiana alla guerra terrorista e stragista in
Afghanistan.
Dell'intero parlamento solo quattro parlamentari su mille hanno votato no
alla guerra. Solo quattro parlamentari sono restati fedeli alla Costituzione
della Repubblica Italiana: tutti gli altri si sono macchiati le mani di
sangue, hanno commesso un crimine orrendo, e per commettere questo crimine
hanno violato la legge fondamentale del nostro ordinamento giuridico.
*
E nel paese, come si dice, non vi e' stata un'opposizione rilevante alla
scellerata, assassina prosecuzione della illegale e criminale partecipazione
militare italiana alla guerra afgana terrorista e stragista, neppure da
parte di quel coacervo di organizzazioni ed esperienze che amava chiamarsi
una volta "movimento per la pace": per molti esimi messeri e' bastato che a
fare la guerra terrorista e stragista fosse il governo "amico" perche' la
guerra divenisse accettabile, perche' gli omicidi non fossero piu' un
delitto, perche' le stragi divenissero quisquilie. Che infamia e che orrore.
Taluni, ancor piu' obnubilati e corrotti, si sono spinti alla perversione di
propalare atroci sofismi secondo cui avallare, sostenere, votare per la la
guerra, le uccisioni, le stragi, sarebbe ammissibile finanche dal punto di
vista della nonviolenza. Quale osceno, ripugnante capovolgimento della
logica e della morale. Quale ignobile, bestiale sovvertimento della verita'
e della dignita' umana. Che orrore e che infamia.
*
Di fronte all'orrore della guerra afgana che perdura dal 1979 non e'
permesso a  nessuno di proseguire in macabri giochi di parole che mascherano
decisioni assassine, che favoreggiano decisioni onnicide. Chi avalla la
guerra si fa complice della guerra, si fa complice degli assassinii di cui
essa consiste, si fa complice delle stragi, si fa complice del terrorismo.
Alla guerra occorre opporsi. Alle stragi occorre opporsi. Al terrorrismo (di
stato, di gruppo, individuale) occorre opporsi. Sempre.
*
L'Italia cessi di essere uno stato terrorista e torni al rispetto del
diritto internazionale e della legalita' costituzionale.
L'Italia denunci le stragi commesse dalla Nato, coalizione di cui fa parte,
e imponga che la Nato cessi ogni attivita' stragista.
L'Italia cessi di partecipare alla guerra, e contro la guerra si impegni.
Cessi la guerra terrorista e stragista.
Si salvi la vita di tutte le persone afgane.
Si salvi la vita di Gabriele Torsello.

2. AFGHANISTAN. MASO NOTARIANNI: BAMBINI
[Dal sito di "Peacereporter" (www.peacereporter.net) riprendiamo questo
articolo del 31 ottobre 2006 li' apparso col titolo "Presunti talebani.
Bambini ustionati dalle bombe Nato. Le loro facce sfigurate sono il volto
della guerra". Maso Notarianni, giornalista, e' impegnato in Emergency e
dirige "Peacereporter"]

Lashkargah, 31 ottobre 2006. Non so come si chiamino, non so nemmeno quanti
anni abbiano. Non erano molto in condizione di dirlo. Sono cinque "presunti
talebani" arrivati questa sera nell'ospedale di Emergency a Lashkargah, nel
sud dell'Afghanistan. Sono arrivati dall'area di Kajaki, nella zona
orientale della provincia di Helmand, dopo un viaggio di ore nel deserto e
nella polvere. Ma sono arrivati, e per questo gia' sono stati fortunati.
L'uomo che li ha accompagnati fin qui ci ha raccontato che le bombe hanno
cominciato a cadere sul loro villaggio lunedi' sera. E ancora e ancora
bombe, ininterrottamente, fino a martedi' mattina. Due dei cinque "presunti
talebani" (o talebani, quando si fa in tempo a camuffarli) sono figli suoi.
Gli altri tre sono bambine kuchi, i nomadi dell'Afghanistan. Sono arrivate
accompagnate dalla sorella piu' grande. Ma nemmeno lei ha le parole per dire
i loro nomi e la loro eta'. Non ha parole piu' nemmeno per urlare la sua
rabbia verso il destino, la sorte, magari dio, o magari verso quei mostri di
metallo che sorvolano l'Afghanistan lasciando cadere ordigni che spianano
case, villaggi e vite umane nel nome della santa guerra al terrorismo,
quella che George W. Bush dice di portare avanti per conto di dio.
Non un gemito, mentre le pinzette sfogliano via la pelle bruciata dal loro
corpo. Non un lamento. Solo gli occhi vagano da una faccia all'altra degli
infermieri e dei medici che li circondano accudendoli con quanta piu'
delicatezza e' possibile.
*
Dalla redazione di "PeaceReporter", a Milano, mi dicono che nel nostro
civile mondo non ci sono ancora notizie di questo bombardamento. Come
probabilmente non ce ne saranno nemmeno domani. Ogni giorno arrivano
"presunti talebani" negli ospedali di Emergency da paesi e da villaggi anche
lontanissimi di cui nessuno sa nulla. I cui morti non vengono contati. E che
non hanno nemmeno l'onore di ricevere le scuse della Nato.
"Incidenti", anche loro. Criminalmente nascosti dal grande circo
dell'informazione che spedisce i suoi inviati sulle tracce di questo o
quell'occidentale scomparso ma non si degna di fare tre passi o
semplicemente voltare lo sguardo per raccontare quello che succede ogni
giorno in Afghanistan:  decine, centinaia di bambini come questi che vengono
bruciati vivi dal nostro umanitario intervento.

3. RIFLESSIONE. VALERIA ANDO': PAROLE E SILENZIO NEI CONFLITTI
[Ringraziamo Valeria Ando' (per contatti: andov at tele2.it) per questo
intervento. Valeria Ando', docente di Cultura greca all'Universita' di
Palermo, e' tra le promotrici ed animatrici presso quell'ateneo di un gruppo
di riflessione e di pratica di nonviolenza di genere; direttrice del Cisap
(Centro interdipartimentale di ricerche sulle forme di produzione e di
trasmissione del sapere nelle societa' antiche e moderne), tutor del
laboratorio su "Pensiero femminile e nonviolenza di genere", autrice di
molti saggi, ha tra l'altro curato l'edizione di Ippocrate, Natura della
donna, Rizzoli, Milano 2000. Opere di Valeria Ando': (a cura di), Saperi
bocciati. Riforma dell'istruzione, discipline e senso degli studi, Carocci,
Roma 2002; con Andrea Cozzo (a cura di), Pensare all'antica. A chi servono i
filosofi?, Carocci, Roma 2002; L'ape che tesse. Saperi femminili nella
Grecia antica, Carocci, Roma 2005]

Le parole ci danno esistenza simbolica nel mondo, ci fanno essere, in
relazione agli altri e alle altre. Con le parole diciamo il mondo e la
realta', diamo esistenza e ci diamo esistenza. E se le parole sono vere e
vive, e non invece dette in una lingua gia' parlata, prevedibile, fissata da
altri, ma libere di dire la propria verita' su di se' e sul mondo, sono
straordinaria mediazione, modo per essere e per comunicare. Allora
l'esperienza diventa sapere, il vissuto competenza, la narrazione di se'
storia del proprio essere nel mondo.
Scambiare parole vere, dirsi, raccontarsi, in un ascolto che e' apertura
all'altro, con le sue ferite, la sua sofferenza, i suoi sentimenti e le sue
emozioni, apre orizzonti imprevisti di accoglienza e di amore. Esistere in
due nello scambio di parola, esserci con liberta' e verita': e' questo il
modo in cui il pensiero trova strade nuove, gli ostacoli vengono rimossi, le
pietre lungo il cammino si sgretolano, grumi anneriti di sangue si
sciolgono. Un nuovo universo si dischiude, una nuova immagine di se',
autentica e vera, si presenta all'altro e al mondo, senza menzogne,
finzioni, scudi o false costruzioni. Esistiamo finalmente: siamo noi, le
nostre parole ci danno identita', incontriamo l'altro nella verita'.
Il silenzio invece, quando non e' raccoglimento mistico o espressione di
indicibile, e' vuoto di esistenza simbolica: blocca l'essere nello stato
dell'afasia, lo condanna alla solitudine, impedisce la comunicazione e la
relazione col mondo.
Per questo, parole autentiche, che dicono la nostra verita' e la verita'
dell'altro, sono quelle da imparare a pronunciare nei conflitti, con
umilta', quando la violenza del silenzio rischia di condannarci alla non
esistenza.

4. RIFLESSIONE. BRETT NEILSON: GAYATRI CHAKRAVORTY SPIVAK LEGGE GRAMSCI
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 ottobre 2006.
Brett Neilson e' docente all'Universita' di Sydney.
Su Gayatri Chakravorty Spivak riproduciamo la seguente scheda apparsa sul
quotidiano "Il manifesto" del primo febbraio 2005: "Gayatri Chakravorty
Spivak e' nata il 24 febbraio 1942 a Calcutta dove si e' laureata. Nel 1960
e' andata a studiare negli Stati Uniti, alla Cornell University, dove ha
preso un master nel 1962 e il PhD nel 1967. Ha insegnato inglese e
letteratura comparata in numerose universita', tra cui Stanford, Santa Cruz
e la Goethe-Universitat a Francoforte. E' Avalon Foundation Professor nelle
Humanities alla Columbia University di New York dove insegna dal 1991. Non
ha mai voluto prendere la cittadinanza statunitense. Nel 1976 ha tradotto De
la Grammatologie di Jacques Derrida firmando una prefazione che l'ha resa
famosa. Ha scritto piu' di cento saggi, sparsi in volumi collettanei: alcuni
di essi sono raccolti nei suoi pochi libri. In Italia, i suoi primi testi a
essere tradotti sono stati due saggi: "Decostruire la storiografia",
contenuto in Subaltern Studies, Modernita' e (post)colonialismo, pubblicato
da Ombre corte nel 2002; e "La politica delle interpretazioni" nel volume
collettaneo Spettri del potere, edito da Meltemi nel 2002. Sempre Meltemi ha
curato la traduzione di Morte di una disciplina (2003) e ora del volume A
Critique of Postcolonial Reason (Harvard University Press, 1999), nelle
librerie italiane con il titolo Critica della ragione postcoloniale. Verso
una storia del presente in dissolvenza.Tra i suoi testi pubblicati in
inglese ricordiamo: In Other Worlds: Essays in Cultural Politics, Methuen,
New York 1987; The Post-Colonial Critic: Interviews, Strategies, Dialogues,
ed. Sarah Harasyn, Routledge, New York 1990; Outside in the Teaching
Machine, Routledge, New York, 1993".
Antonio Gramsci, nacque ad Ales, in provincia di Cagliari, nel 1891. Muore a
Roma il 27 aprile 1937. La sua figura e la sua riflessione, dal buio del
carcere fascista, ancora illumina la via per chi lotta per la dignita'
umana, per un'umanita' di liberi ed eguali. Opere di Antonio Gramsci:
l'edizione critica completa delle Opere di Antonio Gramsci e' ancora in
corso di pubblicazione presso Einaudi. E' indispensabile la lettura delle
Lettere dal carcere e dei Quaderni del carcere. Opere su Antonio Gramsci:
nell'immensa bibliografia gramsciana per un avvio si vedano almeno le
monografie di Festa, Fiori, Lajolo, Lepre, Paladini Musitelli, Santucci,
Spriano]

Cosa rappresenta l'eredita' di Antonio Gramsci per il pensiero politico del
presente? Forse non e' esagerato dire che oggi la lettura di Gramsci ha
raggiunto un minimo storico nel Nord del mondo, e quando pure Gramsci viene
letto e' spesso per dichiarare la sua irrelevanza. Basta citare il titolo di
un libro pubblicato l'anno scorso in Canada, Gramsci is Dead di Richard Day,
o consultare il sito di un altro studioso molto piu' acuto, Jon Beasley
Murray, che attualmente sta scrivendo un libro intotolato Posthegemony e
sostiene che il concetto di egemonia non e' adeguato per analizzare la
presente organizzazione del potere (posthegemony.blogspot.com).
*
Il ritorno in Italia
In Italia e' palese che una parte dell'ultima generazione politica, quella
etichettata molto problematicamente come no-global, lavora con una cassetta
di attrezzi concettuali assai diversa da quella gramsciana: sussunzione
reale invece di egemonia, moltitudine invece di subalterno, cognitariato
invece di intellettuale organico, esodo invece di rivoluzione passiva,
postfordismo invece di fordismo. E' sufficiente pero' soffermarsi su questi
ultimi due concetti (ricordando che il prefisso "post" indica non solo una
rottura ma anche una continuita') per rendersi conto che l'eredita' di
Gramsci non e' totalmente dispersa in Italia. Questo in aggiunta al fatto
che il suo pensiero sta tornando nel suo paese d'origine tramite flussi
transnazionali, soprattutto quelli associati alla diffusione dei cosiddetti
studi postcoloniali.
Segnale eloquente di questo flusso di ritorno e' l'invito rivolto a Gayatri
Chakravorty Spivak, nota non solo come una dei principali esponenti degli
studi postcoloniali nel mondo ma anche come una pensatrice femminista di
rilievo, a parlare di "Gramsci nella storia del presente" la scorsa
settimana a Bologna. Il seminario, organizzato dall'Istituto Gramsci
dell'Emilia Romagna, la rivista "Studi culturali", il dipartimento di
politica, istituzioni, storia dell'universita' di Bologna e il Johns Hopkins
University Sais Center, e' nato proprio dalla volonta' di riconoscere il
proficuo influsso che il pensiero gramsciano ha esercitato sugli studi
postcoloniali.
A partire dai primi anni Settanta, gli scritti di Gramsci sono infatti
diventati un punto di riferimento importante per i teorici critici che hanno
subito l'esperienza del colonialismo, sia quelli che hanno traslocato nelle
metropoli occidentali sia quelli che vivono tuttora nel Sud del mondo.
Esempi importanti sono, a questo riguardo i lavori di Stuart Hall, un
giamaicano emigrato nel Regno Unito, fra i protagonisti dei primi studi
culturali che ha reinterpretato la categoria di egemonia per riconcepire le
relazioni razziali-etniche di potere e lanciare una delle prime critiche al
neoliberismo nella Gran Bretagna di Thatcher. Esemplare e' al proposito
l'assunzione del pensiero di Gramsci nella "Subaltern Studies Collective" di
Calcutta, di cui la Spivak ha fatto parte per tanti anni, per studiare il
ruolo del contadino indiano e di altre figure sociali subalterne nela lotta
anticoloniale.
L'invito a Spivak perche' parlasse di Gramsci a Bologna da un lato suona
come un riconoscimento del confronto avviato dal Sud del mondo con questo
pensatore italiano. Dall'altro lato, pero', essendo Spivak una docente
prestigiosa della altrettanto prestigiosa Columbia University di New York,
registra la tendenza tutta italiana ad importare con un certo ritardo le
mode del mondo intellettuale statunitense. Infatti Spivak, consapevole di
questa dinamica, ha approfittato dell'invito per intraprendere un detour
tramite gli scritti di Gramsci ed esplorare quello che lei descrive come il
suo "totale doppio legame individuale": una condizione dovuta al fatto di
non essere solo docente in una delle universita' piu' potenti del mondo ma
di avere anche lavorato negli ultimi vent'anni come insegnante di "bambini
subalterni" in alcune scuole delle provincie piu povere del Bengala.
*
L'intellettuale e il subalterno
A partire dai saggi di Gramsci sull'istruzione - che enfatizzano non solo le
potenzialita' della scuola nella "guerra di posizione" contro le elite, ma
anche l'esigenza di instaurare una certa disciplina nell'alunno tramite
lezioni in latino e greco - Spivak struttura il suo intervento sulla memoria
personale della sua esperienza in Bengala, per poi lanciare una critica alle
iniziative volte a migliorare la situazione nel Sud globale tramite
aggiustamenti top-down, dall'alto in basso: il "paternalismo autoimmune" o
"l'imprenditorialita' morale" delle Ong, cosi' come gli sforzi di
personalita' "eccellenti" quali il premio Nobel per l'economia Joseph
Stiglitz, che cercano di ridisegnare il Washington consensus. Secondo Spivak
cio' che e' assente in queste iniziative e' precisamente cio' che Gramsci le
ha insegnato: come "ripensare l'interfaccia epistemica tra l'intellettuale e
il subalterno", o come agire politicamente nel Sud "senza sparire
nell'etico".
La posta in gioco per Spivak non e' solo quella di una istruzione radicale
(sviluppata sulla scorta di Gramsci dal noto pedagogista brasiliano Paolo
Freire), ma un'indagine su come "l'imaginazione puo' creare una storia
dell'impossible, costruendo altri presenti per contestare il mio". Oppure,
per ricordare il suo elegante sommario di quanto ha imparato da Gramsci:
"come imparare ad imparare da sotto". Come puo' l'intellettuale convincere
il subalterno invece di constringerlo, essendo lo spazio fra i due pieno di
interpreti? E' questa la domanda che Spivak affronta tramite la lettura di
Gramsci, proponendo una risposta in tre momenti: l'aula, la lingua, il
genere.
Per quanto riguarda il primo, e' palese che la Spivak non propone quello che
Dipesh Chakrabarty, nel suo Provicializzare l'Europa (Meltemi), definisce
postcolonialismo pedagogico: una politica che cerca di trasformare il
subalterno in un obbediente cittadino dello stato moderno. Anzi, dato che il
subalterno e' gia' formalmente cittadino di uno stato moderno ma escluso dai
processi non solo giuridici, la sfida e' di lavorare con il subalterno per
accedere ad uno spazio politico in cui egli puo' interrompere la narrativa
dominante della globalizzazione. Per fare questo pero' non e' abbastanza
insegnare nell'aula del subalterno. E' anche necessario istruire gli
istruttori, nonche', aggiunge Spivak ricordando implicitamente il suo
impegno alla Columbia, istruire le elite.
A proposito della lingua, e premettendo che Gramsci non sarebbe oggi tra
coloro interessati ad accedere ai circuiti globali dominanti con l'aiuto di
un interprete, e' solo necessario ricordare il suo interesse per i dialetti
italiani. Lo sforzo epistemico di contro-globalizzazione, sostiene Spivak,
non e' empiricamente globale.
In relazione al genere, Spivak insiste sul bisogno di andare oltre un
femminismo recriminatorio - come quello di Teresa De Lauretis quando
sostiene che Gramsci avrebbe usato le due donne della sua vita. Il contatto
fra il femminismo e Gramsci sta piuttosto nel nesso fra agency e
soggettivita' e, per Spivak, coinvolge una politica molta pragmatica che fa
tutt'uno con la sua lotta di insegnante nel Bengala per tenere le bambine
nella sua classe.
*
Tra nostalgia e rimozione
Tutto questo dimostra che Spivak non lavora per un ritorno a mo' di
"restaurazione" di Gramsci, ne' in Italia ne' altrove. Quello che le
interessa e' piuttosto la lezione di Gramsci e la sua eredita'. Come
sappiamo dal Nietzsche di Sull'utilita' e il danno della storia per la vita,
il tentativo di dichiarare un nuovo inizio puo' essere tanto pericoloso
quanto l'adesione cieca alla tradizione; per usare altre parole, l'amnesia
e' tanto problematica quanto la nostalgia. Il rientro di Gramsci in Italia
tramite gli studi postcoloniali puo' essere inteso come un ritorno solo se
si tratta il passato "come un altro paese", per riprendere un'espressione
dello storico inglese Eric Hobsbawm.
L'intervento di Spivak pone comunque domande importanti non solo a proposito
di Gramsci ma in relazione a tutta la politica moderna che, analogamente a
Gramsci, e' stata dichiarata morta. Come teorici politici abbiamo infatti la
responsibilita' di riconsiderare la politica moderna e decidere quanto di
quel passato dobbiamo tenerci? O la situazione e' rovesciata come per quelli
a cui nel Sud del mondo e' capitato di leggere Gramsci? Nel senso che non
sono loro o noi a scegliere l'eredita' ma e' l'eredita', tramite i conflitti
a cui partecipiamo, che ci sceglie?

5. LIBRI. SANDRO MEZZADRA PRESENTA "DOPO L'IMPERO" DI PAUL GILROY
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 22 aprile 2006.
Sandro Mezzadra insegna storia del pensiero politico contemporaneo e studi
coloniali e postcoloniali al'Universita' di Bologna, e' membro della
redazione di "Filosofia politica" e di "Scienza & Politica"; i suoi
principali argomenti di ricerca sono la storia delle scienze dello Stato e
del diritto in Germania tra Otto e Novecento, la storia del marxismo, la
teoria critica della politica: globalizzazione, cittadinanza, movimenti
migratori, studi postcoloniali. Pubblicazioni principali: von Treitschke, La
liberta', Torino 1997 (cura e introduzione); La costituzione del sociale. Il
pensiero politico e giuridico di Hugo Preuss, Bologna 1999; Diritto di fuga.
Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Verona 2001; Marx, Antologia di
scritti politici, Roma 2002 (cura e introduzione, con Maurizio Ricciardi);
Marshall, Cittadinanza e classe sociale, Roma-Bari 2002 (cura e
introduzione).
Paul Gilroy, sociologo e studioso afro-britannico, gia' professore di
sociologia al Goldsmith's College dell'Universita' di Londra, insegna
sociologia e studi afro-americani alla Yale University. Tra le opere di Paul
Gilroy: There Ain't No Black In The Union Jack (1987), Small Acts: Thoughts
On The Politics of Black Cultures (1993), Rhapsodies in Black: Art of the
Harlem Renaissance (1997), Against Race: Imagining Political Culture beyond
the Color Line (2001); in italiano sono disponibili: The Black Atlantic
(2003) e Dopo l'impero (2006), ambedue presso la casa editrice Meltemi]

Il 15 febbraio del 2003 milioni di donne e uomini manifestarono in tutto il
mondo contro l'incombente guerra in Iraq. A New York, centinaia di persone
portarono con se' una bandiera blu scuro, con stampata la foto della terra
scattata nel 1972 dalla navicella Apollo. "E' un'immagine della Terra
emozionante", commenta Paul Gilroy nel suo ultimo libro, tempestivamente
tradotto in italiano da Meltemi (Dopo l'Impero. Melanconia o cultura
conviviale?, pp. 236, euro 19,50), "in cui la si vede isolata, piena,
delicata, senza centro". Proprio sullo sfondo di questa immagine - nonche'
della nuova "coscienza planetaria" che ha simbolicamente fatto irruzione
sulla scena politica mondiale con le manifestazioni del 15 febbraio 2003 -
Gilroy si impegna a ripensare il concetto di cosmopolitismo, che costituisce
uno dei due poli al cui interno si svolge la trama analitica di Dopo
l'Impero: l'urgenza di ridefinire un progetto politico cosmopolita
realisticamente praticabile guida d'altro canto la stessa analisi della
situazione britannica contemporanea, a cui e' dedicata la seconda parte del
volume.
*
Revival identitario
Noto in Italia soprattutto per il fortunato (e avvincente) The Black
Atlantic (Meltemi, 2003), Paul Gilroy e' uno dei fondatori dei "Black
British Cultural Studies" e uno dei piu' acuti analisti delle trasformazioni
contemporanee del razzismo: i suoi contributi al volume curato nel 1982 dal
"Centre for Contemporary Cultural Studies" di Birmingham, The Empire Strikes
Back: Race and Racism in 70s Britain (Hutchinson), sono ampiamente
riconosciuti come riferimenti classici nel dibattito internazionale
sull'argomento, al pari dei suoi libri successivi, There ain't no Black in
the Union Jack (Hutchinson, 1987) e Against Race: Imagining Political
Culture Beyond the Color Line (Belknap Press, 2000). In questo suo nuovo
lavoro, prosegue la critica - centrale in tutta la sua opera -
dell'assolutismo etnico e nazionalista che sottende il revival identitario
degli ultimi anni, individuando in esso la cifra insidiosa di un razzismo
che si riproduce oggi sostanzialmente attraverso retoriche "culturali" e
riferimenti al piano delle "civilta'".
Sia guardando al pianeta, sia guardando ad Albione, Gilroy individua, al
cuore del nostro presente globale, una tensione in qualche modo paradossale:
da una parte, infatti, inedite chance di approfondimento e radicalizzazione
di una democrazia finalmente sottratta all'ipoteca del nazionalismo si
presentano incarnate in nuove forme di attivismo transnazionale e in una
pratica quotidiana, "vernacolare", della convivenza e dello scambio
transculturale; dall'altra, foschi scenari di scontro tra civilta' e la
riscoperta di una pretesa "purezza" culturale dell'Occidente, anch'essi
materialmente tradotti in precise politiche, proiettano sul futuro prossimo
l'ombra di un passato - quello coloniale - troppo frettolosamente consegnato
agli archivi della storia.
Con la migliore critica postcoloniale, Gilroy e' anzi in generale convinto
che "il passato imperiale e coloniale continui a dar forma alla vita
politica dei paesi iper-sviluppati-ma-non-piu'-imperiali". Contro ogni
marginalizzazione di questa storia, considerata uno dei laboratori
essenziali al cui interno hanno preso forma sia la modernita' occidentale
sia il processo di globalizzazione, Gilroy si impegna in una critica
puntigliosa delle tendenze revisionistiche proliferate negli ultimi anni a
proposito dell'"eta' degli Imperi": una delle tesi fondamentali del suo
libro e' precisamente che uno degli scontri politicamente decisivi oggi si
giochi sull'interpretazione dell'eredita' del colonialismo. Se il Camp Delta
di Guantanamo Bay e' una buona metafora della tendenza alla riproduzione su
scala globale di tecniche di "governamentalita'" prettamente coloniali,
l'urgenza di inventare un nuovo cosmopolitismo e di consolidare le pratiche
di convivialita' transculturale si pongono in una linea di continuita' con
quanto di meglio hanno storicamente prodotto la resistenza e i movimenti
anticoloniali.
Uno degli aspetti piu' affascinanti del libro di Gilroy, in questo senso,
consiste proprio nel tentativo di far dialogare con la tradizione classica,
europea, del cosmopolitismo (analizzata attraverso riferimenti non sempre
scontati, come quelli a Montesquieu, a Leopardi e a George Orwell) una linea
di pensiero specificamente black che, da W. E. B. Du Bois a C. L. R. James,
da Aime' Cesaire a Frantz Fanon, ha concretamente immaginato e articolato in
progetti politici l'unita' del pianeta a partire dall'esperienza della
dominazione razziale e coloniale. "Il mondo - scrive Gilroy - diventa un
posto differente" una volta che le storie di oppressione, sfruttamento e
resistenza documentate da questa linea di pensiero siano tenute nel debito
conto.
L'orizzonte al cui interno ricollocare il pensiero critico e l'azione
politica diventa, per Gilroy come per l'ultimo Edward Said, quello di un
nuovo umanesimo, capace di liberarsi di ogni carattere astratto e di
specificare continuamente il riferimento all'"essere umani" contro il
perdurante potere dei razzismi: lo stesso discorso dei "diritti umani"
finisce cosi' per presentarsi scisso tra il suo concreto utilizzo - ieri
come oggi - al servizio di specifiche imprese imperiali, e il suo potenziale
costituire uno standard critico da giocare contro ogni rapporto di
dominazione e di sfruttamento. A fare la differenza, come ben sapeva ad
esempio Malcolm X, e' il soggetto che si appropria di quel discorso e vi
inscrive le proprie rivendicazioni.
La storia del razzismo moderno e dei conflitti che attorno al significante
"razza" si sono dispiegati pone dunque il pensiero critico di fronte a una
straordinaria estensione delle sue coordinate spaziali di riferimento, che
coincidono oggi necessariamente con il mondo, e a un'intensificazione
altrettanto straordinaria della posta in palio, identificata da Gilroy
nientemeno che nel significato stesso dell'"essere umani". Nella radicalita'
di questi prolegomeni a un nuovo progetto di liberazione consiste la carica
maggiormente provocatoria di Dopo l'Impero. Al tempo stesso, Gilroy, la cui
analisi e' certo disincantata e ragionevolmente immune da ogni facile
ottimismo, sottolinea come i progetti politici in cui si esprimono i
tentativi di costruire un nuovo ordine imperiale, tanto su scala globale
quanto all'interno dell'Occidente abbiano - senza per questo negare la loro
pericolosita' e la loro efficacia - un'impronta essenzialmente reattiva:
essi costituiscono a suo giudizio specifiche espressioni di una "melanconia"
imperiale, sostenute da fantasie nostalgiche di un'epoca che si e' comunque
definitivamente conclusa.
*
Paradigmi vernacolari
Toni profondamente "melanconici" sosterrebbero ad esempio la critica del
multiculturalismo, attorno a cui si e' saldato in Gran Bretagna, in
particolare dopo l'11 settembre un vero e proprio consenso bipartisan. Anche
da questo punto di vista, l'analisi di Gilroy e' estremamente originale: la
sua difesa del multiculturalismo non e' la difesa di uno specifico modello
filosofico-politico o di determinate politiche governative di integrazione.
Da una parte, egli guarda al portato critico del discorso multiculturale,
cosi' come e' andato definendosi a partire dalla storia dei movimenti
antirazzisti in Gran Bretagna, e dunque a quell'opera di decostruzione
"della lingua e dei simboli dell'inglesita' e della britannicita'" che ne ha
posto in evidenza il portato escludente e il vincolo strettissimo con il
paradigma della whiteness. Dall'altra, quel che gli sta a cuore rivendicare,
anche attraverso l'analisi di materiali tratti dalla cultura popolare
britannica (dalla musica al cinema ai serial televisivi), e' la vitalita' di
un multiculturalismo inteso come pratica "vernacolare", come espressione di
un "antirazzismo spontaneo e ordinario", di "culture umane ibride" e di una
"storia creolizzata e cosmopolita" che quotidianamente sfidano (spiazzano)
sia l'idea di una Gran Bretagna bianca sia l'idea che tra le "culture"
esistano confini insuperabili.
Meno brillante di The Black Atlantic, Dopo l'Impero e' comunque un libro da
leggere con attenzione. Tanto piu' in una fase storica in cui
l'articolazione di razza e classe, come si legge nelle ultime pagine, sta
diventando - attraverso i movimenti migratori e le politiche che tentano di
governarli - un elemento fondamentale del capitalismo e della cittadinanza
in tutta Europa.
E' certamente da valorizzare, in questo senso, l'insistenza di Gilroy sulla
necessita' di un nuovo antirazzismo, capace di prendere congedo da posizioni
meramente difensive. Meno convincente risulta l'idea che per far cio' sia
necessario svincolare l'antirazzismo dalla persistente centralita' della
condizione, dei movimenti e delle lotte dei migranti in Europa. "Abbiamo
bisogno - scrive Gilroy - di inventarci un futuro in cui gli europei di
pelle scura, nelle loro varie sfumature, smettano di essere migranti". Puo'
essere un progetto degno di essere perseguito per il futuro, cosi' come e'
certamente condivisibile l'insistenza di Gilroy sul fatto che il razzismo in
Europa precede l'arrivo dei migranti: svincolare l'antirazzismo dal
riferimento alla centralita' delle migrazioni rischia tuttavia, qui e ora,
di spostare il conflitto politico su un terreno totalmente disincarnato e in
ultima istanza ideologico, paradossalmente cancellando (certo contro le
intenzioni di Gilroy) non solo la specifica condizione dei soggetti che
subiscono nel modo piu' duro il razzismo, ma anche quelle pratiche di
"antirazzismo spontaneo e ordinario" di cui i migranti sono oggi
protagonisti in tutta Europa.

6. STRUMENTI. L'AGENDA "GIORNI NONVIOLENTI" 2007

Come ogni anno le Edizioni Qualevita mettono a disposizione l'agenda-diario
"Giorni nonviolenti", un utilissimo strumento di lavoro per ogni giorno
dell'anno. Vivamente la raccomandiamo. Il costo di una copia e' di 9,50
euro, con sconti progressivi con l'aumento del numero delle copie richieste.
Per informazioni ed acquisti: Edizioni Qualevita, via Michelangelo 2, 67030
Torre dei Nolfi (Aq), tel. e fax: 0864460006, cell. 3495843946, e-mail:
qualevita3 at tele2.it

7. MATERIALI. INDICE DEI NUMERI 796-826 (GENNAIO 2005) DE "LA NONVIOLENZA E'
IN CAMMINO"

* Numero 796 del primo gennaio 2005: 1. Lidia Menapace ricorda Eliseo
Milani; 2. Vittorio Merlini: Una lettera da Krishnammal; 3. Giuliano
Pontara: La riconciliazione difficile; 4. Giovanni Paolo II: Non lasciarti
vincere dal male ma vinci con il bene il male; 5. Da tradurre: Emilia
Ferreiro, Vigencia de Jean Piaget; 6. Riletture: Germaine Greer, L'eunuco
femmina; 7. Riletture: Germaine Greer, La donna intera; 8. La "Carta" del
Movimento Nonviolento; 9. Per saperne di piu'.
* Numero 797 del 2 gennaio 2005: 1. Krishnammal Jagannathan: "Hai visto i
miei figli?"; 2. "Emergency" per le vittime del maremoto; 3. Giuliano
Pontara: Ripensare i diritti; 4. Maria Carrozza intervista Pat Patfoort; 5.
Theresa Wolfwood intervista Rosita Escobar; 6. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 7. Per saperne di piu'.
* "La domenica della nonviolenza", numero 2 del 2 gennaio 2005: 1. Lidia
Menapace: Con la memoria intera e l'azione nonviolenta che non uccide ne'
forza ma cambia tutto; 2. Giancarla Codrignani: Donne aguzzine; 3. Ida
Dominijanni: Abu Ghraib; 4. Ida Dominijanni: Dopo Lynndie piu' niente e'
come prima; 5. Ida Dominijanni: Lynndie e noi; 6. Ida Dominijanni: Una prova
di realta'; 7. Bia Sarasini: Se il generale e' una cattiva ragazza; 8.
Monica Lanfranco: Cio' che e' reale; 9. Germaine Greer: Quel che accade; 10.
Riletture: Francoise Sironi, Persecutori e vittime; 11. Una minima
bibliografia introduttiva; 12. Diotima: Alcuni siti; 13. Nonviolenza,
femminile singolare.
* Numero 798 del 3 gennaio 2005: 1. Alberto L'Abate: Una lettera dall'India
e un appello; 2. Silvano Tartarini: Mi abbono ad "Azione nonviolenta"
perche'... 3. Rocco Altieri: La scelta della poverta' volontaria per
ripensare l'economia e gli stili di vita; 4. Godelieve Mukasarasi: Dopo il
genocidio; 5. Letture: Arundhati Roy, L'impero e il vuoto; 6. Letture:
Kathryn Spink, Madre Teresa. Una vita straordinaria; 7. Riletture: Rigoberta
Menchu' Tam, Rigoberta, i maya e il mondo; 8. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 9. Per saperne di piu'.
* Numero 799 del 4 gennaio 2005: 1. Alex Zanotelli: Aboliamo il debito; 2.
Ileana Montini: Aggressivita' e potere; 3. Jean-Marie Muller: Le
possibilita' di una cultura della nonviolenza; 4. Marina Praturlon: Un
incontro con Fatema Mernissi a Roma; 5. Benito D'Ippolito: Quattro vecchi
volantini dei tempi della prima guerra del Golfo; 6. La "Carta" del
Movimento Nonviolento; 7. Per saperne di piu'.
* Numero 800 del 5 gennaio 2005: 1. Elie Wiesel: Quelle vittime innocenti;
2. Angela Dogliotti Marasso: Due chiare consapevolezze; 3. Angela Giuffrida:
La violenza delle donne; 4. Rocco Altieri: Un conflitto irrisolvibile?
(parte prima); 5. Elena Buccoliero: Mi abbono ad "Azione nonviolenta"
perche'... 6. Massimiliano Pilati: Mi abbono ad "Azione nonviolenta"
perche'... 7. La rivista di Aldo Capitini e Pietro Pinna; 8. La "Carta" del
Movimento Nonviolento; 9. Per saperne di piu'.
* Numero 801 del 6 gennaio 2005: 1. Peppe Sini: Un appello; 2. Riccardo
Orioles: Senza alcun padrone; 3. Marinella Correggia: Krishnammal che
resiste sulla costa; 4. Rocco Altieri: Un conflitto irrisolvibile? (parte
seconda); 5. Riletture: Amos Oz, Contro il fanatismo; 6. La "Carta" del
Movimento Nonviolento; 7. Per saperne di piu'.
* Numero 802 del 7 gennaio 2005: 1. Giulio Vittorangeli: L'anno che sta
arrivando; 2. Maria G. Di Rienzo: il processo del consenso e i suoi
vantaggi; 3. Diotima: Una presentazione e una bibliografia essenziale; 4. La
"Carta" del Movimento Nonviolento; 5. Per saperne di piu'.
* Numero 803 dell'8 gennaio 2005: 1. Jan Oberg, Gudrun Schyman, Christina
Spaennar: L'anno nuovo nel segno dello tsunami; 2. David H. Albert: Un
appello da Krishnammal; 3. Enrico Peyretti: Molti Schindler: dunque si
poteva resistere al nazismo (parte prima); 4. Il "Cos in rete" di gennaio;
5. Da tradurre: Maria da Graca Azenha, Constructivismo. De Piaget a Emilia
Ferreiro; 6. Da tradurre: Maria da Graca Azenha, Imagens e letras; 7. La
"Carta" del Movimento Nonviolento; 8. Per saperne di piu'.
* Numero 804 del 9 gennaio 2005: 1. Benito D'Ippolito: Ci verra' chiesto
conto; 2. Per agevolare il rientro e la partenza degli immigrati residenti
in Italia e originari dei paesi colpiti dal maremoto; 3. Enrico Peyretti:
Molti Schindler: dunque si poteva resistere al nazismo (parte seconda e
conclusiva); 4. Lidia Menapace: Alle radici della crisi della sinistra; 5.
Letture: Amnesty International, Repubblica Democratica del Congo. La guerra
dimenticata; 6. Letture: Oswald Ducrot, Jean-Marie Schaeffer, Nouveau
dictionnaire encyclopedique des sciences du langage; 7. Riletture: Rosa
Rossi, Giovanni della Croce. Solitudine e creativita'; 8. La "Carta" del
Movimento Nonviolento; 9. Per saperne di piu'.
* "La domenica della nonviolenza", numero 3 del 9 gennaio 2005: 1. Susan
Sontag ricorda Rachel Corrie; 2. Maria G. Di Rienzo: Genere e conflitti; 3.
Libreria delle donne di Milano: Alcune site amiche.
* Numero 805 del 10 gennaio 2005: 1. Giobbe Santabarbara: Tre tesi sulla
nonviolenza; 2. Bruno Segre: Una bibliografia per non dimenticare la Shoah;
3. Donatella Di Cesare: Maria Zambrano, gesti aurorali; 4. Libreria delle
donne di Milano: Alcuni siti internazionali di donne; 5. La "Carta" del
Movimento Nonviolento; 6. Per saperne di piu'.
* Numero 806 dell'11 gennaio 2005: 1. Vandana Shiva: Un avviso; 2. Bruno
Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte prima); 3. Ileana Montini: Sul
futuro dell'Europa; 4. Giancarla Codrignani: Senso e nonsenso del vincere;
5. Lidia Ravera: Siamo donne o caporali? 6. Franca D'Agostini ricorda
Eugenio Garin; 7. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 8. Per saperne di
piu'.
* Numero 807 del 12 gennaio 2005: 1. Giulio Vittorangeli: L'apparente
aridita' delle cifre; 2. Corrie Pikul: Lo tsunami e le donne; 3. Bruno
Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte seconda); 4. Haifa Zangana: Donne
e democrazia in Iraq; 5. Nelson Mandela: Un figlio e la verita'; 6.
Giampaolo Calchi Novati: Nelson Mandela testimone e guida della lotta contro
l'Aids; 7. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 8. Per saperne di piu'.
* Numero 808 del 13 gennaio 2005: 1. Sergio Paronetto: I volti, la
nonviolenza; 2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte terza); 3.
Maria G. Di Rienzo: Come gestire i rapporti con i mezzi d'informazione; 4.
La "Carta" del Movimento Nonviolento; 5. Per saperne di piu'.
* Numero 809 del 14 gennaio 2005: 1. Bruno Segre: Per non dimenticare la
Shoah (parte quarta); 2. Una conversazione con Agnese Ginocchio; 3.
Francesca Lazzarato ricorda Pinin Carpi; 4. Gianni Vattimo ricorda Eugenio
Garin; 5. Letture: Pat Carra, Orizzonti di boria; 6. Letture: Vilma Costetti
(a cura di), Comunicazione & potere; 7. Letture: Nicoletta Crocella,
Attraverso il silenzio; 8. Letture: Annamaria Vitale (a cura di), Per una
storia orizzontale della globalizzazione; 9. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 10. Per saperne di piu'.
* Numero 810 del 15 gennaio 2005: 1. Enrico Peyretti: Liberi dall'uccidere;
2. Maria G. Di Rienzo: La citta' dei diritti umani; 3. Bruno Segre: Per non
dimenticare la Shoah (parte quinta); 4. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 5. Per saperne di piu'.
* Numero 811 del 16 gennaio 2005: 1. Alcune persone del "Centro studi Sereno
Regis" di Torino: Proposte per un programma costruttivo; 2. Fredrick Nzwili:
Il Sudan, la pace, le donne; 3. Enrico Peyretti (a cura di): Una piccola
antologia di Ernesto Balducci; 4. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah
(parte sesta); 5. Ileana Montini: Smog; 6. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 7. Per saperne di piu'.
* "La domenica della nonviolenza", numero 4 del 16 gennaio 2005: 1. Enrico
Peyretti: Pensare la nonviolenza; 2. Roberto Mancini: La nonviolenza,
respiro e risveglio della vita umana; 3. Gianni Vattimo: Ironie nonviolente;
4. Antonio Vigilante: Forzare la verita'; 5. Una bibliografia minima di
riferimento.
* Numero 812 del 17 gennaio 2005: 1. Maria Grazia Giannichedda ricorda
Franca Ongaro Basaglia; 2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte
settima); 3. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 4. Per saperne di piu'.
* Numero 813 del 18 gennaio 2005: 1. Peppe Sini: Tre note su
"Conflittualita' nonviolenta" di Andrea Cozzo; 2. Giulio Vittorangeli: Tre
assemblee per una democrazia preventiva; 3. Bibi Tomasi: Tu piangi; 4. Bruno
Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte ottava); 5. Alberto Bosi: Uscire
dal circolo vizioso della violenza; 6. Paolo Predieri: Mi abbono ad "Azione
nonviolenta" perche'... 7. Letture: Emilia Ferreiro, Com todas as letras; 8.
La "Carta" del Movimento Nonviolento; 9. Per saperne di piu'.
* Numero 814 del 19 gennaio 2005: 1. Bruno Segre: Per non dimenticare la
Shoah (parte nona); 2. Lia Cigarini: Insopportabile; 3. Diana Sartori: La
vittima che mi preme di piu'; 4. Edoarda Masi: Lu Xun, classico solitario;
5. Letture: Amnesty International, Un altro mondo e' possibile... con i
diritti umani; 6. Letture: Erasmo da Rotterdam, Pace e guerra; 7. La "Carta"
del Movimento Nonviolento; 8. Per saperne di piu'.
* Numero 815 del 20 gennaio 2005: 1. La nonviolenza, un'idea nata in Africa;
2. Dorothee Markert, Antje Schrupp: Con voce alta; 3. Francesco Pistolato:
La virtu' nascosta. Eroi sconosciuti e dittatura in Austria 1938-1945; 4.
Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte decima); 5. Enrico
Peyretti: Lo stupro della casa; 6. L'indice de "Il principio nonviolenza" di
Jean-Marie Muller; 7. Letture: AA. VV., Un'eredita' senza testamento; 8. La
"Carta" del Movimento Nonviolento; 9. Per saperne di piu'.
* Numero 816 del 21 gennaio 2005: 1. Bruno Segre: Per non dimenticare la
Shoah (parte undicesima); 2. Enzo Sanfilippo: Conflittualita' nonviolenta;
3. Letture: Luisa Bruno, Carla Galetto, Doranna Lupi, Nel segno di Rut; 4.
Letture: Mariri' Martinengo, Le trovatore; 5. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 6. Per saperne di piu'.
* Numero 817 del 22 gennaio 2005: 1. Susan Galleymore: Cio' che sappiamo,
cio' che vogliamo; 2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte
dodicesima); 3. Letture: Elena Camino, Angela Dogliotti Marasso (a cura di),
Il conflitto: rischio e opportunita'; 4. Letture: Isia Osuchowska, Oriente;
5. Letture: Maria Schiavo, Amata dalla luce. Ritratto di Marilyn; 6.
Riletture: Karol Wojtyla, Persona e atto; 7. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 8. Per saperne di piu'.
* Numero 818 del 23 gennaio 2005: 1. Juliette Terzieff: Anna, una
giornalista; 2. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte
tredicesima); 3. Giorgio Montagnoli: Il Centro interdipartimentale di
ricerca sulle scienze per la pace dell'Universita' di Pisa; 4. La "Carta"
del Movimento Nonviolento; 5. Per saperne di piu'.
* "La domenica della nonviolenza", numero 5 del 23 gennaio 2005: 1. Per la
formazione delle forze dell'ordine alla conoscenza e all'uso della
nonviolenza. Ieri dicevamo; 2. Per invigilare se stessi (2001); 3. Alcuni
elementi di informazione essenziali per la contestualizzazione (2001); 4.
Estratti da tre documenti a vari soggetti istituzionali (2000-2001); 5. Le
numerose qualificate adesioni di parlamentari gia' pervenute al primo
dicembre 2001; 6. Una conferenza stampa del 6 dicembre 2001 al Senato della
Repubblica; 7. Il testo del disegno di legge di iniziativa dei senatori
Occhetto ed altri recante "Norme di principio e di indirizzo per
l'istruzione, la formazione e l'aggiornamento del personale delle forze di
polizia" (2001); 8. Mohandas Gandhi: Una polizia nonviolenta; 9. Una
bibliografia essenziale (2001); 10. Alcune indicazioni per l'approfondimento
(2001).
* Numero 819 del 24 gennaio 2005: 1. Giobbe Santabarbara: La morte con la
coda; 2. Giorni nonviolenti; 3. David Albert: Con Krishnammal e Jagannathan;
4. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah (parte quattordicesima); 5.
Maria G. Di Rienzo: Buone notizie dall'Argentina; 6. Enrico Peyretti:
Democrazia e valori; 7. Maria-Milagros Rivera Garretas: Una scuola segreta
di liberta'; 8. Letture: AA. VV., Alcide De Gasperi; 9. Letture: AA. VV.,
Fare pace dove c'e' guerra; 10. Riletture: Palmiro Togliatti, Antonio
Gramsci; 11. Riletture: David Maria Turoldo, Il Vangelo di Giovanni; 12. Da
tradurre: Ana Teberosky, Aprendendo a escrever; 13. Da tradurre: Ana
Teberosky, Beatriz Cardoso (organizadoras), Reflexoes sobre o ensino da
leitura e da escrita; 14. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 15. Per
saperne di piu'.
* Numero 820 del 25 gennaio 2005: 1. Movimento Internazionale della
Riconciliazione e Movimento Nonviolento del Piemonte e della Valle d'Aosta:
Prendere le distanze; 2. Enrico Peyretti: Orrore e pieta'; 3. Giulio
Vittorangeli: Della memoria; 4. Bruno Segre: Per non dimenticare la Shoah
(parte quindicesima); 5. Ileana Montini: Rossana e le altre; 6. Letture:
Flora De Musso, Luisangela Lanzavecchia (a cura di), Liberta' femminile nel
'600; 7. A Viterbo e a Verona con l'Operazione Colomba; 8. La "Carta" del
Movimento Nonviolento; 9. Per saperne di piu'.
* Numero 821 del 26 gennaio 2005: 1. Umberto Santino: Cara Felicia; 2. Per
una bibliografia sulla Shoah (parte prima); 3. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 4. Per saperne di piu'.
* Numero 822 del 27 gennaio 2005: 1. Per una bibliografia sulla Shoah (parte
seconda); 2. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 3. Per saperne di piu'.
* Numero 823 del 28 gennaio 2005: 1. Enrico Peyretti: Spiritualita'
nonviolenta; 2. Per una bibliografia sulla Shoah (parte terza); 3. Augusto
Cavadi: Norberto Bobbio, guida coraggiosa; 4. La "Carta" del Movimento
Nonviolento; 5. Per saperne di piu'.
* Numero 824 del 29 gennaio 2005: 1. Per una bibliografia sulla Shoah (parte
quarta); 2. Giovanna Boursier intervista Douglas Greenberg; 3. Micaela
Procaccia: Un'esperienza alla Shoah Foundation; 4. Federica K. Clementi
intervista Elie Wiesel; 5. Donatella Di Cesare: Di fronte alla condizione
inumana; 6. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 7. Per saperne di piu'.
* Numero 825 del 30 gennaio 2005: 1. Andrea Cozzo: Un'esperienza di
formazione alla nonviolenza per operatori della Guardia di Finanza e
dell'Arma dei Carabinieri a Palermo; 2. Per una bibliografia sulla Shoah
(parte quinta); 3. Stefania Cherchi: Le donne in nero leggono Paul Celan, a
Piacenza; 4. Guido Liguori ricorda Nicola Badaloni; 5. Luisa Cavaliere:
Pietas, un filo di pensiero; 6. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 7. Per
saperne di piu'.
* "La domenica della nonviolenza", numero 6 del 30 gennaio 2005: 1. Donne
che insegnano, donne che generano l'umanita'; 2. L'indice de "Il contributo
di Emilia Ferreiro alla comprensione dei processi di apprendimento della
lingua scritta" di Maria Luigia Casieri; 3. Francesca Lazzarato: Ada Gobetti
scrittrice per l'infanzia; 4. Anna Picciolini: Due convegni su Rosa
Luxemburg; 5. Sofia Vanni Rovighi: Che cosa e' allora la societa'? 6.
Riletture: Anne Frank, Diario.
* Numero 826 del 31 gennaio 2005: 1. Domenico Gallo: Un'analisi del disegno
di legge delega al governo per la revisione delle leggi penali militari di
pace e di guerra, nonche' per l'adeguamento dell'ordinamento giudiziario
militare; 2. Per una bibliografia sulla Shoah (parte sesta); 3. Riccardo Di
Segni: Il silenzio di Dio; 4. Amos Luzzatto: Sessanta anni dopo Auschwitz;
5. Rossana Rossanda: Auschwitz; 6. La "Carta" del Movimento Nonviolento; 7.
Per saperne di piu'.

8. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

9. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1467 del 2 novembre 2006

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