La nonviolenza e' in cammino. 1189



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1189 del 28 gennaio 2006

Sommario di questo numero:
1. Mao Valpiana ricorda Gracco Spaziani
2. Guido Caldiron intervista Amos Luzzatto
3. Clotilde Pontecorvo: Alcuni appunti per la didattica della Shoah
4. Duccio Zola intervista Johan Galtung
5. Donatello Santarone presenta due recenti libri sul Sudafrica
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. MEMORIA. MAO VALPIANA RICORDA GRACCO SPAZIANI
[Ringraziamo Mao Valpiana (per contatti: mao at sis.it, e anche presso la
redazione di "Azione nonviolenta", via Spagna 8, 37123 Verona, tel.
0458009803, fax  0458009212, e-mail: an at nonviolenti.org, sito:
www.nonviolenti.org) per questo ricordo.
Mao (Massimo) Valpiana e' una delle figure piu' belle e autorevoli della
nonviolenza in Italia; e' nato nel 1955 a Verona dove vive ed opera come
assistente sociale e giornalista; fin da giovanissimo si e' impegnato nel
Movimento Nonviolento (si e' diplomato con una tesi su "La nonviolenza come
metodo innovativo di intervento nel sociale"), e' membro del comitato di
coordinamento nazionale del Movimento Nonviolento, responsabile della Casa
della nonviolenza di Verona e direttore della rivista mensile "Azione
Nonviolenta", fondata nel 1964 da Aldo Capitini. Obiettore di coscienza al
servizio e alle spese militari ha partecipato tra l'altro nel 1972 alla
campagna per il riconoscimento dell'obiezione di coscienza e alla fondazione
della Lega obiettori di coscienza (Loc), di cui e' stato segretario
nazionale; durante la prima guerra del Golfo ha partecipato ad un'azione
diretta nonviolenta per fermare un treno carico di armi (processato per
"blocco ferroviario", e' stato assolto); e' inoltre membro del consiglio
direttivo della Fondazione Alexander Langer, ha fatto parte del Consiglio
della War Resisters International e del Beoc (Ufficio Europeo dell'Obiezione
di Coscienza); e' stato anche tra i promotori del "Verona Forum" (comitato
di sostegno alle forze ed iniziative di pace nei Balcani) e della marcia per
la pace da Trieste a Belgrado nel 1991; nel giugno 2005 ha promosso il
digiuno di solidarieta' con Clementina Cantoni, la volontaria italiana
rapita in Afghanistan e poi liberata. Un suo profilo autobiografico, scritto
con grande gentilezza e generosita' su nostra richiesta, e' nel n. 435 del 4
dicembre 2002 di questo notiziario.
Gracco Spaziani, nato nel 1884, avvocato, antimilitarista, antifascista,
deportato nel lager di Mauthausen in cui mori' nel febbraio 1945. Opere su
Gracco Spaziani: Ortensia Spaziani, Scarpe rotte eppur bisogna andar -
ovvero mio padre, mia madre e i fascisti, Casa editrice Mazziana, Verona
1997; cfr. anche il profilo scritto da Mao Valpiana in AA. VV., Le periferie
della memoria, Anppia - Movimento Nonviolento, Torino - Verona 1999]

Avvocato, uomo di grande cultura, socialista, antifascista e
antimilitarista. Oggi lo definiremmo un nonviolento, ma allora - durante il
ventennio fascista - questo termine non si usava e le persone che lo
conobbero lo descrivevano come un uomo buono, con grande sensibilita'
d'animo. Dietro la sua scrivania campeggiavano i ritratti di Mazzini e
Garibaldi e un'immagine di Gesu' con la scritta "Cristo uomo"; spesso
interrompeva il lavoro per sbriciolare il pane alle formiche che scorrevano
in fila sul rozzo pavimento del povero studio. Ai figli ancora adolescenti
leggeva brani dalla Lettera allo Zar di Tolstoj, i Fioretti di San Francesco
e i Miserabili di Victor Hugo.
*
Gracco Spaziani e' nato a Lonigo  (Vicenza) il 18 maggio 1884. La famiglia
si trasferi' presto ad Isola della Scala (Verona) dove suo padre fu
segretario comunale. Studio' al liceo classico di Verona e poi fu impiegato
alle poste, prima a Padova e poi a Venezia. Contemporaneamente si preparo'
agli esami di segretario comunale, superati i quali ottenne il posto a
Correzzo (Mantova) dal 1909 al 1919. In quegli anni si iscrisse alla
facolta' di giurisprudenza di Camerino per poi laurearsi all'Universita' di
Bologna. Conobbe Giuseppina Sardini, figlia di contadini, che sposo' ed
insieme ebbero cinque figli. Fu poi trasferito al comune di Casteldario dove
rimase dal 1919 al 1923.
Fin da giovanissimo la sua grande passione fu la politica. Il suo ideale era
il socialismo: idee di uguaglianza e fraternita', che esprimeva anche
concretamente aiutando in ogni occasione contadini e operai, difendendo le
loro cause e stringendo con loro sincere amicizie, la sera all'osteria,
giocando a carte e bevendo insieme un bicchiere di buon vino.
Nel 1913 si iscrive al Partito Socialista, manifestando subito le sue idee
contro la guerra. Durante il conflitto del '15-'18 rischia di essere
deferito al Tribunale Militare. Un giovane soldato del paese era stato
condannato a morte per essere rientrato in ritardo dalla licenza. Nulla
aveva smosso i giudici. Il condannato fu costretto a passare attraverso le
vie sopra un camion con una cassa da morto accanto. Al macabro passaggio le
porte e le finestre si chiudevano, nessuno osava parlare. Solo lui, il
segretario comunale, aveva gridato che era un delitto fucilare quel povero
giovane. Per questo fu accusato di disfattismo e si difese dicendo che i
socialisti, sempre pronti ad ogni lotta contro l'oppressione, erano anche
antimilitaristi, contrari per principio alla guerra di cui denunciavano la
profonda immoralita'.
*
Dopo la prima guerra mondiale non fa mistero della sua opposizione
all'ascesa di Mussolini e alle prepotenze dei fascisti. Nel 1922,  con la
cosiddetta "rivoluzione fascista" arrivarono a Casteldario le squadracce ad
imporre con il manganello il loro "ordine". Gracco Spaziani fu
sistematicamente perseguitato, minacciato, osteggiato. Le camicie nere
arrivano perfino al ridicolo di intimargli di non portare piu' la cravatta
rossa. Nella piazza centrale del paese i fascisti accendono il falo' per
bruciare tutto cio' che avevano trovato nella Cooperativa Socialista. Anche
la sua casa viene piantonata, lo cercano per ammazzarlo: "M'ammazzino pure,
ma non potro' mai tacere davanti all'ingiustizia che e' divenuta regola di
vita. Bisogna che qualche voce si levi per denunciare la liberta'
calpestata. E' vergognoso che in Italia ci sia tale asservimento alla
tirannide, che il silenzio dei piu' giustifichi perfino l'assassinio dei
deputati...". E' il delitto Matteotti. Il clima in paese ormai e' pesante.
Teme anche per la famiglia.
Nel dicembre del 1923 a causa della sua fede socialista viene allontanato
dall'impiego e si trova sul lastrico. Con un carretto e le poche cose che
riesce a mettere in salvo, torna al paese paterno di Isola della Scala.
Utilizzando la laurea in giurisprudenza da' gli esami di procuratore e apre
lo studio di avvocato. Sono anni difficili, di miseria, e anche per le sue
note idee politiche nello studio si presenta solo la povera gente, che non
ha soldi per pagare. Lui difende ugualmente tutti e guadagna solo qualche
salame e verdura dell'orto insieme alla stima di tanta parte del popolo.
Nel 1926 in occasione di un viaggio di Mussolini nel veronese, Spaziani
subisce il primo "fermo preventivo": tre giorni rinchiuso in carcere.
Seguirono altri arresti. I clienti si diradavano, per non compromettersi con
un avvocato antifascista. La miseria e la paura crescevano insieme alle
bocche dei figli da sfamare. Gli amici consigliavano l'esilio, emigrare in
un paese libero come avevano fatto Turati, Pertini, Rosselli, Nenni. Ma lui
non accettava: "Ci vuole chi rimanga per alimentare qui in Italia la
resistenza, per tenere desto lo spirito di liberta'".
Nel 1930 subisce un altro arresto. Un pomeriggio carabinieri e poliziotti di
colpo fanno irruzione nello studio, frugano, perquisiscono, gettano a terra
carte, fascicoli, quadri e libri, cercano stampa sovversiva e clandestina.
Sequestrano alcuni opuscoli tra cui "Idee sociologiche e politiche di Dante,
Nietzsche e Tolstoj"  e "Gli orrori del militarismo" di Lev Tolstoj. Viene
portato in carcere a Verona e poi trasferito a Udine, denunciato al
Tribunale Speciale "per aver appartenuto al partito comunista gia'
disciolto". Stessa sorte subiscono i suoi due fratelli, Leonida ed Elio.
Dopo tre mesi di carcere duro viene liberato. Torna a casa con i vestiti
sudici, pieni di pidocchi: l'ampio mantello lo aveva lasciato ad un compagno
di cella affinche' si riparasse dal freddo. Il cappellano del carcere dira'
alla moglie: "Suo marito si dichiara non credente, ma soffre per la
giustizia, per l'amore dei poveri, per gli oppressi: egli e' gia' con
Cristo".
Fu prosciolto in istruttoria per insufficienza di indizi, ma viene diffidato
dalla Questura "a non associarsi a sovversivi e a disinteressarsi
completamente di politica". Invece la sua attivita' politica clandestina,
antifascista e poi anche antinazista, proseguiva con sempre maggior impegno
e coinvolgimento nell'organizzazione della resistenza civile, nella quale
stringe rapporti particolarmente con alcuni giovani cattolici.
Gracco Spaziani come tutti i socialisti dell'epoca era anticlericale,
scandalizzato per il silenzio e la connivenza della Chiesa ufficiale con la
dittatura, ma si sentiva profondamente e spiritualmente unito con i tanti
cattolici coerenti, perseguitati perche' riconoscevano che la fede in Cristo
era inconciliabile con l'ideologia nazifascista. Sua moglie e i figli
frequentavano assiduamente la parrocchia e lui era confortato quando anche
dai preti si levavano voci in dissenso con il regime.
La stampa libera era stata soppressa e in casa Spaziani si ascoltava Radio
Londra e circolava l'Osservatore Romano: "e' il solo giornale che dica
qualche verita', che denunzi l'inquadramento obbligatorio e l'istruzione
paramilitare della gioventa'".
Quando Mussolini stringe il patto con Hitler, Spaziani grida che lo spirito
militarista e' proprio di quei regimi che educano il popolo alla guerra come
alla suprema aspirazione dell'uomo e poi scatenano i conflitti per imporre
il loro dominio sul mondo. I conoscenti ed i familiari lo invitavano alla
prudenza, a non esporsi troppo: "Se ognuno attendesse gli altri non si
farebbe nulla... La nostra generazione ha bisogno di esempi piu' che di
parole, di martiri piu' che di maestri. Le parole non hanno efficacia
perche' la coscienza e' dura, indifferente; il sacrificio invece commuove e
trascina". Anche in questo e' stato testimone e profeta.
*
Il 22 novembre del 1944, all'alba, militari della brigata nera irrompono
nella casa della famiglia Spaziani con le armi spianate. Salgono in camera e
a forza portano via l'avvocato insieme al figlio minore. Con altri dieci
antifascisti e' condotto al vicino comando tedesco ed interrogato. Un
ufficiale delle SS, maniche rimboccate e sguardo pieno d'odio, lo apostrofa:
"Siete un avvocato voi? no, siete un porco" e poi viene torturato, alla
presenza del figlio. L'accusa e' di aver organizzato il Comitato di
Liberazione. Vogliono i nomi di tutti, vogliono conoscere i piani e i
programmi. Inizia il calvario, prima alla federazione fascista di Verona e
poi nella sede delle brigate nere. Chiuso in celle luride e fredde per un
mese di efferate torture ed interrogatori senza fine. Viene quindi
trasferito al campo di concentramento di Bolzano.
Spaziani ormai e' stremato, ha sessant'anni. Il 22 dicembre '44  scrive
l'ultima lettera alla famiglia: "Il mio maggior tormento e' di esservi
lontano. Pregate per me. Mandatemi, ma subito, un pacco con del pane. Mi
dispiace imporvi dei sacrifici, ma e' necessario a qualunque costo". Prima
di essere trasferito da Bolzano confida ad un compagno di prigionia: "Fai
sapere a mia moglie e ai miei figli che non rimpiangano quel che ho
arrischiato, che non rimpiangano nulla; sono vissuto, ho lottato e moriro'
per il mio ideale. Dite loro che ho l'anima preparata e tranquilla nella
fede in Dio". Il giorno dell'epifania Gracco Spaziani aveva voluto ricevere
la Comunione.
Poi avviene il trasferimento, in camion e in treno, nei carri bestiame, fino
al campo di sterminio di Mauthausen. Viene messo nella baracca
dell'infermeria. Resiste poco piu' di un mese e il 9 febbraio del 1945, con
il braccio ormai in cancrena per le sevizie subite, entra con molti altri
nella camera a gas.
Muore senza veder realizzato il sogno della sua vita: "Vorrei godere un
giorno, un giorno solo di liberta', e poi non m'importerebbe di morire".
*
Il Comitato di Liberazione di Isola della Scala faceva capo alla Brigata
partigiana "Anita" ed era in collegamento con la Missione R.Y.E. degli
Alleati; riuniva rappresentanti di tutti i partiti politici e aveva svolto
attivita' di propaganda, raccolto fondi, prestato aiuto ai prigionieri
alleati e alle famiglie dei perseguitati. Gracco Spaziani era il riferimento
ideale del Cln di tutto il basso veronese. L'intero gruppo fu arrestato in
seguito ad una delazione.
Ai figli ripeteva sempre: " Il vero coraggio non e' non avere paura, ma
avere paura e andare avanti lo stesso".
Con la Liberazione del 25 aprile Gracco Spaziani fu proclamato primo sindaco
alla memoria di Isola della Scala.
Pochi giorni dopo sua moglie Giuseppina e' intervenuta pubblicamente
affinche' i partigiani lasciassero libero un capo locale delle brigate nere
che stava per essere giustiziato con la fucilazione: "Basta! Fermi! De morti
no ghe ne volemo altri".
La "siora Pina", moglie dell'avvocato, riusci' nel suo intento, e al
fascista fu salvata la vita.
*
Bibliografia: Ortensia Spaziani, "Scarpe rotte eppur bisogna andar - ovvero
mio padre, mia madre e i fascisti", Casa Editrice Mazziana, Verona 1997.

2. RIFLESSIONE. GUIDO CALDIRON INTERVISTA AMOS LUZZATTO
[Dal quotidiano "Liberazione" del 27 gennaio 2006.
Guido Caldiron e' giornalista e saggista. Opere di Guido Caldiron: Gli
squadristi del 2000, Manifestolibri, Roma 1993; AA. VV., Negationnistes: les
chifonniers de l'histoire, Syllepse-Golias, 1997; La destra plurale,
Manifestolibri, Roma 2001; Lessico postfascista, Manifestolibri, Roma 2002.
Amos Luzzatto, medico e biblista, e' presidente dell'Unione delle comunita'
ebraiche italiane. Opere di Amos Luzzatto: segnaliamo almeno Una lettura
ebraica del Cantico dei cantici, Firenze 1997; Leggere il Midrash, Brescia
1999; Il posto degli ebrei, Torino 2003]

Capire il passato per evitare che possa tornare. Studiare i meccanismi e la
cultura che hanno prodotto Auschwitz per combattere, oggi, ogni forma di
razzismo e di esclusione dell'"altro". Per Amos Luzzatto presidente
dell'Unione delle Comunita' ebraiche italiane il "Giorno della memoria" che
si celebra oggi in tutta Europa nell'anniversario della liberazione nel 1945
del campo di sterminio di Auschwitz, e' un'occasione per guardare al futuro.
"Quando sento parlare del 'buco nero' di Auschwitz, dell'impossibilita' di
una spiegazione razionale degli orrori che hanno accompagnato lo sterminio,
peggio ancora quando sento parlare della follia hitleriana, della pazzia del
razzismo - spiega Luzzatto -, mi preoccupo molto, perche' rinunciando a
comprendere davvero cio' che e' accaduto allora, e' come se rinunciassimo
alla possibilita' di prevenire i pericoli futuri".
*
- Guido Caldiron: Professor Luzzatto, si discute molto del valore e del
significato di questa "Giornata della memoria", dell'utilita', dei limiti e
perfino dei rischi che puo' rappresentare. Da una parte si annuncia il
pericolo che avendo fissato una data istituzionale per ricordarlo, ci si
occupi di Auschwitz, e con toni retorici, solo il 27 gennaio. Dall'altro si
sottolinea che proprio per aver stabilito un giorno dell'anno "dedicato"
all'Olocausto, si e' sottratta la sua memoria al rischio dell'oblio. Qual e'
la sua opinione?
- Amos Luzzatto: Mi sembrano fondate sia le preoccupazioni che le speranze.
Il problema mi sembra pero' piuttosto quello di stabilire o meno una data
valida per tutti i paesi per parlare della Shoah: perche' se si riesce a
fare questo e' chiaro come l'iniziativa acquisti una valenza addirittura
internazionale, un rilievo evidente. Se in paesi e luoghi diversi si ricorda
nello stesso momento, nelle stesse ore, il medesimo evento, non possiamo
dubitare di essere in presenza di un avvenimento importante. Detto questo,
proprio l'indicazione di una data fissa contiene in se' il rischio della
ritualita', di far prevalere gli aspetti formali su quelli sostanziali. Ma
credo che questo sia un pericolo che corre ogni sorta di celebrazione. Nel
caso del giorno dedicato alla memoria dell'Olocausto, credo che l'unica
possibilita' di sottrarsi a questo rischio, sia quella di attualizzare
l'analisi, partendo da quei fatti. Capire come le strutture e le condizioni
sociali, le relazioni tra classi e gruppi di individui, tra chi puo'
accedere al potere e chi vi e' invece escluso, possono aver prodotto o meno
una simile tragedia. Capire cioe' come si e' arrivati a Auschwitz. Questo
perche' senza identificare una causa precisa per cio' che accadde allora,
nulla ci puo' garantire che quei fatti non si possano ripetere. Ed e' chiaro
come per fare questo, per poter condurre un'indagine e un'elaborazione
permanente, anche grazie ai ricordi e alle testimonianze dei sopravvissuti e
alla memoria collettiva di quegli eventi, un solo giorno sia insufficiente.
In questo senso il 27 gennaio, da solo, non puo' bastare per ricordare
Auschwitz e lo sterminio degli ebrei d'Europa.
*
- Guido Caldiron: Quindi la memoria di Auschwitz puo' aiutarci a comprendere
cio' che accade oggi intorno a noi, in un periodo dominato nuovamente
dall'emergere del razzismo e dell'odio per ogni diversita'?
- Amos Luzzatto: Piu' che aiutarci a capire, ci stimola a indagare, a fare
ricerche, ci aiuta a porci delle domande. Il senso piu' profondo di questa
giornata e' un invito esplicito a non mollare mai, a non abbassare la
guardia davanti al razzismo. Uno stimolo a continuare nelle ricerche, nelle
analisi, per comprendere cio' che e' stato e impedire che si possa ripetere.
*
- Guido Caldiron: La memoria della Shoah ci puo' aiutare percio' a
comprendere anche altri fenomeni storici, altre forme di discriminazione,
razzismo e violenza?
- Amos Luzzatto: Assolutamente, questo e' uno degli aspetti piu' importanti
di questo momento di riflessione collettiva. Anche perche' la storia ha gia'
conosciuto altri fenomeni terribili. Penso alla guerra etnica nei Balcani, e
mi sembra che definirla cosi' sia quasi generoso rispetto alla tragedia che
la' si e' consumata. Ma penso anche ai massacri del Ruanda e a molte altre
tragedie che si sono compiute dopo la fine della seconda guerra mondiale,
dopo la liberazione del campo di Auschwitz. Non si puo' del resto
dimenticare come la cultura europea, che non perde occasione per richiamarsi
ai propri alti valori, ha coltivato in se' le deportazioni degli africani in
America, lo schiavismo, il massacro delle popolazioni precolombiane, i roghi
degli eretici durante l'Inquisizione e via dicendo. Si tratta di un'eredita'
pesante di cui non possiamo dimenticarci.
*
- Guido Caldiron: C'e' pero' anche un evidente paradosso in questa giornata:
in Europa si celebrano le vittime della barbarie nazista mentre
l'antisemitismo e' ancora oggi una minaccia concreta in paesi come la
Russia - i dati resi noti a Mosca la scorsa settimana parlano di attentati
alle sinagoghe, violenze e perfino di omicidi perpetrati contro la comunita'
ebraica - o l'Iran - basta pensare alle minacce avanzate dal presidente
della repubblica islamica Ahmadinejad contro Israele ma anche contro gli
ebrei di tutto il mondo. L'antisemitismo continua a rappresentare una
minaccia concreta?
- Amos Luzzatto: Senza dubbio. Continua a conoscere una fase di espansione e
di sviluppo. Questo anche se spesso cio' avviene attraverso un linguaggio
diverso da quello del passato, da quello a cui ci rimanda la memoria di
Auschwitz. Le forme nuove che puo' assumere non devono pero' indurre
nell'errore: alcune caratteristiche di fondo dell'antisemitismo restano
costanti. Si tratta, infatti, di rivolgere la propria violenza e la propria
aggressivita' contro una minoranza che e' tale dappertutto e che proprio per
questo si presenta ovunque indifesa.
*
- Guido Caldiron: Ma come e' possibile che tutto cio' abbia ancora luogo
dopo Auschwitz, vale a dire dopo che il mondo ha conosciuto attraverso la
"soluzione finale" pianificata dai nazisti la punta piu' alta della lunga
costruzione dell'antisemitismo che ha origini culturali, politiche e
religiose ancora piu' lontane nel tempo?
- Amos Luzzatto: Le rispondo girando la domanda. Ma come e' stato possibile
che in un paese che si vantava di essere l'avanguardia della cultura
europea, l'avanguardia nella filosofia, nelle arti, nella musica, nella
scienza, come e' stato possibile che in un paese come la Germania
"improvvisamente" sia successo tutto cio'. Evidentemente non e' successo in
modo improvviso, ma si e' trattato dell'evoluzione di un certo tipo di
pensiero e di cultura. E' difficile spiegarlo in poche battute, ma e' chiaro
come il nazismo tedesco affondi le proprie radici in una serie di movimenti
politici, ma anche culturali antecedenti. Penso a certe forme del
romanticismo tedesco gia' presenti tra il Settecento e l'Ottocento. Ma anche
al fatto che l'unita' nazionale della Germania sia stata guidata da un paese
come la Prussia che era supermilitarizzato e che attraverso la conquista di
nuovi territori e nell'espansione del proprio dominio vedeva l'obbiettivo
stesso del proprio governo. Il nazismo ha, per cosi' dire, "razionalizzato"
questo retaggio della cultura tedesca e non solo tedesca.
*
- Guido Caldiron: Il "Giorno della memoria" e' stato istituito nel 2000 in
un'Europa attraversata nuovamente, anche se in forme diverse, da inquietanti
segnali di razzismo. Questo mentre il vecchio continente riflette da tempo
su come definire la propria identita'. Nel suo libro Il posto degli ebrei
(Einaudi, 2003) lei suggerisce un'ipotesi, quella di un'"Europa delle
componenti" che rifiuti sia la formula di un'unione di nazioni sia quella
fondata sulle sole "radici cristiane". La riflessione su Auschwitz ci puo'
in questo senso aiutare anche a immaginare un altro futuro per l'Europa?
- Amos Luzzatto: In effetti credo si tratti di uno dei nodi piu' importanti
che dobbiamo affrontare. Credo che la costruzione dell'Europa non possa che
tener conto delle diversita' di lingue, culture e religioni che sono
presenti sul suo territorio. Questo anche per evitare la supremazia di una
cultura sulle altre, che e' esattamente cio' che ha prodotto in passato odio
e tragedie. Ciascuno dovrebbe accettare di rappresentare solo una delle
componenti di questa nuova Europa, rinunciando ad aspirare invece
all'egemonia sull'intero continente. Mi sembra questa l'unica strada
possibile per evitare che si ripetano drammi e lacerazioni. O l'Europa unita
inseguira' l'idea dell'omogeneita' culturale, l'essere cioe' tutti uguali ma
nel senso del predominio di una sola cultura o, invece, accettera' la
molteplicita' delle proprie componenti, ognuna delle quali potra' cosi'
contribuire al bene comune. Per fare questo bisogna pero' sforzarsi di
vivere insieme anche tra persone che a stento si capiscono e, allo stesso
tempo, cercare di capire a fondo il linguaggio e la cultura del "vicino di
casa".

3. MATERIALI. CLOTILDE PONTECORVO: ALCUNI APPUNTI PER LA DIDATTICA DELLA
SHOAH
[Riproponiamo nuovamente questo testo estratto dal sito
www.ucei.it/giornodellamemoria/ Clotilde Pontecorvo e' docente
all'Universita' "La Sapienza" di Roma. Tra le opere di Clotilde Pontecorvo:
Una scuola per i bambini, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1990; (a cura di),
La condivisione della conoscenza, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1993; (a
cura di), Un curricolo per la continuita' educativa dai quattro agli otto
anni, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1989, 1990; (a cura di), Writing
development. An interdisciplinary view, John Benjamins, Amsterdam 1997; con
Anna Maria Ajello, Cristina Zucchermaglio, Discutendo si impara, La Nuova
Italia Scientifica, Roma 1991, Carocci, Roma 1999; con Maurizio Pontecorvo,
Psicologia dell'educazione. Conoscere a scuola, Il Mulino, Bologna 1986; con
Luigia Fuse' (a cura di), Il curricolo: prospettive teoriche e problemi
operativi, Loescher, Torino 1981, 1990; con Gastone Tassinari, Luigia
Camaioni (a cura di), Continuita' educativa dai quattro agli otto anni, La
Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1990; con Anna Maria Ajello, Cristina
Zucchermaglio (a cura di), I contesti sociali dell'apprendimento. Acquisire
conoscenze a scuola, nel lavoro, nella vita quotidiana, Led Edizioni, Milano
1995; con Margherita Orsolini, B. Burge, L. Resnick (eds), Children's early
text construction, Hillsdale, NJ 1996; con E. Ferreiro, N. Moreira, I.
Garcia Hidalgo, Cappuccetto Rosso impara a scrivere. Studi comparativi in
tre lingue romanze, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; (a cura di)
Writing Development. An interdisciplinary view, John Benjamins Publishinh
Company, Amsterdam 1997; con A. Fasulo, Come si dice? Linguaggio e
apprendimento in famiglia e a scuola, Carocci editore, Roma 1999; (a cura
di), Manuale di psicologia dell'educazione, Il Mulino, Bologna 1999]

1. Evitare la rappresentazione realistica dell'orrore. Utilizzare invece le
rappresentazioni mediate, offerte da monumenti, musei, testi letterari,
opere d'arte.
2. Evitare resoconti troppo analitici e raccapricccianti.
3. Evitare quindi anche il racconto di eventi, che possano essere troppo
persecutori.
4. Adeguare le proposte alle possibilita' di comprensione e di empatia degli
allievi, che sono variabili in funzione dell'eta' e della maturita'
psicologica.
5. Favorire lo sviluppo di somiglianze e differenze con i perseguitati di
allora: in questo ambito possono darsi dei processi di identificazione e a
questo scopo si possono usare le storie delle vicende di bambini (quali
quelle raccontate da Lia Levi) o di ragazzi, per quegli aspetti meno
angosciosi e piu' comprensibili: ad esempio, il dover celare la propria
identita', il dover trovare un rifugio per nascondersi, l'essere costretti a
lasciare la propria casa e affrontare delle fughe un po' avventurose.
6. Far vivere in modo reale qualche aspetto della discriminazione: quella
che e' sempre in agguato in qualsiasi gruppo nei confronti dei diversi o in
generale del gruppo estreaneo, ed ha luogo facilmente anche nei gruppi di
bambini piccoli, oltreche' di ragazzi. Va anche ricordato che c'e' stato
qualcuno che si puo' avvantaggiare (economicamente o socialmente: vedi
esclusione dalle scuole, dalle universita', dagli uffici pubblici) della
discriminazione contro gli ebrei o altri "diversi".
7. Collegare questa esperienza alle discriminazioni di allora e di adesso,
nei confronti degli ebrei, ma anche degli altri, attuali "diversi".
8. Ricordarsi che tutti i cattolici nel nostro paese, bambini e adulti,
ricevono una prima informazione (gia' molto distorta) sugli ebrei come
popolo antico, attraverso le vicende della vita e soprattutto della morte di
Gesu': questa e' stata (per secoli) la base di quell'antigiudaismo cristiano
bimillenario, magistralmente ricostruito e condannato da Jules Isaac e da
noi narrato assai bene da Cesare Mannucci (libro molto utile per qualsiasi
insegnante italiano).
9. Consentire ai bambini e ai ragazzi (di qualsasi eta') di esprimere tutti
i loro dubbi e interrogativi sulle cose (per molti versi incredibili) che
sono loro raccontate. A partire dalle loro domande farli discutere tra loro
quanto piu' liberamente possibile. Va ricordato che su questa tematica,
possono entrare in gioco pregiudizi, a volte trasmessi direttamente o
inconsapevolmente dal linguaggio (si pensi alla connotazione negativa del
termine "ebreo" o "giudeo", erratamente associato a Giuda Iscariota, o
"rabbino", cosi' come e' usato negli stadi italiani).
10. Far riflettere i bambini e in modo particolare i ragazzi piu' grandi
sulla funzione della memoria, che e' in parte individuale (basta fare una
piccola esercitazione su un ricordo personale, magari dell'estate
precedente), in parte familiare o del gruppo-classe, ma in parte anche
collettiva e pubblica: questo del resto e' uno dei significati di questa
giornata che non a caso si chiama "della memoria": come ricordo collettivo
del fattore unificante della Repubblica Italiana e della piu' vasta Europa
libera, che sono nate dalla lotta contro il fascismo e il nazismo, e quindi
dal rifiuto di ogni discriminazione, di tipo razziale o etnico. Alla memoria
collettiva servono i luoghi (i ghetti, i campi di sterminio, ad esempio), i
monumenti, le opere d'arte, i musei.
11. Collegare l'antisemitismo al razzismo, che allora venne alimentato (in
Italia) dalle vicende della guerra d'Etiopia: si veda la mostra e il volume
su "La menzogna della razza". Puo' essere efficace citare la frase di
Einstein, che a chi gli chiedeva qual era la sua razza, rispondeva: "razza
umana". Ai ragazzi piu' grandi puo' essere offerta anche una storia
culturale essenziale del razzismo e dell'antisemitismo, nei loro sviluppi
piu' recenti in Francia, in Germania, e in Europa in genere.
12. E' essenziale che gli insegnanti - qualunque sia l'eta' dei bambini -
dedichino a questa tematica (quando l'hanno gia' definita tra loro) un
incontro con i genitori dei loro allievi, per informarli del loro programma
e per coinvolgerli, laddove sia possibile: possono esserci ancora dei nonni
che sono in grado di portare delle testimonianze significative, attraverso i
loro ricordi. Ma possono esserci anche posizioni contrarie e presenza di
pregiudizi: e' bene essere preparati, facendo riferimento alla legge dello
Stato, che ha istituito la giornata dalla memoria, approvata dal Parlamento
italiano all'unanimita'.

4. RIFLESSIONE. DUCCIO ZOLA INTERVISTA JOHAN GALTUNG
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 gennaio 2006.
Duccio Zola e' un ricercatore impegnato nel progetto Globi dell'associazione
Lunaria di Roma.
Johan Galtung, nato in Norvegia nel 1930, fondatore e primo direttore
dell'Istituto di ricerca per la pace di Oslo, docente, consulente dell'Onu,
e' a livello mondiale il piu' noto studioso di peace research e una delle
piu' autorevoli figure della nonviolenza. Una bibliografia completa degli
scritti di Galtung e' nel sito della rete "Transcend", il network per la
pace da lui diretto, cui rinviamo: www.transcend.org Dal quotidiano da cui
abbiamo ripreso la seguente intervista riprendiamo anche la seguente scheda
su Galtung: "Johan Galtung (Oslo, 1930) e' il piu' insigne teorico dei
moderni studi della pace. Fondatore nel 1959 dell''International Peace
Research Institute' di Oslo, consigliere presso le Nazioni Unite, professore
onorario in numerose universita', tra cui la Princeton University e la Freie
Universitaet di Berlino, e' attualmente titolare della cattedra di 'Peace
Studies' presso l'Universita' delle Hawaii. Galtung ha dato vita nel 1964 al
'Journal for Peace Research' e nel 1987 e' stato insignito del 'Right
Livelihood Award' (il cosiddetto 'Premio Nobel alternativo per la pace').
Fondatore e direttore di 'Transcend' (www.transcend.org), un'organizzazione
internazionale per la risoluzione nonviolenta dei conflitti che opera in
tutto il mondo, e' il rettore della Transcend Peace University. Il suo
ultimo libro pubblicato in Italia e' La pace con mezzi pacifici (Esperia
Edizioni)"]

Di ritorno da una missione di mediazione in Birmania e in Kashmir, Johan
Galtung ha fatto recentemente scalo a Roma in occasione della giornata
conclusiva dell'iniziativa "Pace e diritti umani. Un'utopia concreta",
promossa dalla presidenza del Consiglio Provinciale in collaborazione con
l'associazione Lunaria e con il Forum provinciale per i diritti umani. In un
affollato incontro alla sala convegni di piazza Montecitorio, ha parlato di
come raggiungere la pace con mezzi pacifici, concentrandosi sulla situazione
mediorientale e offrendo un punto di vista opposto al paradigma della guerra
preventiva e permanente incarnato dalla politica estera dell'amministrazione
Bush. Incontrato a margine della conferenza, Galtung ha confermato la
profondita' analitica e la capacita' propositiva che lo hanno reso noto tra
gli attivisti pacifisti di mezzo mondo.
*
- Duccio Zola: Professor Galtung, come uscire da una crisi che sta
investendo tutta la regione mediorientale?
- Johan Galtung: Innanzitutto aprendo il dialogo tra Occidente e mondo
arabo, esattamente cio' che non stanno facendo gli Stati Uniti e i loro
alleati, che amano presentarsi come difensori dei valori democratici. Eppure
la democrazia presuppone che nessuno puo' avere il monopolio della verita' e
che le ragioni di tutti devono essere ascoltate. Risolvere un conflitto
significa uscire dal passato e aprire al futuro, ma proprio per questo non
bisogna dimenticare che le vittime hanno una memoria da elefante, al
contrario dei carnefici. Le umiliazioni che gli arabi hanno subito da parte
degli occidentali nel corso del secolo scorso generano ancora oggi
sofferenze e sono alla base di vendette violente.
*
- Duccio Zola: A quali umiliazioni si riferisce?
- Johan Galtung: Esse sono legate a tre episodi storici in particolare, che
qui da noi nessuno sembra ricordare. Il primo e' la costruzione artificiale
dello stato iracheno da parte del governo britannico nel 1916, per
garantirsi una posizione di dominio imperiale in Medio Oriente. Il secondo
e' la sigla del trattato tra il presidente americano Roosevelt e la casa
regnante saudita nel 1945, che prevedeva la protezione americana alla casa
regnante nell'eventualita' di una rivoluzione popolare in cambio
dell'accesso alle riserve petrolifere saudite. Questo accordo tradiva
completamente la dottrina religiosa wahabita fondata sulla parola di
Maometto, che vieta la presenza di infedeli in Arabia Saudita, considerata
la terra promessa. L'ultimo episodio si riferisce alla guerra del Rif,
combattuta dalla Spagna in Marocco, e precisamente al bombardamento aereo
del 1925 sulla citta' marocchina di Chauen, guidato da un generale spagnolo
di nome Francisco Franco, che ha causato migliaia di vittime tra i civili.
Gli attentati di New York, Madrid e Londra, sono legati assieme dal filo
rosso dell'umiliazione e si rimandano a vicenda. Ma a differenza degli Stati
Uniti e del Regno Unito, la Spagna ha saputo reagire nel modo giusto,
scongiurando cosi' il rischio di futuri attacchi.
*
- Duccio Zola: Lei quindi sostiene la linea di Zapatero sul ritiro immediato
delle truppe dall'Iraq...
- Johan Galtung: Certo. Ma il ritiro delle truppe e' stata solo la prima
mossa di Zapatero. Pochi giorni dopo la sua elezione, e' volato a Rabat per
discutere con il re del Marocco la situazione di Ceuta e Melilla,
protettorati spagnoli sulla costa marocchina. Oggi, si sta profilando per
questi due territori un cambio di sovranita', come e' gia' successo a Hong
Kong. Dopo aver avviato questa mediazione, Zapatero non si e' fermato. Ha
promulgato una legge che regolarizza la posizione dei clandestini marocchini
che hanno un impiego in Spagna, aprendo loro le porte per l'integrazione.
Poi, lo scorso ottobre ha dato inizio a un dialogo di civilizzazione facendo
incontrare esponenti di primo piano, per meta' arabi e per meta'
occidentali, del mondo politico, economico e accademico. In questo modo la
Spagna ha avviato quel processo di riconoscimento e sconfessione del suo
passato imperialista nei confronti del mondo arabo e ha aperto le porte
all'integrazione e al dialogo. Mediazione, conciliazione e dialogo
costituiscono i cardini della risoluzione nonviolenta dei conflitti. Bush,
Blair e Berlusconi non hanno fatto nulla di tutto questo, non e' nel loro
interesse. Se, come credo, in Italia il centro-sinistra vincera' le prossime
elezioni, spero che prenda esempio da Zapatero.
*
- Duccio Zola: Tornando alla situazione mediorientale, le dichiarazioni del
presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele non lasciano presagire nulla
di buono...
- Johan Galtung: Una cosa e' la retorica, un'altra sono i fatti. E i fatti
testimoniano del progressivo allargamento di Israele ai danni della
Palestina, che occupa oggi solo il 7,5% del territorio che le era stato
assegnato nel 1947. Con questo non voglio assolutamente giustificare le
provocazioni di Ahmadinejad, ma solo riportare l'attenzione sulla drammatica
situazione palestinese. Sia Israele che la Palestina hanno diritto ad uno
stato, ma per garantire pace e stabilita' in quella zona e' necessario
istituire, sul modello della Comunita' economica europea del 1958, una
Comunita' di paesi mediorientali che comprenda Israele, Palestina, Siria,
Libano, Giordania ed Egitto. Solo cosi' si potra' garantire la sopravvivenza
dello stato palestinese, minacciato dallo strapotere israeliano. D'altra
parte, la sicurezza di Israele non puo' dipendere dalla sua forza militare o
dall'alleanza con gli Stati Uniti, ma deve essere conquistata
definitivamente attraverso la capacita' di istituire buone relazioni con i
paesi vicini. Il modello federativo di cui sto parlando risponde esattamente
a queste esigenze.
*
- Duccio Zola: Concludiamo con le vicende dell'Unione Europea. Come giudica
il fallimento del referendum sull'approvazione della Costituzione in Francia
e in Olanda?
- Johan Galtung: Il fatto e' che il testo costituzionale e' complicatissimo,
scritto da burocrati per altri burocrati, frutto di una cattiva opera di
mediazione, in cui compare l'obbligo di armamento ma non una parola
sull'uguaglianza tra uomo e donna. Francesi e olandesi non hanno bocciato la
Costituzione europea perche', come lascerebbe supporre il voto nel
referendum, sono anti-europei, ma semplicemente perche' hanno letto quel
testo impossibile e hanno agito di conseguenza.

5. LIBRI. DONATELLO SANTARONE PRESENTA DUE RECENTI LIBRI SUL SUDAFRICA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 24 gennaio 2006.
Donatello Santarone insegna Teorie e tecniche della mediazione culturale
all'Universita' Roma Tre. Tra le opere di Donatello Santarone:
Multiculturalismo, Palumbo, Palermo 2001; La mediazione letteraria. Percorsi
interculturali su testi di Dante, Tasso, Moravia, Fortini, Arbasino, Defoe,
Tournier, Coetzee, Emecheta, Ken Saro-Wiwa, Palumbo, Palermo 2005; Donatello
Santarone, Educare diversamente. Migrazioni, differenze, intercultura,
Armando, Roma 2006.
Itala Vivan, studiosa e docente universitaria di letteratura comparata; ha
svolto ricerche sulle societa' coloniali anglofone e sulla transizione al
postcolonialismo, analizzandone le espressioni letterarie e le forme
culturali; e' stata osservatrice internazionale durante le elezioni del 1994
in Sudafrica; ha dedicato particolare attenzione alle letturature africane e
all'impegno contro il pregiudizio e le persecuzioni razziste. Tra le opere
di Itala Vivan: Caccia alle streghe nell'America puritana, Rizzoli, Milano
1972; Interpreti rituali, Dedalo, Bari 1978; (a cura di), Il nuovo
Sudafrica, La Nuova Italia, Scandicci (Fi) 1996; (a cura di), Corpi liberati
in cerca di storia, di storie. Il Nuovo Sudafrica dieci anni dopo
l'apartheid, Baldini Castoldi Dalai, Milano 2005.
Maria Solimini e' antropologa presso l'universita' di Bari. Tra le opere di
Maria Solimini: (a cura di), Dal Sudafrica, Edizioni dal Sud, 2005]

Quando nel 1989 il rifugiato politico sudafricano Jerry Masslo venne
assassinato a Villa Literno, l'Italia "scopri'" di essere razzista. La
reazione democratica di sdegno per l'omicidio del giovane sudafricano
favori' lo sviluppo di un movimento a favore dei diritti dei migranti e si
accompagno' ad una rinnovata attenzione verso le vicende politiche del
Sudafrica che proprio in quegli anni stava faticosamente uscendo da quella
che Frantz Fanon aveva definito "la piu' grande prigione del mondo". E'
storia nota che nel 1990 Nelson Mandela venne liberato dopo 27 anni di
carcere, che nel 1994 si tennero le prime elezioni democratiche e che nel
1996 fu approvata la nuova Costituzione, ritenuta da molti studiosi tra le
piu' avanzate al mondo per cio' che riguarda i diritti umani e sociali. Non
furono pochi quelli che sottolinearono come la "lunga marcia" dell'African
National Congress (Anc), del Congress of South African Trade Unions (Cosatu)
e di tutte le altre forze sindacali, politiche, religiose, culturali
schierate contro l'apartheid aveva conseguito un risultato straordinario:
avviare una transizione democratica senza guerre "tribali" (ad eccezione di
quella fomentata dal partito zulu di Buthelezi, l'"Inkata Freedom Party"),
senza genocidi "etnici", senza, insomma, quell'orrendo copione che ha
insanguinato l'ex Jugoslavia, il Ruanda e tante altre parti del pianeta (e
che tuttora mette l'un contro l'altro armati i poveri del mondo).
*
A dieci anni dalle prime elezioni democratiche, esce un prezioso e
documentato volume tutto dedicato al Sudafrica contemporaneo, curato
dall'africanista ed esperta di studi culturali e postcoloniali Itala Vivan
(Corpi liberati in cerca di storia, di storie. Il Nuovo Sudafrica dieci anni
dopo l'apartheid, Baldini Castoldi Dalai, pp. 446, euro 15).
Scritti da alcuni dei migliori specialisti in materia - italiani, inglesi,
sudafricani - i quindici saggi presenti nel volume consegnano al lettore uno
panorama molto articolato del paese africano, spaziando dal negoziato di
pace (Kader Asmal) all'analisi del lavoro della Commissione per la Verita' e
la Riconciliazione (Marcello Flores, Roberto Pedretti), dal retaggio del
passato coloniale (Thomas W. Bennett, Giampaolo Calchi Novati) alle
relazioni e al diritto internazionali (Mike Terry, Gabriella Venturini), dai
problemi dello sviluppo economico (Alan Hirsch) a quelli della politica
della sicurezza (Cristiana Fiamingo) e del rapporto tra stato e societa' (Jo
Beall), dalla cultura (Itala Vivan) alla letteratura del dopo-apartheid
(Andries W. Oliphant), dal cinema (Martin P. Botha) all'urbanistica (Lucien
le Grange) e alla stampa (Tiziana Cauli). Va pure ricordato che il volume e'
accompagnato da un'utilissima cronologia delle vicende storiche del
Sudafrica dal Seicento ad oggi, da un'altrettanto preziosa carta geografica
del paese e da una ricchissima bibliografia (quasi interamente in lingua
inglese a conferma del persistente provincialismo della nostra cultura).
Un volume dunque molto ricco di contributi e di punti di vista, ma del quale
vanno sottolineati alcuni dei temi affrontati. Il primo aspetto riguarda gli
aspetti socio-economici del paese africano a dieci anni dalla fine del
regime segregazionista. Su questo punto, purtroppo, nonostante il paese sia
governato dall'Anc, i diversi autori sottolineano la lunga strada ancora da
percorrere per arrivare ad una maggiore eguaglianza economica che garantisca
a tutti i fondamentali diritti sociali: casa, istruzione, sanita', lavoro,
reddito adeguato. Di questo e' consapevole il pur discusso presidente
sudafricano Thabo Mbeki - negli anni scorsi, molti movimenti sociali hanno
definito la sua politica neoliberista - il quale, in una lettera settimanale
del 24 agosto 2003 riportata dall'economista Alan Hirsch, affermava: "Il
compito che ci troviamo ad affrontare e' (...) quello di ideare e mettere in
atto una strategia che agisca direttamente sull''economia del terzo mondo',
e non dare per scontato che gli interventi sull''economa del primo mondo'
debbano necessariamente avere un impatto positivo sul terzo mondo". Ma
questo significherebbe appunto abbandonare i dogmi neoliberisti, presenti,
anzi in questo momento egemoni all'interno dell'Anc, e dichiararsi a favore
di politiche economiche e sociali che favoriscano la riduzione delle
disuguaglianze. Va naturalmente ricordato, come fa Calchi Novati nel suo
contributo storico sulla guerra anglo-boera, che quattro secoli di
penetrazione e di oppressione coloniale, di razzismo istituzionalizzato, di
politiche subalterne agli interessi delle imprese sudafricane e non solo, di
una politica estera "imperialista" verso i paesi vicini, pesano come macigni
nella vicenda sudafricana.
Come sostiene infatti Calchi Novati, per tante paesi che hanno conosciuto la
supremazia coloniale europea e stanno conoscendo quella neocoloniale
statunitense ci vorranno tempi lunghissimi per superare tali
condizionamenti. Ancora oggi, il capitalismo globale del XXI secolo, sia che
si presenti in salsa africanista sia che assuma la ferocia classista dei
nuovi ricchi cinesi, continua ad aver bisogno di materie prime, di manufatti
a basso costo e di tanti eserciti industriali di riserva nelle metropoli e
nelle periferie. E se le eredita' coloniale e dell'apartheid continuano
indubbiamente a pesare nel Sudafrica contemporaneo, non va tuttavia
dimenticata la contraddittorieta' delle politiche economiche e sociali dei
vari governi sudafricani, che continuano a sostenere la necessita' di
superare la diseguale redistribuzione della ricchezza e, al tempo stesso,
hanno fatto propri in alcune occasione gli inviti del Fondo monetario
internazionale ad applicare politiche di "aggiustamento strutturale" che
favorissero il libero mercato.
Molto denso e' anche il contributo della curatrice Itala Vivan, la quale si
occupa di Sudafrica da oltre vent'anni, e ha partecipato, in qualita' di
osservatore internazionale, alle prime elezioni democratiche del 1994. La
Vivan ricorre ad un'immagine dello scrittore sudafricano Zakes Mda, esule
per molti anni durante il regime dell'apartheid, il quale racconta che dopo
il suo ritorno in patria si e' sentito il corpo libero di viaggiare per il
paese e scoprire le storie della sua gente: "Il Sudafrica e' pieno di storie
che attendono di essere raccontate". Da qui l'importanza della parola orale
e scritta, del ricordo e dell'espressione creativa, della testimonianza e
del racconto: nell'arte, nella politica, nella vita.
Una notazione finale a margine su questo volume. Nel saggio su "Stato e
societa' in Sudafrica", Jo Beall, docente presso la London School of
Economics, scrive: "Un pensatore italiano tra i piu' autorevoli in Sudafrica
e' Antonio Gramsci, che ha fortemente influenzato la sinistra intellettuale
in diversi periodi". E prosegue utilizzando la categoria gramsciana di
"crisi" per esaminare gli ultimi anni dell'apartheid.
*
Un altro volume dedicato al Sudafrica e' quello curato da Maria Solimini
(Dal Sudafrica, Edizioni dal Sud, pp. 255, euro 15).
Maria Solimini, antropologa presso l'universita' di Bari, sottolinea con
forza le gravi ingiustizie sociali che affliggono la giovane repubblica
sudafricana multietnica e multiculturale, ingiustizie provocate da un
capitalismo fatto di bianchi sudafricani, di un'esigua minoranza di neri
ricchi e di bianchi delle multinazionali che continuano a considerare il
Sudafrica terra di conquista di materie prime, con il conseguente
impoverimento (cioe' inquinamento) dell'ambiente e degli uomini e donne
sudafricane. E che ci sia stato un nesso tra regime segregazionista e
sviluppo economico capitalista lo testimoniano molti degli interventi
presenti in questo volume. "Gli investimenti di capitale straniero in
Sudafrica - sosteneva la sociologa sudafricana Ruth First, assassinata nel
1982 da sostenitori dell'apartheid, e ampiamente citata dalla Solimini -
avrebbero comportato lo sviluppo del capitalismo ma non lo sviluppo
sociale". Colpiscono a questo proposito i dati e le statistiche presenti nel
libro, che tendono a stabilire un legame tra impoverimenti della popolazione
e sviluppo, ad esempio, di veri e proprie "epidemie", come ad esempio
l'aumento delle morti per aids, cresciute del 57% dal 1997 al 2003.
La sfida lanciata a suo tempo da Nelson Mandela alle multinazionali dei
farmaci ha infatti trovato resistenze fortissime dentro e naturalmente fuori
il Sudafrica. Un braccio di ferro durato anni, da quando il Sudafrica aveva
annunciato di voler produrre medicinali violando le norme internazionali sui
brevetti. Il governo sudafricano fu portato in tribunale dalle
multinazionali farmaceutiche, che ritirarono le accuse dopo l'avvio di una
campagna mondiale a sostegno del Sudafrica. Un esito positivo che e' stato
pero' ridimensionato dalle successive scelte di Pretoria, giudicate
rinunciatarie dai gruppi di lotta all'Aids.
Il filo conduttore del volume dal Sudafrica e' di guardare alla storia del
Sudafrica come un modello specifico di sviluppo capitalistico. Come sostiene
infatti la curatrice del libro, i Bantustans servivano a dividere e
ghettizzare la popolazione africana per controllare meglio la composizione e
la mobilita' della forza lavoro.
Gli altri saggi presenti nel volume raccontano del "Global forum" del 2002
(Laura Marchetti), di un progetto di elettrificazione in un villaggio rurale
(Rocco Stefanelli), dei nuovi diritti previsti dalla Costituzione (Armida
Salvati), dei nuovi movimenti sociali (Anna Simone), delle donne sudafricane
(Manuale Messina).
Da segnalare, infine, una preziosa appendice di testi che presenta, tra gli
altri, la nuova Costituzione del 1996 (in inglese), le statistiche
sudafricane sulla diffusione dell'hiv e dell'aids, la prefazione ai lavori
della Commissione per la Verita' e la Riconciliazione scritta dal suo
presidente, l'arcivescovo Desmond Tutu.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at libero.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 1189 del 28 gennaio 2006

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