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La nonviolenza e' in cammino. 930



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 930 del 15 maggio 2005

Sommario di questo numero:
1. Salviamo la libreria Anomalia
2. Due incontri con Michael Lerner a Firenze e a Milano
3. Wanda Tommasi: Sofferenza di donne, figure di trasformazione
4. Giuseppe Stoppiglia: Un invito alla festa di Macondo del 28 e 29 maggio
5. Giancarla Codrignani: Referendum, il diritto di votare
6. La "Carta" del Movimento Nonviolento
7. Per saperne di piu'

1. APPELLI. SALVIAMO LA LIBRERIA ANOMALIA
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 13 maggio riprendiamo il seguente
appello. Apprezzando da molti anni il lavoro culturale della libreria
Anomalia ci permettiamo di invitare caldamente i nostri lettori e le nostre
lettrici a contribuire alla raccolta di fondi per sostenerla in questa
circostanza]

A via dei Campani a Roma, nel quartiere San Lorenzo, una libreria rischia la
chiusura. E' una libreria bizzarra, un'anomalia, di nome e di fatto
(Anomalia e' infatti il suo nome) perche', sopravvissuta alla stagione dei
movimenti degli anni '70, si ostina a tener fede ad un progetto politico e
culturale apparentemente "inattuale": non solo diffondere una riflessione
anarchica, ma anche praticare nel quotidiano modi di relazione e di gestione
antiautoritari. Oggi questa esperienza rischia la chiusura, non per le
barbare ragioni di "mercato", che peraltro infieriscono su molte altre
librerie della capitale, ma ad opera dell'agenzia delle Entrate. In data 4
aprile 2005 ci e' stata infatti comunicato l'entita' della somma che entro
il 6 giugno 2005 dovremo versare al fisco: 5,187 euro.
Stando cosi' le cose potremmo tranquillamente, se pur a malincuore, chiudere
la baracca e rivolgere le nostre energie altrove. Ma non si puo', perche'
Anomalia non e' solo una libreria, essa condivide i locali con il Cda
(Centro di documentazione anarchica) la cui associazione e' comproprietaria
dei locali. La libreria Anomalia e il Cda nascono infatti come iniziative
si' distinte, ma unite da un comune progetto politico e culturale teso sia
ad impedire la dispersione delle esperienze dei movimenti antagonisti e
libertari degli anni '60 e '70, diffondendone le elaborazioni, che a
prefigurare, nella pratica quotidiana, un modo diverso di fare cultura. In
trent'anni di attivita' abbiamo mantenuto la nostra originale impostazione
di spazio militante autogestito completamente autofinanziato.
Ci vediamo dunque costretti ad aprire una sottoscrizione per non far
chiudere uno spazio da uno stato, che se da sempre ha mostrato benevolenza e
tolleranza nei confronti dei grandi evasori, non ha mai esitato a colpire le
realta' economicamente deboli e politicamente scomode.
Le sottoscrizioni vanno inviate tramite vaglia postale indirizzato ad Andrea
Aureli c/o C.D.A. via dei Campani n. 73, 00185 Roma specificando la causale
"pro anomalia - c.d.a.", oppure tramite bonifico bancario sul c/c
162-0002855/72, ABI 05696, Cab 03217 presso l'agenzia n.17 di Roma della
Banca popolare di Sondrio intestato a Luigi Pais, via dei Campani 73, 00185
Roma, oppure venendoci a trovare in via dei Campani 73.
Centro di documentazione anarchica - libreria Anomalia
tel. 06491335, sito: http://utenti.lycos.it/anomalia

2. INCONTRI. DUE INCONTRI CON MICHAEL LERNER A FIRENZE E A MILANO
[Nuovamente diffondiamo la seguente notizia. Ringraziamo di cuore Bruno
Segre (per contatti: bsegre at yahoo.it) per avercela comunicata. Per maggiori
informazioni cfr. "La domenica della nonviolenza" n. 19 del primo maggio
2005. Rabbi Michael Lerner, nato 61 anni fa nel New Jersey, e' cresciuto in
un ambiente familiare immerso nella politica. I suoi genitori erano leader
del movimento sionista negli Stati Uniti nel periodo precedente la seconda
guerra mondiale. Dopo la guerra, suo padre divenne giudice e sua madre
consigliere politico e capo della campagna elettorale per un senatore. Icone
del partito democratico come Adlai Stevenson e Harry Truman passarono per
casa negli anni in cui Lerner cresceva, e quando si presento' all'ammissione
al college, John F. Kennedy gli scrisse una lettera di raccomandazione. A
dodici anni leggeva i resoconti del Congresso e notava la differenza tra
quello che i politici dicevano e come votavano in realta'. Vedeva
altrettanta ipocrisia anche nel mondo ebraico. Dice Lerner "Da un lato, le
sinagoghe negli anni '50 erano piene di persone che sviluppavano ideali
alti; dall'altro, era evidente che il risultato finale erano il materialismo
e il consumismo". In seguito, Lerner scopri' il libro di Abraham Joshua
Heschel Dio alla ricerca dell'uomo. Per anni lesse un capitolo a settimana
e, finito il libro, lo ricominciava. Adolescente, incontro' Heschel che lo
invito' a studiare al Jewish Theological Seminar a New York. Qui Lerner
scopri' che alcuni ebrei rifiutavano l'Ebraismo americanizzato che lui
conosceva, e sostenevano che aveva poco a che fare con il messaggio centrale
della religione. Fu il suo primo incontro con una critica ebraica
dell'Ebraismo e getto' le basi della sua successiva campagna per un
rinnovamento della fede. Nel 1966 Lerner visse per diversi mesi in un
kibbutz in Israele. Benche' l'ambiente socialista del kibbutz gli
dimostrasse che le persone potevano essere motivate da riconoscimenti non
materiali, gli rivelo' anche quello che egli percepi' come difetto centrale
del socialismo: l'assenza di un elemento spirituale. Alla fine degli anni
'60, Lerner era diventato un leader del movimento statunitense contro la
guerra. Era uno dei membri dei Sette di Seattle, un gruppo di attivisti
denunciati dal governo federale per utilizzare le proprieta' dello stato (il
telefono) con l'intento di incitare alla rivolta (una protesta contro la
guerra nel Vietnam). Il capo dell'Fbi J. Edgar Hoover chiamo' Lerner "uno
dei criminali piu' pericolosi degli Stati Uniti". Lerner fu incarcerato al
penitenziario federale di Terminal Island per disprezzo della corte. Le
accuse di cospirazione furono in seguito ritirate e le leggi in base alle
quali erano state portate furono dichiarate incostituzionali. Quando il
movimento contro la guerra perse vigore, Lerner attribui' parte della
responsabilita' a cio' che chiamo' un "surplus di impotenza" negli attivisti
stessi. Essi non potevano riconoscere i loro successi perche' "ridefinivano
continuamente i criteri in base ai quali definire il successo in un modo che
li faceva sentire dei falliti". Il desiderio di comprendere questa
"patologia" autodistruttiva porto' Lerner a studiare psicoterapia. Voleva
anche analizzare la sua vita emotiva. Dice Lerner, "Scoprii che ero troppo
severo nei miei giudizi, specialmente nei confronti dei miei genitori".
Fini' il suo secondo PhD (il primo era in filosofia) al Wright Institute nel
1977 e incomincio' a lavorare come psicologo clinico. Tra la fine degli anni
'70 ed i primi anni '80 Lerner viveva con disagio crescente lo spostamento
politico della comunita' ebraica dal polo liberal a quello conservatore.
Cio' lo condusse alla fine a fondare la rivista "Tikkun" nel 1986. Il suo
obiettivo era rivitalizzare le voci liberal e progressive degli ebrei
americani. Ma l'attivismo di Lerner non si limita al Medio Oriente ed ai
circoli ebraici statunitensi. Oggi "Tikkun" (che significa in ebraico
riparazione, guarigione o trasformazione) aiuta i liberal di tutte le
culture e confessioni a integrare nelle loro vite la dimensione politica e
quella spirituale. E' una rivista  molto considerata anche nel dibattito
culturale a livello accademico su questioni sociali cruciali. Lerner e'
stato consigliere di Bill Clinton nel primo mandato. Recentemente, Lerner ha
formato la Tikkun Community, un gruppo interconfessionale aperto ai laici,
impegnato per la pace in Medio Oriente, la nonviolenza, la consapevolezza
globale, la salute ecologica. Rabbi Lerner conduce servizi in diversi luoghi
a San Francisco. La sua congregazione, Beit Tikkun, e' un frutto del
movimento Jewish Renewal, che unisce alla spiritualita' un richiamo
all'azione sociale per il cambiamento. Il libro di Lerner Jewish Renewal: a
Path To Healing And Transformation delinea il suo progetto per rivendicare
lo spirito rivoluzionario dell'ebraismo. Il discorso si allarga a tutte le
altre religioni in Spirit Matters. Nel dibattito statunitense sul conflitto
tra Israele e Palestina la voce di Lerner e' emersa come una delle piu'
equilibrate. Il suo ultimo libro Healing Israel/Palestine incoraggia
entrambe le parti a riconoscere il proprio e altrui dolore e ad affermare la
dignita' innegabile dell'altro. Il ruolo della Tikkun Community a questo
riguardo e' educare il pubblico, i media, il mondo accademico, le
istituzioni politiche ed i rappresentanti eletti ad un percorso di pace e
sicurezza comune per Israele ed il popolo palestinese. Opere di Michael
Lerner: Jewish Renewal: A Path to Healing and Transformation (Putnam, poi
Harper Collins); con Cornel West: A Dialogue on Race, Religon and Culture in
America (Putnam, poi Penguin); The Politics of Meaning: Restoring Hope and
Possibility in an Age of Cynicism (Addison Wesley Longman/Perseus Books);
Spirit Matters (Walsch Books/Hampton Roads); Healing Israel/Palestine
(Tikkun Books). Sito: www.tikkun.org]

Il 17 e il 18 maggio verra' per la prima volta in Italia Michael Lerner,
fondatore e direttore della rivista "Tikkun" e della Tikkun Community
(Berkeley, California): un gruppo interconfessionale molto aperto ai laici,
impegnato a indicare ai media, al mondo accademico, alle istituzioni
politiche, alla galassia dei movimenti e al piu' largo pubblico percorsi di
pace, di nonviolenza, di salute ecologica e di consapevolezza globale.
*
Nella prima giornata italiana (17 maggio), Michael Lerner animera' a Firenze
(Palazzo Vecchio, Salone dei Cinquecento), un incontro promosso dai
professori Giovanna Ceccatelli Gurrieri (presidente) e Lorenzo Porta
(docente) del Corso di laurea "Operazioni di pace, gestione e mediazione dei
conflitti" della Facolta' di Scienze della formazione e Scienze politiche
dell'Ateneo fiorentino.
L'incontro, organizzato con il sostegno della Regione Toscana e del Comune
di Firenze, sara' aperto alla cittadinanza.
Lerner trattera' il tema "Costruire la pace: una scelta politica e
culturale".  L'uditorio sara' costituito prevalentemente di insegnanti delle
scuole superiori, di docenti e studenti universitari di Scienze della
formazione e  Scienze politiche, di esponenti di movimenti laici e religiosi
e di partiti politici di vario orientamento.
Il dibattito sara' avviato da un gruppo di discussione composto da Moni
Ovadia, dal sociologo di origine irachena Adel Jabbar (docente di Sociologia
delle migrazioni all'Universita' di Venezia e profondo conoscitore della
realta' vicino-orientale) e dal professor Lorenzo Porta.  Moderatore
dell'incontro sara' Bruno Segre.
*
Nella seconda giornata  (18 maggio) avra' luogo un incontro a Milano sotto
l'egida della Provincia, allo "Spazio Oberdan" in Piazza Oberdan n. 1.
Qui il tema sara' "Risanare e disarmare il mondo": un titolo che prefigura
un approccio meno marcatamente sociologico e piu' orientato nel senso della
filosofia politica.
Il gruppo di discussione, moderato da Massimo Nava (attualmente
corrispondente del "Corriere della Sera" da Parigi, nonche' autore del
recentissimo Vittime, un libro che narra i piu' devastanti conflitti
dell'ultimo quindicennio leggendoli attraverso il destino delle vittime),
comprendera', oltre ai citati Moni Ovadia, Adel Jabbar e Lorenzo Porta,
anche il filosofo Salvatore Natoli.

3. RIFLESSIONE. WANDA TOMMASI: SOFFERENZA DI DONNE, FIGURE DI TRASFORMAZIONE
[Dalla rivista telematica "Per amore del mondo" (nel sito
www.diotimafilosofe.it) riprendiamo il seguente testo, presentato al "Grande
seminario di Diotima" del 2003 dal titolo "Il lavoro del negativo", le
riflessioni maturate a partire da quegli incontri sono confluite nel libro
di Diotima, La magica forza del negativo, di imminente pubblicazione. Wanda
Tommasi ha sviluppato i temi qui trattati nel suo libro La scrittura del
deserto, Liguori, Napoli 2004. Wanda Tommasi e' docente di storia della
filosofia contemporanea all'Universita' di Verona, fa parte della comunita'
filosofica di "Diotima". Opere di Wanda Tommasi: La natura e la macchina.
Hegel sull'economia e le scienze, Liguori, Napoli 1979; Maurice Blanchot: la
parola errante, Bertani, Verona 1984; Simone Weil: segni, idoli e simboli,
Franco Angeli, Milano 1993; Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza
femminile, Liguori, Napoli 1997; I filosofi e le donne, Tre Lune, Mantova
2001; Etty Hillesum. L'intelligenza del cuore, Edizioni Messaggero, Padova
2002; La scrittura del deserto, Liguori, Napoli 2004]

Qual e' il senso della disperazione? Di quel sentimento luttuoso cosi'
antico che gia' Aristotele, ricordando come tutti i grandi uomini fossero
melanconici, collocava in una polarita' fra umor nero paralizzante e
distruttivo, da un lato, e creativita' del genio dall'altro?
Oggi, l'antico nome di melanconia e' stato sostituito dalla parola
depressione: mentre la melanconia, che si immaginava prodotta dalla bile
nera, era una malattia del rapporto fra l'anima e il corpo, la depressione
e' una riduzione delle funzioni nervose. Cio' che chiamiamo depressione e',
in realta', qualcosa di molto vago e indefinito, che va dalle nostre
occasionali e motivate tristezze alla vera e propria malattia depressiva, ma
le cui infinite sfumature sono cancellate dai farmaci che pretendono di
curarla. Depressione e' tutto cio' su cui agiscono gli antidepressivi:
questa e' la definizione, molto pragmatica, che possiamo ricavare dal
mercato.
Siamo molto lontani dalla melanconia umorale, ma un aspetto di quell'antica
fenomenologia voglio ricordarlo qui: si tratta della possibilita' di
leggerla diversamente a seconda del sesso, come fece per prima Ildegarda di
Bingen, nel declinare al maschile e al femminile i tratti del temperamento
malinconico. Mentre l'uomo melanconico, secondo Ildegarda, e' pervaso da una
sadica ferinita', suscita piu' paura che compassione, ed e' caratterizzato
da una cupa lussuria, perche' odia le donne con cui pure desidera
congiungersi, la donna melanconica e' piuttosto da compatire, perche' tiene
il dolore chiuso dentro di se'.
Ai nostri giorni, l'incidenza di gran lunga superiore di depressioni
femminili rispetto a quelle maschili fa pensare che il quadro delineato
dieci secoli fa da Ildegarda possa ancora dirci qualcosa: forse le donne
risultano piu' depresse degli uomini perche' riconoscono di esserlo, lo
dicono e chiedono aiuto, mentre non sappiamo quante depressioni mascherate
si nascondano dietro a certi comportamenti maschili violenti, dietro
all'alcolismo ecc.
In un libro recente, ottimo da molti punto di vista, se non per il fatto che
manca appunto della chiave della differenza sessuale, (La fatica di essere
se stessi, Einaudi, Torino 1999), Alain Ehrenberg ricostruisce la storia
sociale della depressione, che, nel nostro tempo, ha acquistato il primato
tra le patologie del profondo, prendendo il posto, per l'attenzione
prestatale dagli specialisti e dal mercato dei farmaci, che era stato, a
cavallo fra '800 e '900, dell'isteria.
A partire dagli anni '70, la depressione e' la malattia del nostro tempo, e
questa malattia, come gia' l'isteria che l'aveva preceduta, e' una malattia
prevalentemente femminile: Ehrenberg la collega alla fatica di essere se
stessi, in una societa' in cui le norme rigide di comportamento  per le
classi sociali e per i due sessi hanno lasciato il posto a etiche che
stimolano l'iniziativa individuale; anziche' inserirsi nello schema
divieto/conflitto/colpa, tipico della nevrosi, la depressione e' pensata
oggi dalla psichiatria come una patologia dell'insufficienza, che ha a che
fare con l'universo della disfunzione, con l'incapacita' ad agire e a
prendere iniziative, piuttosto che con quello della legge. Mentre il
conflitto all'interno del soggetto era al centro dell'analisi di Freud, con
la depressione ci troveremmo di fronte a un deficit, ad una mancanza. Muta
obiezione a una norma sociale che chiede a tutti di essere responsabili e
pieni di iniziative, la depressione sta al di qua del conflitto, lo evita
accuratamente: ma io credo che proprio l'evitamento dei conflitti abbia a
che fare con la depressione, nel senso che la rabbia, inespressa e non
agita, implode dentro di se'.
*
La prima tappa del percorso che vorrei proporvi tratta appunto
dell'evitamento del conflitto, e dell'implosione delle pulsioni aggressive
inespresse all'interno dell'io. E' una tappa in cui le norme sociali sono
ancora rigide e in cui le tracce di conflitti rimossi sono ancora
riconoscibili.
Per fare questa prima tappa, che riguarda la generazione che ci sta alle
spalle, quella delle nostre madri, mi serviro' di un romanzo di Sylvia
Plath, La campana di vetro (del 1963: Mondadori, Milano 1968), in cui
l'autrice rielabora le vicende autobiografiche della propria depressione e
del proprio tentato suicidio. Gia' il titolo, fortemente simbolico, "la
campana di vetro", allude alle norme sociali rigide e alienanti, a cui la
protagonista cerca di adeguarsi, pagando cosi' il suo tributo alla terribile
normalita' della madre, che vuole per lei un successo in termini di
conformismo; lei si adegua a questa norma, ma al prezzo di mettere a
repentaglio il proprio equilibrio psichico: la rigidita' dei codici di
comportamento si estende dalla famiglia, con l'ipocrisia di una morale
sessuale che prevede la verginita' per le figlie femmine ma non per i
maschi, all'universita' americana, efficiente ma fredda e burocratizzata, ai
centri produttivi retti dalle norme della mercificazione e del successo,
agli ospedali, dove medici insensibili come il dottor Gordon coniugano l'uso
brutale dell'elettroshock con la realizzazione del profitto (25 dollari a
seduta); sullo sfondo, attraverso un duplice riferimento all'esecuzione dei
Rosenberg, si profila l'America maccartista in piena guerra fredda.
La protagonista, Esther, che ha vinto una borsa di studio ed un premio, che
le permette di fare pratica giornalistica presso una rivista femminile a New
York, denuncia subito l'illusorieta' del mito americano: tutti pensano che
lei stia vivendo in un vortice di piaceri e di mondanita', che guidi "New
York come la sua auto personale". "Ma io non guidavo proprio un bel niente,
nemmeno me stessa. Dal mio albergo mi tuffavo nel lavoro e nei ricevimenti e
dai ricevimenti al mio albergo e di nuovo nel lavoro come un automa che non
capisce niente. Immagino che avrei dovuto esserne entusiasta come lo era la
maggior parte delle altre ragazze, ma non riuscivo a reagire. Mi sentivo
molto apatica e del tutto vuota, come deve sentirsi l'occhio di un uragano,
che si muove ottusamente e di continuo nel fragore che lo avviluppa" (p. 4).
La Plath esprime apertamente, nel romanzo, le sue obiezioni al mito del
successo, all'ipocrisia della morale sessuale, ecc.; invece la protagonista
della vicenda, Esther, pur sentendo una specie di nausea salirle dentro ogni
volta che si trova di fronte a comportamenti ipocriti, tuttavia non riesce a
reagire, si sente apatica e vuota come l'occhio dell'uragano: c'e' una
violenza dentro, ma questa non riesce ad esprimersi. Rimane solo l'apatia,
un umor nero che toglie ogni gusto alla vita: "io potevo vedere i miei
giorni, un giorno dopo l'altro, splendere davanti a me abbaglianti come un
lungo viale bianco di infinita desolazione. Era stupido lavare ogni giorno
quanto si doveva rilavare l'altro. Mi stancavo solo a pensarlo" (p. 110).
La depressione e il tentativo di suicidio sembrano frutto di conflitti
evitati, non agiti, che infine esplodono facendo crollare l'equilibrio
psichico della protagonista: in primo luogo il conflitto con la madre, che
la spinge al successo in termini di conformismo, secondo i criteri tipici
della societa' americana degli anni '50, e che non incoraggia in lei alcun
gesto di trasgressione. Come esempio di conflitto non agito da Esther, puo'
bastare quello del fidanzamento con Buddy Willard, apparentemente un bravo
ragazzo americano, ma che la protagonista giudica un "perfetto ipocrita".
Anche se Esther disprezza Buddy e vorrebbe lasciarlo, non lo fa, non gli
dice nulla, gli lascia anzi credere di amarlo ancora, perche' lui nel
frattempo si e' ammalato di Tbc e lei non se la sente di dargli questo
dispiacere: "Ma la cosa peggiore era che non potevo subito sputar fuori
quello che pensavo di lui, perche' aveva preso la tubercolosi prima che
potessi farlo. E ora mi toccava tenerlo su' di morale fino a che fosse stato
bene di nuovo e in grado di accettare la verita' per quanto brutta potesse
essere" (p. 47).
Nella Plath e' comunque facilmente riconoscibile la traccia dei conflitti:
di quelli immaginati ma non agiti da Esther, e di quelli messi in scena
dall'autrice nella scrittura, nella sua denuncia dei falsi ideali di una
societa' perbenista e ipocrita.
E' noto che la Plath e' stata considerata una figura emblematica del
femminismo, ma lo e' stata solo all'inizio, quando si sentiva il bisogno di
denunciare l'oppressione femminile e di riconoscersi vittime. E' opportuno
ricordare, a questo proposito, che l'autrice rivolge le sue critiche piu'
dure a uomini: nel romanzo, i piu' implacabili strumenti di alienazione sono
uomini, da Buddy al dottor Gordon, l'attesa di un'iniziazione sessuale da
parte della protagonista sfocia in una violenza carnale, e all'amica lesbica
di Esther, Joan, non resta che il suicidio.
Ma tutto questo appartiene al passato, anche se recente. Da allora, le cose
sono profondamente cambiate: non possiamo piu' rappresentarci come vittime
sofferenti nella dipendenza dall'uomo, come ancora la Plath consentiva di
fare. Di mezzo, fra la Plath e noi, ci sono stati la contestazione del '68 e
il femminismo degli anni '70, che hanno messo radicalmente in questione le
norme rigide e alienanti della societa', la morale sessuale, i ruoli dei due
sessi, l'autorita'. La nostra - la mia - e' una generazione che si e'
costruita attraverso il conflitto, rifiutando i ruoli sociali e sessuali
tradizionali, per avviarsi alla realizzazione di se'. Eppure la depressione
femminile non scompare, anzi diventa un disagio sempre piu' diffuso proprio
a partire dagli anni '70: oggi, abbiamo a che fare con la depressione come
fatica di essere se stesse, di prendersi la responsabilita' delle proprie
vite, come deficit di iniziativa, come muta obiezione all'imperativo
dell'efficienza, come paralisi del desiderio.
*
La psichiatria attuale nella sua versione corente piu' diffusa (il Dsm IV:
Diagnostic and Statistics Manual of Mental Desorders, nella sua versione
piu' recente, la IV) interpreta la depressione come un'insufficienza,
un'incapacita' di tenere il passo con gli altri. Scompare l'esigenza di
interrogare i conflitti che stanno dietro al disagio depressivo, e ci si
preoccupa solo di diagnosticare il deficit di iniziativa e di sopperirvi con
l'aiuto dei farmaci. Questo manuale, destinato ai medici di base, favorisce
un atteggiamento che, di fatto, e' una scorciatoia, e anche piuttosto
pericolosa: anziche' fare della relazione medico-paziente il luogo in cui
dar voce alla sofferenza e fare dell'episodio depressivo l'occasione di una
nuova tappa esistenziale, dolorosa ma necessaria, ci si preoccupa solo di
colmare il vuoto, di sopperire al deficit e al senso di inadeguatezza. A
questo servono i farmaci, che alimentano l'illusione di onnipotenza e
promettono un mondo senza perdite, un soggetto senza ferite, e protezione
dall'orrore del vuoto.
Con un mercato degli antidepressivi che promette la felicita' a comando con
una molecola, e' legittimo chiedersi se una persona, sempre alla ricerca di
colmare il proprio vuoto e la propria mancanza, non sia confortevolmente
drogata, e sia cosi' sempre evitato quel confronto con i propri limiti e con
i propri conflitti che potrebbe toglierla dall'illusione di onnipotenza e
metterla maggiormente in contatto con la realta'.
All'atteggiamento complusivo di colmare ogni vuoto e di riempire ogni
mancanza, che la nostra societa' incentiva e favorisce, con l'enfasi posta
sull'iniziativa personale e sul consumo come riempitivo, molte donne
corrispondono, con vite superimpegnate, al limite del collasso: moltiplicare
gli impegni e le iniziative, essere in moto perpetuo non e' forse un modo di
sfuggire il vuoto, di evitare il confronto con i propri limiti e in
definitiva con se stesse?
In controtendenza rispetto alla psichiatria attuale e al mercato dei
farmaci, il contributo di donne, impegnate nella cura del disagio femminile
e in particolare della depressione, e' significativo: si sottolinea qui la
centralita' della relazione medico-paziente, come luogo in cui puo'
inscriversi anche l'uso di farmaci, ma solo per alleviare le sofferenze piu'
acute e per mettere in condizione la donna di guardare in faccia i propri
problemi, di affrontare i propri conflitti e di usare la sofferenza
depressiva come occasione per un cambiamento necessario.
*
Mentre la medicina attuale e il mercato degli antidepressivi ci riportano
ossessivamente al nesso vuoto-pieno, mancanza-riempimento, e cancellano
dalla scena il conflitto, la psicanalisi invece continua a ricordarci che il
conflitto intrapsichico, anche se non percepito dal paziente, non e' in
realta' scomparso, ma solo nascosto dietro ai sintomi di apatia e di fatica
di vivere attenuati dagli antidepressivi. La guarigione coinciderebbe anzi
col diventare capaci di sopportare la sofferenza e di rappresentarsi i
propri conflitti. Scrive ad esempio Andre' Haynal: "La cura psicoanalitica
ci ha mostrato che siamo costretti a vivere con l'ombra della diperazione. I
nostri demoni non possono essere espulsi ne' soffocati: essi sono per noi
preziosi, sono un attributo dell'esistenza umana. Se sapremo vivere con
loro, finiranno per aiutarci" (Il senso della disperazione, Feltrinelli,
Milano 1989, p. 120).
Barbara Duden, guardando agli scenari della medicina attuale, segnala
giustamente che si sta andando verso una negazione della condizione umana
mediante il progresso, verso una gestione del dolore invece dell'arte di
soffrire, e ricorda la saggezza antica, secondo la quale la vita e' tragica
e la sofferenza ne fa inevitabilmente parte: possiamo alleviarla, ma non
eliminarla (in Corpi soggetto, Franco Angeli, Milano 2000, p. 30).
Questa saggezza antica risuona ancora nelle parole di Simone Weil. Una delle
caratteristiche del soggetto depresso, la perdita della stima di se', e'
fotografata con implacabile nitore da Simone Weil, quando, parlando del
malheur, afferma che esso non consiste solo in una sofferenza che capita e
che dura a lungo, ma in uno sguardo di disprezzo sociale che viene
interiorizzato, al punto che si arriva a disprezzare se stessi. Simone Weil,
contrariamente a quanto si tende a fare oggi, cioe' colmare il vuoto ed
eliminare la sofferenza, insegna che della sofferenza si puo' fare un uso.
Un'altra autrice che puo' dirci qualcosa, in questa direzione, e' Marina
Cvetaeva: lei, che vive la vicenda della rivoluzione russa, condivide della
rivoluzione la spinta all'autenticita', ma non la fiducia nella felicita',
nell'abolizione di cio' che e' negativo e doloroso. Non tutto cio' che e'
negativo puo' essere convertito in positivo, non tutta la sofferenza puo'
essere trasfigurata nella creativita' artistica. "Ma il poeta e' colui che
trasfigura tutto?" si chiede la Cvetaeva. "No, non tutto - solo cio' che
ama. E ama - non tutto". Lei, per esempio, odia diverse cose, fra cui "la
vita quotidiana, che e' materialita' non trasfigurata. Ho finalmente trovato
la formula - mi ci ha portato l'odio" (Deserti luoghi, Adelphi, Milano 1989,
p. 8).
Con Cvetaeva, possiamo cominciare  a raccontarci la storia dei nostri odii,
a rappresentarci i nostri conflitti. Anche nelle relazioni fra donne,
perche', se e' vero che le relazioni sono una strada per uscire dalla
depressione, e' anche vero pero' che non si e' molto affinato l'ascolto
della sofferenza che puo' esserci nelle relazioni stesse, tanto piu' grande
quanto piu' le donne che ci sono vicine riaprono ferite antiche, che hanno
origine nel rapporto con nostra madre.
Arrivare a rappresentarsi i propri conflitti e raccontarsi la storia dei
propri odii non e' pero' l'ultimo passo: l'ultimo passo e' quello che
Melanie Klein indica col termine riparazione. La Klein considera un
passaggio necessario, nel processo di crescita del bambino, la posizione
depressiva, nella quale il bambino integra i suoi sentimenti di amore e odio
verso la madre, e attraversa un periodo di lutto e sensi di colpa. Il
superamento della posizione depressiva si ha con la riparazione, cioe' con
la capacita' del bambino di riconoscere la propria bisognosita' e di provare
gratitudine per la madre, nonostante la frustrazione e la rabbia per non
poterla avere tutta e sempre per se' (Invidia e gratitudine, Martinelli,
Firenze 1985).
*
Un processo di riparazione rispetto all'invidia provata nei confronti della
potenza materna lo troviamo, ad esempio, in Etty Hillesum: l'ostilita' di
Etty nei confronti della madre, espressa ripetutamente nel Diario, si placa
solo quando entrambe sono costrette ad affrontare la terribile prova del
campo di Westerbork; la', finalmente Etty riesce ad esprimere amore ed
ammirazione per la madre, pur continuando a riconoscerne i difetti. Grazie
al lavoro psicologico su di se', che le consente anche di esprimere la
propria creativita', Etty converte la recriminazione per non essere stata
amata abbastanza in capacita' di amare, e tramuta la primitiva invidia nei
confronti della madre in gratitudine per i piaceri del passato e in gioia
per quanto il presente puo' ancora darle.
Nel caso di Etty Hillesum, il nesso fra depressione e creativita' e'
particolarmente stretto: lei esce dall'umore depressivo grazie alla terapia
di Spier e all'amore per lui, ma soprattutto mettendo a frutto la sua
creativita' nella scrittura. L'uscita dal ristagno e dall'umore depressivo,
registrato all'inizio del Diario, coincide con il ridimensionamento di un
ideale dell'io eccessivamente esigente e velleitario, che ha come
contraccolpo inevitabile la recriminazione per la propria inadeguatezza e la
disistima di se'. Scrive ad esempio Etty nel Diario: "A volte avevo la
certezza - peraltro molto vaga - che in futuro sarei potuta diventare
'qualcuno' e avrei realizzato qualcosa di 'straordinario', altre volte mi
ripigliava quella paura confusa che 'sarei andata in malora lo stesso'"
(Diario 1941-'43, Adelphi, Milano 1985, p. 38).
Etty esce da quest'altalena fra esaltazione e depressione riconoscendo i
limiti della propria fantasticata onnipotenza: anziche' biasimarsi di
continuo per la propria incapacita' di essere all'altezza di un ideale di
perfezione vago e lontano, impara a vivere pienamente il presente, ogni
momento. Le sue energie psichiche ed emotive, non piu' bloccate
nell'oscillazione fra autoesaltazione ed autosvalutazione, sono rese
disponibili per il lavoro creativo della scrittura e per l'apertura a Dio.
Posta di fronte ai propri limiti e, nel contempo, costretta a confrontarsi
con una realta' traumatica, quella della persecuzione e della deportazione
degli ebrei, Etty, anziche' reagire con un affetto depressivo, mobilita la
propria creativita' per riparare il trauma nel lavoro creativo della
scrittura e nell'esperienza spirituale: ad un futuro fantasticato, si
sostituisce un presente in cui brilla una luce d'eternita'.
Colpisce il fatto che Etty lodi la vita proprio quando sta per esserle
tolta, che dia voce alla speranza proprio quando apparentemente non c'e'
piu' nulla da sperare. Questo ci riporta alle radici della speranza, di cui
parla Maria Zambrano nei Beati: Zambrano distingue fra le speranze (per cui
speriamo in questa o quella cosa) e la speranza, che e' senza perche',
immotivata, che non si nutre di nulla, ma che sostiene la vita.
E' quest'ultima cio' che viene a mancare nella depressione, e' questa che
Etty Hillesum sente rinascere in se' in circostanze tanto difficili.
Questa speranza, scrive Zambrano, "si produce di rado, individualmente, in
persone che hanno perso tutto e che nulla sperano in concreto", e a volte,
per lungo tempo in "popoli o razze oppresse", mentre nell'Occidente
civilizzato "il crescente benessere coesiste con l'angoscia" (I beati,
Feltrinelli, Milano 1992, pp. 104-105).
Questa osservazione e' confermata dalla constatazione che la depressione e'
una patologia dell'abbondanza e non della miseria.
La speranza, continua Zambrano, "e' il fondo ultimo della vita, e' la vita
stessa che, nell'essere umano, si dirige inesorabilmente verso una
finalita', verso un oltre"; e' "la trascendenza stessa della vita che
incessantemente rampolla" (p. 106).
Quanto abbiamo umiliato la vita, perche' questa si vendichi sottraendoci la
speranza, che ci da' il gusto di viverla?

4. INCONTRI. GIUSEPPE STOPPIGLIA: UN INVITO ALLA FESTA DI MACONDO DEL 28 E
29 MAGGIO
[Dagli amici dell'associazione Macondo (per contatti: e-mail:
posta at macondo.it, sito: www.macondo.it) riceviamo e diffondiamo. Giuseppe
Stoppiglia e' l'infaticabile, generosissimo principale animatore di
"Macondo", attivissima associazione di solidarieta' per l'incontro e la
comunicazione tra i popoli; dopo studi di filosofia e teologia e' ordinato
sacerdote cattolico nel 1965, prete operaio, formatore nel sindacato, nel
1988 fonda "Macondo". Tra le opere di Giuseppe Stoppiglia: Diario di un
viandante, Edizioni Lavoro, Roma 1999, 2000]

"Chi non crede non vedra' mai un miracolo.
Di giorno non si vedono mai le stelle".
(Franz  Kafka)

"... questa e' l'immagine
del Signore,
una fioritura continua..."
(Alda Merini)

Amiche e amici carissimi,
"Ricordo ancora - mi diceva un mia ex alunna che incontrai per caso e mi
riconobbe subito, proprio a Bologna - quando lei entro' in classe e scrisse
sulla lavagna il motto di don Milani: I Care.
Ricordo la sua perseveranza e lo spirito di ricerca che l'animava. Ci dava
come una scossa. Noi eravamo abituati alla lezione da ripetere per
l'interrogazione, per il voto, e seguendo lei ci sembrava di trovarci in un
baratro che ci dava il capogiro. Non mi fraintenda: con lei era come salire
su una montagna ogni mattina, ogni capitolo del programma era come un
seminario aperto, ininterrotto, ogni volta si aprivano orizzonti nuovi e
insospettati, problemi e tematiche che venivano sottoposti alla nostra
riflessione, alla nostra verifica personale. Lei ci leggeva i passi dei
filosofi e degli scrittori, i documenti e le testimonianze della storia, e
li sottoponeva  al commento, all'analisi, alla discussione in classe. Ci
incalzava, ci coinvolgeva, ci costringeva a pensare, a ragionare, a
meditare. E qui appunto avvertivamo la resistenza interna della pigrizia o
delle abitudini mentali: perche' lei ci prendeva per mano e ci portava sulla
montagna e ci invitava a guardare le cose dall'alto e noi sentivamo la
differenza di pressione, di altitudine, la distanza del linguaggio d'uso in
quel suo sforzo di decifrare e di riformulare i messaggi diversi alla
ricerca di un codice comune. Cultura laica e cultura cristiana venivano
ripensate con lei in modo non antagonistico, ma come tese a una possibile
confluenza ad un livello superiore di umanizzazione. Ricordo le letture che
ci proponeva sulle diverse religioni nella speranza di seminare lo spirito
del dialogo - che e' piu' della tolleranza - e quel ritradurre le parole
invise al laicismo ateo in termini accettabili e coerenti ad un altro
universo linguistico. Lei si impegnava, e ci impegnava, troppo. Faceva un
lavoro immenso, non si rassegnava alla normale routine della scuola...".
*
A volte le persone mi domandano: perche' sei diventato educatore? Non lo so,
ma ho questa teoria (teoria nel senso di ipotesi perche' non ho prove):
tutti noi nasciamo con certi saperi. Il ragno nasce sapendo fare la
ragnatela, il mollusco nasce sapendo fare la conchiglia. Il musicista nasce
sapendo suonare il pianoforte.
C'e' un salmo che dice: "Invano vi alzate di buon mattino e andate a
riposare tardi per mangiare pane di sudore: ai suoi amici il Signore lo da'
mentre dormono" (salmo 127).
Penso di essere nato educatore. Ho scoperto la delizia di comunicare idee.
Ho trovato la mia gioia negli occhi affascinati degli alunni. Si tratta
dell'esperienza della conoscenza che e' amorosa e piacevole. "La conoscenza
e' un'esperienza di piacere ed e' un piacere che ingravida le idee" (William
Blake).
L'educatore abita un mondo nel quale cio' che conta e' la relazione. E' la
relazione che lo unisce agli alunni, e' nella relazione che ogni alunno e'
una "entita' sui generis", portatore di un nome, di una storia, che soffre
tristezze, nutre speranze.
L'educatore e' qualcosa che deve succedere in questo spazio invisibile e
denso, che si stabilisce nel rapporto a due. Spazio artigianale. Gli
educatori abitano un mondo diverso dall'attuale, dove educare non ha
importanza: cio' che conta purtroppo e' un credito culturale che l'alunno
acquista in una disciplina identificata da una sigla.
Proprio per questo ci sono i professori al posto degli educatori. Questo
obbliga il salto da persona a funzione. Con l'avvento dell'utilitarismo,
tutto e' stato alterato. La persona e' passata ad essere definita per cio'
che produce; l'identita' e' ingoiata dalla funzione.
Cio' e' diventato cosi' radicato che, quando qualcuno ci chiede chi siamo,
rispondiamo inevitabilmente dicendo quello che facciamo.
L'educatore, quello costruito dalla mia immaginazione, abita un mondo nel
quale l'interiorita' conta ancora; nel quale le persone si definiscono dalle
loro unioni, passioni, speranze e sogni. Il professore al contrario e'
funzionario di un mondo dominato dallo Stato e dalle imprese. La sua e' una
bravura funzionale, viene infatti giudicata dagli interessi del sistema.
L'educatore e' un fondatore di mondi, mediatore di speranze, pastore di
progetti.
*
"... ora vinca un silenzio leggero". Di fronte all'inondazione mediatica in
omaggio all'indiscutibile grandezza del papa Wojtyla mi e' tornato alla
memoria quanto scrive  Oscar Wilde: "Il sopravvento della morte ci deve
sottrarre all'uso ipocrita di dover dire tanto bene dei morti, quanto male
sappiamo dire dei vivi".
La morte di ogni essere umano porta via una parte di noi stessi, ma esula,
da un sentire cristiano, il culto idolatrico della persona.
Al centro della vita della Chiesa vi e' Gesu' Cristo, morto e risorto.
Vicenda unica e irripetibile. Nessuna creatura in cielo, in terra e negli
inferi puo' prendere il suo posto (Fil 2. 9-10).
Ognuno e' unico ed insostituibile agli occhi di Dio per quel che e', non per
la funzione che ricopre. In questo senso dietro il prosaico detto che "morto
un papa se ne fa un altro" si cela una verita' teologica fondamentale che
ribadisce la centralita' e l'unicita' di Gesu' Cristo.
Umanamente ci sono molte realta' insostituibili. Madre e padre non si
possono sostituire. Qualcuno puo' prendere il loro posto, nessuno puo'
essere come loro, origine della nostra vita. La morte dei genitori ti si
avvinghia addosso. Non ha nulla a che vedere con le altre.
Non perdi loro, e sarebbe dolore, e' una perdita di te. Non e' vero che sia
insopportabile. E' la sola prevista... ma la perdita del padre e della madre
e' un lutto che non si elabora mai fino in fondo, se elaborazione e'
superamento. Sei un altro, dopo, e mutilato.
Nessuno, dopo, si potra' affacciare su un balcone e proclamare la grande
gioia di avere un altro genitore. L'immagine paterna del papa (santo padre)
suona impropria appunto per la gaudiosa sostituibilita' di quella figura.
Non si e' padri a tempo determinato. Se lo si e', vuol dire che se ne stanno
facendo le veci. Il papato va inteso come una funzione o per essere piu'
precisi nell'espressione, come servizio, non come una paternita'.
L'elezione del cardinal Ratzinger a successore di Pietro non mi ha sorpreso,
anzi, la ritengo un segno dei tempi. Facciamo fatica, lo so, a leggerli
questi segni, considerando il suo passato di severo ed intransigente
guardiano della "dottrina", ma temo ci sia, anche da parte nostra, una certa
difficolta' ad ascoltarli, per un uso esagerato di categorie sociologiche e
politiche.
La sfida all'attuale tornante della storia (lo scandalo clamoroso della
poverta' nel mondo, le guerre assurde per il predominio economico e
culturale, la liberazione della donna, il terrorismo del denaro che spacca
l'unita' delle  famiglie e delle comunita'), per il nuovo papa, e' veramente
sovrumana. Occorre il coraggio della liberta'. Nella tradizione cristiana la
liberta' viene dalla fede. Indubbiamente Benedetto XVI e' un uomo di fede,
la quale non e' tolta per il fatto di essere declinata nelle forme di una
ortodossia prudentissima.
Proprio per recuperare la fiducia nella parola e quindi la capacita' di
pensare, la prima cosa da fare e' liberarsi dai pregiudizi, saper guardare i
segni dei tempi perche' questa e' storia, realta', promessa, avvenire. I
segni dei tempi rendono possibile una strada diversa da quella che
infelicemente gli uomini stanno percorrendo.
Tutto mi fa pensare che sara' piu' un papa della profondita' che della
superficie, piu' della parola che dell'immagine.
*
E' vicino l'appuntamento annuale con la festa nazionale di Macondo. Per noi
e per tutti gli amici e' un momento importante, fondamentale di incontro. Si
svolgera' come sempre nella cornice gioiosa del parco dei Fratelli delle
Scuole Cristiane a Romano d'Ezzelino, alle porte di Bassano del Grappa , nei
giorni di sabato 28 e domenica 29 maggio.
Il tema scelto, "Sulla spiaggia di mondi senza fine, giocano i bambini",
vorrebbe essere un'occasione per cercare la speranza, ma anche per vivere la
gioia, restituita dall'eternita', all'innocenza massacrata. L'innocenza
disarmata del bambino e' un dono che ci e' dato, per capire l'assurdita' di
questo mondo, che si affida quasi esclusivamente al mercato, come unica
risposta alla domanda di senso.
La condizione infantile, sia quella dei bambini nei mondi poveri, sfruttati
per ragioni di lavoro o per ragioni di sesso, sia quella dei bambini oggetto
di pubblicita' o privi di dialogo e di affetto dei mondi ricchi, non e' una
faccenda di lacrime o di buon cuore, ma il sintomo di un'umanita' che abdica
alla conservazione della propria identita'.
A differenza dell'animale, che mantiene la propria specie mediante la
semplice procreazione, l'umanita' necessita per la sua conservazione e
trasmissione, di istituti materiali e morali, la cui essenza designiamo con
il termine "cultura" e la cui trasmissione affidiamo al termine
"educazione".
Educare significa guardare al bambino come all'uomo futuro e non come uno
strumento del benessere presente, quel benessere che noi conosciamo nella
forma del piacere e del denaro in cui si riciclano tutti gli impegni
strumentali dei bambini siano essi il sesso, la guerra, la produzione delle
merci, la loro pubblicizzazione, in quel mondo guardato solo da quell'occhio
che sulla terra vede null'altro che merci da produrre e poi da consumare per
la loro indefinita produzione.
Una volta che il mondo e' guardato come merce, sguardo privilegiato del
mercato, il bambino, che nella comunita' umana dovrebbe essere il
destinatario della trasmissione culturale, diventa come tutte le merci, un
anello della catena della produzione materiale, quando non addirittura un
semplice oggetto di piacere. Materializzando l'infanzia, la comunita' umana
perde il suo tratto culturale.
Perche' gli adulti, i genitori, gli educatori prestino attenzione alle voci
che salgono dal regno della morte, sul quale camminiamo giorno dopo giorno,
ora dopo ora, arriveranno per raccontarci storie di vita e di speranza,
alcuni testimoni dal Burundi (Petronilla Kibwa), dal Congo (Victor Mbembe),
dal Brasile (Giorgio Barbieri), dal Peru' (Lucy Borja), dall'Italia (Pietro
Barcellona, don Gigetto de Bortoli, Livia Pomodoro, presidente del Tribunale
dei minori di Milano).
Un momento di particolare emozione sara' l'incontro con la poetessa Alda
Merini e il cantautore Samuele Bersani, assieme al comico Paolo Rossi.
*
Amiche e amici carissimi, nell'inviarvi la lettera per Natale nel dicembre
scorso, con allegata l'agenda della pace, per ragioni di peso, non abbiamo
potuto inserire il c/c postale per i rinnovi del 2005. Il fatto ha prodotto
gravi ritardi e una diminuzione verticale dei rinnovi. Confido, assieme alle
persone che lavorano con me nell'associazione, nella vostra attenzione,
fiducia e amicizia, invitandovi, se non l'avete gia' fatto, a rinnovare
anche per il 2005 l'abbonamento a "Madrugada" e l'adesione a Macondo ( la
quota resta invariata). Tutto questo nella speranza che perduri il vostro
interesse per quello che facciamo e promoviamo, ma soprattutto la vostra
solidarieta' e il vostro affetto. Ve ne siamo immensamente grati.
Nel congedarmi, vorrei salutarvi con le parole, meravigliose e piene di
speranza,  del poeta Mario Luzi, recentemente scomparso:
"Dall'orizzonte umano in cui mi trovo a guardare il mondo universo che hai
creato, si affrontano due eternita': la tua vivente luminosa e l'altra senza
luce e senza moto. Anche la morte appare eterna. E' duro convincerli, gli
umani, che non ci sono due eternita' contrarie, il tutto e' compreso in una
sola e tu sei in ogni parte, anche dove pare che tu manchi".
*
Vi aspetto tutti alla festa per abbracciarvi con tenerezza e affetto.

5. RIFLESSIONE. GIANCARLA CODRIGNANI: REFERENDUM, IL DIRITTO DI VOTARE
[Ringraziamo Giancarla Codrignani (per contatti: giancodri at libero.it) per
averci messo a disposizione questo suo articolo gia' apparso nella cronaca
di Bologna de "L'Unita'" dell'11 maggio 2005. Giancarla Codrignani,
presidente della Loc (Lega degli obiettori di coscienza al servizio
militare), gia' parlamentare, saggista, impegnata nei movimenti di
liberazione, di solidarieta' e per la pace, e' tra le figure piu'
rappresentative della cultura e dell'impegno per la pace e la nonviolenza.
Tra le opere di Giancarla Codrignani: L'odissea intorno ai telai, Thema,
Bologna 1989; Amerindiana, Terra Nuova, Roma 1992; Ecuba e le altre,
Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1994]

Ci sono cattolici che, come Romano Prodi, hanno rivendicato il diritto di
andare a votare al prossimo referendum sulla fecondazione assistita, senza
prudentemente dire come voteranno. Tuttavia non sono pochi quelli -
soprattutto "quelle" - che, senza esprimersi pubblicamente, si riservano
un'autonomia maggiore. Possiamo esplicitarne le ragioni.
L'invito al "non voto" non e' stata la piu' coerente delle scelte per un
cattolico convinto: monsignor Ruini ha deciso di ricorrere a una tattica,
non a un'argomentazione, solo per il timore di ripetere l'esito del
referendum sull'aborto, quando al monito della chiesa corrispose la
disubbidienza di due terzi dei votanti. La gerarchia cattolica, infatti, in
un paese democratico puo' esprimere liberamente i propri convincimenti e
deve evangelizzare: perche' ha invitato a disertare e non a votare "no", se
ritiene che la fecondazione assistita sia un peccato? E perche' non ha
ragionato sul problema quando la scienza l'ha proposto - piu' di vent'anni
fa - e parla solo oggi, quando da queste pratiche sono nati migliaia di
bambini che ormai frequentano l'universita'? Perche' gli scienziati
cattolici sembrano scoprire oggi le tecniche riproduttive che hanno solo il
compito di guarire coppie altrimenti rese infelici dalla sterilita'?
Desiderare figli non puo' essere ne' peccaminoso ne' illegittimo: se la
scienza consente di integrare la natura - secondo il significato del biblico
invito a "dominare la terra" - si dovrebbe poterne accettare l'ausilio.
Tuttavia il vero problema sembra essere diventato l'embrione, da tutelare
non perche' degno di rispetto in se', ma perche' dotato di tutti i diritti
propri della "persona", anche a costo di aprire il conflitto con i diritti
delle donne. Mentre una concezione personalistica della vita estesa al
concepito dovrebbe significare fornire alla donna incinta tutte le tutele di
maternita' (intanto viviamo in un paese in cui non si risarcisce l'aborto
spontaneo per ragioni di lavoro), non e' accettabile attribuire capacita'
giuridica all'embrione, con il rischio che, in prospettiva, diventi titolare
di eredita', o denunci gli attentati al proprio benessere operati dalla
mamma che pratica qualche sport o gli apparentemente innocui lavori
domestici.
La questione riguarda direttamente i "generi": l'uomo, anche se non e'
filosofo, capisce cio' che e' "potenza" e cio' che e' "atto" sempre secondo
Aristotele, per il quale lo sperma e' la potenza vitale, mentre la donna e'
un semplice contenitore che la porta a maturazione. L'uomo identifica cosi'
la propria capacita' generativa nell'astrazione dell'embrione, non nel
processo che si verifica nel grembo della sua donna. La quale ha un metro di
valutazione diverso: sa bene che una cellula fecondata e' diversa da un
ovulo e uno spermatozoo separati, ma sa anche che cio' che le cresce dentro
e' una potenzialita', mentre reale e' il bambino da tenere in braccio.
Inoltre le donne non ignorano che, secondo natura, milioni di embrioni si
sfaldano, senza che nessuno si renda conto della loro esistenza; dovrebbero
per caso pensare che il loro grembo produce tendenze suicide?
D'altra parte non e' compito della legge definire quale sia l'origine della
vita. A meno di non voler correggere il primo articolo del Codice civile che
riconosce che "la capacita' giuridica si acquista dal momento della nascita"
e che "i diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono
subordinati all'evento della nascita".
Cattolici e laici, davanti a una legge ingiusta e inapplicabile, hanno
dunque problemi concreti molto seri, che portano ad andare a votare e,
anche, ad esprimere quattro si', 1) per non punire le donne che si
sottopongono a trattamenti clinici pesanti solo per amore della vita, e per
non aprire un conflitto giuridico dentro l'aspirazione alla maternita'; 2)
per consentire alle donne di ricevere il numero di embrioni che il medico e
non la legge ritiene opportuno; 3) per ammettere la fecondazione eterologa
che risponde anche a un non egoistico desiderio di paternita'; infine 4) per
consentire che la responsabilita' del destino di embrioni in ogni caso
condannati all'estinzione sia affidata agli scienziati.
Le preoccupazioni per avventure rischiose progettate dalla genetica non
possono essere incluse di soppiatto e ideologicamente in una legge
riferibile solo a pratiche terapeutiche non imposte a nessuno, desiderate da
molti, consentite in tutti i paesi europei e utilizzate anche, se non
soprattutto, da buoni cattolici.
I quali cattolici pensano che, se ci fosse stata la fecondazione assistita,
ben difficilmente Sara avrebbe permesso ad Abramo di prendersi una
concubina, come era consentito ai patriarchi da quella Bibbia che pensava
sterili solo le donne. A meno di non suggerire il ricorso al vecchio
adulterio, come fa implicitamente chi - come monsignor Maggiolini - pensa
che le donne vogliano "prendere il seme del primo che passa per la strada",
senza riflettere sull'esistenza della sterilita' maschile.

6. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO
Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova il
libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.
Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:
1. l'opposizione integrale alla guerra;
2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;
3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;
4. la salvaguardia dei valori di cultura e dell'ambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dell'uomo.
Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.
Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio, l'educazione,
la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.

7. PER SAPERNE DI PIU'
* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: www.nonviolenti.org; per
contatti: azionenonviolenta at sis.it
* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in Italia:
www.peacelink.it/users/mir; per contatti: mir at peacelink.it,
luciano.benini at tin.it, sudest at iol.it, paolocand at inwind.it
* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: www.peacelink.it; per
contatti: info at peacelink.it

LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO

Foglio quotidiano di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la
pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac at tin.it

Numero 930 del 15 maggio 2005

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