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La nonviolenza e' in cammino. 368



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO



Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: <mailto:nbawac@tin.it>nbawac@tin.it



Numero 368 del 28 settembre 2002



Sommario di questo numero:

1. La risposta di Hillel

2. Emmaus, contro la guerra

3. Silvia Vegetti Finzi, il luogo dell'utopia

4. Per la regolarizzazione di tutti i sans-papiers in Europa

5. Chaiwath Satha-Anand, una conferenza a Torino su islam e nonviolenza

6. Giobbe Santabarbara, dello scrivere chiaro

7. Le canzonacce da osteria di Numidio Picciafoco: voglio farmi la tivvu'

8. Iaia Vantaggiato recensisce "Il Vincere" di Ettore Masina

9. Riletture: Lia Levi, Che cos'e' l'antisemitismo? Per favore rispondete

10. Riletture: Biancamaria Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa
nell'Islam

11. La "Carta" del Movimento Nonviolento

12. Per saperne di piu'



1. EDITORIALE: LA RISPOSTA DI HILLEL

Tutti conoscono quell'episodio riferito a Hillel il Vecchio: uno gli disse
che si sarebbe convertito se lui avesse saputo spiegargli tutta la Torah
nel tempo in cui l'interrogante sarebbe stato in equilibrio su un piede
solo. Ed Hillel: "Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te
stesso. Questa e' tutta la Torah, il resto e' commento. Va' e studia".

Su cosa si puo' fondare la civile convivenza, su cosa il riconoscimento
dell'umanita' mia e tua e di tutti? su questo principio appunto: che cio'
che ti e' odioso, non farlo al tuo prossimo; principio che chiameremo qui
la risposta di Hillel, e che e' anche la nostra. Che noi si possa non
dimenticarla mai.



2. APPELLI. EMMAUS: CONTRO LA GUERRA

[Emmaus e' il movimento di solidarieta' fondato dall'Abbe' Pierre. Per
informazioni e contatti, sito: www.emmaus.it]

L'Abbe' Pierre e il Comitato Esecutivo di Emmaus Internazionale esprimono
la loro opposizione piu' netta all'intenzione dichiarata dalla
amministrazione degli Stati Uniti di fare guerra all'Irak, nonche' ad ogni
forma di azioni terroristiche in generale.

Noi ci uniamo a tutti coloro che, contro i predicatori della guerra, sono
impegnati per la difesa dei diritti umani, per la costruzione della pace e
della giustizia nel mondo e per promuovere un nuovo ordine internazionale
giusto e democratico.

La tendenza al disarmo, iniziata dopo la caduta del muro di Berlino, oggi
ha lasciato il posto ad un rinnovato aumento delle spese militari ed a una
espansione del commercio delle armi.

Fermiamo questa corsa al finanziamento della morte.

Ogni guerra, specie quelle provocate nei paesi piu' poveri, sono azioni che
mirano a costruire potenziali concorrenti economici ed a garantire per se'
il controllo delle risorse energetiche.

La democrazia non puo' essere promossa da atti di guerra. Una guerra
"preventiva" in Irak certamente destabilizzera' tutta la regione. Al
contrario, oggi, la priorita' e' di rilanciare il processo di pace in Medio
Oriente e promuovere la democrazia in Irak favorendo il rafforzamento della
societa' civile locale.

Una nuova guerra, inoltre, contribuira' non solo ad esporre innocenti ad
azioni di barbarie, ma fara' nascere sentimenti di odio ed aumentera' il
fossato tra l'Occidente e l'Islam.

Noi esigiamo da tutti i Capi di Stato, specialmente quelli dei paesi membri
dell'Unione Europea, il netto rifiuto della guerra, con coerenti
comportamenti ed azioni diplomatiche serie e convincenti.

Noi esigiamo che tutti i capi di Stato dell'Unione Europea richiedano al
Consiglio di Sicurezza dell'ONU ed alla Assemblea delle Nazioni Unite una
risoluzione per la ripresa delle ispezioni in Irak sulla base della
risoluzione 1284 (1999) e, in cambio di questa accettazione, la fine delle
sanzioni che, da troppo tempo, affliggono la popolazione civile irachena.

Noi chiediamo a tutti i gruppi Emmaus nel mondo, ed a tutte le altre
organizzazioni di sostenere questo appello e di realizzare un'azione
simbolica:

- Inviare questo appello al Capo di Stato ed alle autorita' del proprio paese;

- Esporre questa pagina, farne copie e distribuirle.



3. MAESTRE. SILVIA VEGETTI FINZI: IL LUOGO DELL'UTOPIA

[Da Silvia Vegetti Finzi, Storia della psicoanalisi, Mondadori, Milano
1986, 1990, p. 424. "Silvia Vegetti Finzi e' nata a Brescia il 5 ottobre
1938. Laureatasi in Pedagogia, si e' specializzata in Psicologia Clinica
presso l'Istituto di Psicologia dell'Universita' Cattolica di Milano.
All'inizio degli anni '70 ha partecipato a una vasta ricerca
internazionale, progettata dalle Associazioni Iard e Van Leer, sulle cause
del disadattamento scolastico. Inoltre ha lavorato come psicoterapeuta
dell'infanzia e della famiglia nelle istituzioni pubbliche. Dal 1975 e'
entrata a far parte del Dipartimento di Filosofia dell'Universita' di Pavia
ove attualmente insegna Psicologia Dinamica. Dagli anni '80 partecipa al
movimento femminista, collaborando con la "Universita' delle donne Virginia
Woolf" di Roma e con il Centro Documentazione Donne di Firenze. Nel 1990 e'
tra i fondatori della Consulta (laica) di Bioetica. Dal 1986 e' pubblicista
del "Corriere della Sera" e successivamente anche di "Io donna" e di
"Insieme". Fa parte del comitato scientifico delle riviste: "Bio-logica",
"Adultita'", "Imago ricercae", nonche' dell'Istituto Gramsci di Roma, della
"Casa della Cultura" di Milano, della "Libera Universita'
dell'Autobiografia" di Anghiari. E' membro dell'Osservatorio Nazionale per
l'infanzia e l'adolescenza, della Societa' Italiana di Psicologia; della
SociŽtŽ internationale d'histoire de la psychoanalyse. Nel 1998 ha
ricevuto, per i suoi scritti di psicoanalisi, il premio nazionale "Cesare
Musatti" e per quelli di bioetica il premio nazionale "Giuseppina Teodori".
Sposata con lo storico della filosofia antica Mario Vegetti, ha due figli
adulti, Valentina e Matteo" (Questa notizia biografica e' estrattta dal
sito dell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche:
www.emsf.rai.it). Opere di Silvia Vegetti Finzi: (a cura di), Il bambino
nella psicoanalisi, Zanichelli, Bologna, 1976; (con L. Bellomo), Bambini a
tempo pieno, Il Mulino, Bologna 1978; (con altri), Verso il luogo delle
origini, La Tartaruga, Milano 1982; Storia della psicoanalisi, Mondadori,
Milano, 1986; La ricerca delle donne, 1987; Bioetica, 1989; Il bambino
della notte. Divenire donna, divenire madre, Mondadori, Milano, 1990; Il
romanzo della famiglia. Passioni e ragioni del vivere insieme, Mondadori,
Milano, 1992; (con altri), Questioni di Bioetica, Laterza, Roma-Bari, 1993;
(con Anna Maria Battistin), A piccoli passi. La psicologia dei bambini
dall'attesa ai cinque anni, Mondadori, Milano, 1994; Freud e la nascita
della psicoanalisi, 1994; (con Marina Catenazzi), Psicoanalisi ed
educazione sessuale, Laterza, Roma-Bari, 1995; (con altri), Psicoanalisi ed
identita' di genere, Laterza, Roma-Bari, 1995; (con Anna Maria Battistin),
I bambini sono cambiati. La psicologia dei bambini dai cinque ai dieci
anni, Mondadori, Milano, 1996; (con Silvia Lagorio, Lella Ravasi), Se noi
siamo la terra. Identita' femminile e negazione della maternita',  Il
Saggiatore, Milano, 1996; (con altri), Il respiro delle donne, Il
Saggiatore, Milano, 1996; Volere un figlio. La nuova maternita' fra natura
e scienza, Mondadori, Milano, 1997; (con altri), Storia delle passioni,
Laterza, Roma-Bari 1997; Il fantasma del patriarcato, 1997; (con altri),
Fedi e violenze, Rosenberg & Sellier, 1997; L'eta' incerta. I nuovi
adolescenti, Mondadori, Milano, 2000. Collabora inoltre con le riviste
filosofiche: "Aut Aut" e "Iride". Molti suoi scritti sono stati tradotti in
francese, inglese, tedesco e spagnolo]

L'Io come soggettivita' anticipante diviene il luogo dell'utopia, di cio'
che ancora non e' ma che nulla ha dimostrato impossibile.



4. APPELLI. PER LA REGOLARIZZAZIONE DI TUTTI I SANS-PAPIERS IN EUROPA

[Riceviamo dall'Enar (European Network against racism; per contatti:
e-mail: info@enar-eu.org, sito: www.enar-eu.org) il seguente appello, di
provenienza francese, cui ci associamo. E' una iniziativa di civilta', che
si oppone alle logiche razziste che in Italia hanno raggiunto il culmine
con la folle legge Bossi-Fini la cui abrogazione e' necessaria e urgente]

Appello per la regolarizzazione di tutti i sans-papiers in Europa

La situazione dei sans-papiers, problema ricorrente in Francia, non
costituisce una particolarita' nazionale. Dappertutto in Europa, le stesse
persone in situazioni di miseria aspettano un destino migliore. E' a questo
livello che si pone la questione ed e' l'Europa a dover rispondere.

Ai sans-papiers che, da molte settimane, fanno sentire, ancora una volta,
la loro voce, il governo francese risponde con una istruzione ai prefetti
che chiede di esaminare i dossiers caso per caso tenendo conto del "piano
sociale ed umano". Il ministro dell'Interno, Nicolas Sarkozy, sostenendo di
proporsi una politica "equilibrata" e "conforme agli interessi della
Francia" in materia di immigrazione, promette una legge che dara' al
governo "i mezzi giuridici di bloccare i fenomeni che, a giusto titolo,
esasperano i Francesi". Si sa che l'espulsione dei sans-papier e'
irrealizzabile dal punto di vista materiale, economico e anche
semplicemente umano. Che ne sara' di quelli che non saranno regolarizzati?

Nessuna allusione, in queste dichiarazioni, alla dimensione europea, che
dovrebbe oramai guidare ogni iniziativa degli Stati membri dell'Unione
Europea in materia di politica di asilo e di immigrazione.

Nessuna attenzione, durante il Consiglio Europeo di Siviglia del giugno
2002, una cui gran parte e' stata dedicata alla futura politica di
immigrazione e di asilo, ai diritti dei principali interessati, i cittadini
degli Stati terzi.

Nessuna menzione di coloro che sono residenti di fatto e vengono chiamati
sans-papiers o clandestini.

Ancora una volta, l'essenziale del dibattito si e' svolto sulla
sorveglianza delle frontiere, la possibilita' di riammissione nei Paesi
d'origine, la cooperazione poliziesca nella lotta all'immigrazione
clandestina.

L'Europa, man mano che si costruisce, elabora delle regole che, secondo i
suoi governanti, pretendono di "gestire i flussi migratori".

Chiudere agli uni l'accesso al territorio europeo, organizzare l'entrata di
altri - coloro dei quali le economia europee ed i sistemi pensionistici
avrebbero bisogno - questa e' la "gestione" che ci viene annunciata.

In attesa della grande armonizzazione annunciata delle politiche migratorie
europee, in ciascuno degli Stati dell'Unione si inaspriscono gli
atteggiamenti. Quanto alla gestione, le regolamentazioni come le pratiche
amministrative sono il piu' delle volte un cocktail di repressione,
sospetto di frode, diniego di diritto. Talvolta, quando i movimenti dei
sans-papier suscitano importanti manifestazioni di solidarieta', i poteri
pubblici procedono a grandi regolarizzazioni. Poi ricominciano a produrre
situazioni di non diritto per coloro che assomigliano agli schiavi del
terzo millennio.

Le istanze politiche dell'Unione Europea lavorano ai testi sul diritto al
ricongiungimento familiare o sulle norme minime d'accoglienza per i
richiedenti asilo, per esempio, ma, se evocano la necessita' di lottare
contro il razzismo e la xenofobia, danno scarsa importanza ai diritti dei
residenti stranieri, e soprattutto in alcun caso a quelli illegali, che
sono tali per effetto di politiche discriminatorie.

Ora e' tempo che si discuta, per l'appunto, a livello europeo, di un vero e
proprio diritto dei migranti.

Poiche' loro sono qui. Decine, forse centinaia di migliaia sul complesso
del territorio europeo. Vale a dire una goccia d'acqua rispetto al
disordine che regna sul pianeta. Una goccia d'acqua che viene presentata
come una marea o un flusso insostenibile, alimentando in tal modo la
xenofobia e il razzismo.

Questi cittadini di paesi poveri, instabili o in guerra hanno scelto
l'Europa, per sempre o per qualche anno.

Quasi sempre vi lavorano, talvolta vi allevano i figli, alcuni partecipano
alla vita del loro quartiere, agiscono nell'ambiente prossimo. Molti
svolgono un ruolo importante nell'aiuto allo sviluppo del loro villaggio o
della loro regione, o piu' semplicemente nella sopravvivenza di numerosi
parenti rimasti in patria. Essi dunque contribuiscono alla ricchezza
economica e culturale dell'Europa e allo sviluppo del resto del mondo.

Risulta intollerabile che tali persone, alcune delle quali vivono da noi
ormai da anni, restino escluse del tutto da quello che fonda la
cittadinanza, vivano nella costante paura dell'espulsione, si vedano
private di elementari diritti e siano preda di criminali di ogni genere:
datori di lavoro illegali, locatari indegni, prosseneti, ecc.

L'argomento dell'"irrealismo" opposto a coloro che si indignano del destino
che e' riservato a queste persone e' stato da tempo dimostrato infondato: i
sans-papier europei sono qui perche' trovano lavoro e se avessero veri e
propri diritti potrebbero pagare i loro contributi previdenziali e molti
creerebbero attivita' e posti di lavoro. Non e' stato mai dimostrato il
rischio di attirare eccessivamente i migranti e la libera circolazione
verso l'Europa favorirebbe anche movimenti in senso contrario, con la
partenza spontanea di alcuni di coloro che vengono qui a cercare la loro
fortuna.

E' certo, invece, che il rispetto dei valori dello Stato di diritto implica
la lotta contro ogni forma di diseguaglianza e non si puo' accettare che a
taluni vengano conferiti degli status subalterni.

Per questi motivi riteniamo giusto chiedere:

a. che tutti i residenti di fatto sul territorio dell'Unione Europea
ottengano un permesso di soggiorno la' dove essi vivono;

b. che le istanze politiche europee obblighino gli Stati membri a tutelare
queste persone contro coloro che cercano di sfruttarli ed a garantire loro
l'accesso ai diritti che derivano dalla loro presenza e dal loro lavoro;

c. che gli Stati dell'Unione Europea decidano misure volte ad eliminare la
situazione degli stranieri senza diritti, istituendo uno status di
residente europeo;

d. che l'Europa inserisca fra i suoi principi la libera circolazione per
tutti, cittadini dell'Unione o di Stati terzi;

e. che nell'immediato sia risolta la situazione degli attuali sans-papier,
con una direttiva che obblighi gli Stati membri a procedere alla
regolarizzazione di tutti.



5. MAESTRI. CHAIWATH SATHA-ANAND: UNA CONFERENZA A TORINO SU ISLAM E
NONVIOLENZA

[Il testo seguente e' la trascrizione di una conferenza tenuta da Chaiwath
Satha-Anand (professore universitario a Bangkok e una delle figure piu'
prestigiose della nonviolenza) a Torino l'8 ottobre 2001. Lo riprendiamo
dall'ottimo sito del Centro Studi Sereno Regis (per contatti:
regis@arpnet.it)]

Mi chiamo Chaiwath Satha-Anand e anche Kader Mohayudin; ho quindi due nomi.
Vengo dalla Thailandia, nota come societa' buddhista, quanto meno di
cultura buddhista. Provengo da una devota famiglia musulmana e, per errore
di mio padre, fui mandato a una scuola cattolica: se quindi sono confuso,
e' colpa di mio padre. Non vi parlero' della teologia ne' della filosofia
islamiche, ma piuttosto di quello che mi e' stato insegnato in merito da
bambino.

Per esempio, che se vai a dormire a stomaco pieno e sai che il vicino ha
fame, non puoi lasciar stare e chiamarti musulmano. Questo e' importante
perche' e' l'insegnamento basilare impartito ai bambini, non alta filosofia
con audaci correlazioni; per me ne derivano inoltre quattro importanti
conseguenze:

1) la fame non e' trascurabile, soprattutto quando abituale e dovuta a
poverta', cioe' essenzialmente alla cosiddetta violenza strutturale;

2) tale fame non colpisce me, la mia famiglia, ma altri - il vicino o chi;

3) essendone consapevole devo fare qualcosa, non dormirci su';

4) oltre e prima di essere una questione di sensibilita' sociale o
sociologica e' una questione di fede. Questo, spero, vi aiutera' a capire
meglio i sentimenti musulmani in molte circostanze.

Ma questa sera vi voglio parlare di alcune implicazioni della strage
dell'11 settembre scorso a New York e Washington, dove sono morte circa
6250 persone - 250 negli aerei coinvolti e 6000 negli edifici colpiti.

Primo, per me come musulmano il terrorismo e' sbagliato, moralmente e
politicamente.  Sono stato allevato ai principi del Corano, per il quale
salvare una vita umana equivale a salvare l'umanita' e, viceversa,
toglierla equivale a uccidere il genere umano. Dopo di che ci sono vari
altri aspetti problematici, sui quali tornero' fra poco. Intanto vorrei
dirvi che partendo per l'Italia ho letto in un giornale thai molto diffuso
l'opinione di uno studioso islamico secondo cui non c'e' posto per la
ahimsa [nonviolenza secondo Gandhi] nella societa' islamica; e mi ci sono
veramente arrabbiato, mettendo fra l'altro a dura prova la mia nonviolenza.
Perche'? Per tre motivi: 1) la persona non capisce effettivamente l'ahimsa;
2) non capisce l'Islam; 3) non ha capito la storia indiana.

Cominciando da quest'ultima, e' facile constatare un'affinita' con l'islam
in Gandhi per l'influenza di sua madre, Putley Bahai, appartenente a una
setta hindu che ha assorbito anche insegnamenti islamici, che nella sua
quotidianita' espletava pratiche - preghiere, digiuni... - sostanzialmente
comuni alla pratica islamica. Ci sono vari attestati da parte di Gandhi
sulla sua conoscenza vasta e meditata del sacro Corano e sulle ispirazioni
che ne trasse. Egli stesso disse pure che si sentiva inspirato dall'esempio
del profeta Mohammed; un suo amico - Siad Anruhs - ne scrisse: "Secondo
l'esempio del profeta dell'Islam, il Mahatma Gandhi non ha mai minimente
separato lo spirituale dal politico, ne' mancato di badare direttamente per
un attimo al male sociale che si dispiegava sotto il suo sguardo. L'istinto
pratico supremo del Profeta come riformatore insieme alla salda fede in Dio
come solo creatore e motore dell'universo sono stati di costante conforto
allo stesso Mahatma Gandhi nella propria lotta". Si dovrebbe inoltre
considerare uno dei maggiori compagni di Gandhi, Abdul Gahfar Khan o Badsha
Khan noto anche come il Gandhi della frontiera, sulla cui vita peraltro so
che esiste un libro recentemente tradotto in italiano, ben piu'
fruttuosamente consultabile. Su Badsha Khan e' ovviamente interessante
l'opinione di Gandhi che, interpellato in merito, disse che si trattava di
un Pathan, di lingua pashtun - quella prevalente nell'Afghanistan che oggi
subisce i bombardamenti - e che la sua nonviolenza e' quella che gli stava
a cuore in quanto nonviolenza dei coraggiosi, e i pathan sono dei
coraggiosi che insistevano nella nonviolenza pur fra altri che cedevano
abbandonandola. Tuttavia, l'esempio di Badsha Khan puo' non bastare perche'
si tratta di un secondo Gandhi, un "mahatma pathan" o comunque di una
persona eccezionale; e parliamo allora di comuni musulmani indiani: dei ben
500 uccisi e 12.000 incarcerati in quanto seguaci di Gandhi e praticanti
l'ahimsa.

Allora, che cosa attraeva musulmani  comuni nelle orme di Gandhi? Non credo
solo il suo carisma personale, bensi' anche un'affinita' della loro
sensibilita' musulmana all'ahimsa. Credo che questi siano gli elementi di
attrazione: prima di tutto, ahimsa non e' una nozione negativa, passiva -
gia' solo linguisticamente si tratta di due negazioni con un effetto quindi
positivo: l'a privativo apposto a himsa (violenza, sopraffazione); poi
ahimsa e' un concetto associato alla morte: la rinuncia a uccidere e
l'accettazione del rischio di morire, proprio percio' cosi' difficile; ha a
che fare con l'arte di saper vivere e morire; cito Gandhi: "L'arte di
morire segue come corollario all'arte di vivere. La morte e' inevitabile
per tutti, che sia per un fulmine, una insufficienza cardiaca o
respiratoria: ma questa e' subita; non la morte di un assertore del
satyagraha (affermazione della verita'), che consiste nell'affrontarla
senza angoscia nell'adempimento di un dovere". In questo senso, l'ahimsa
non chiede solo a chi la pratichi di astenersi dall'offendere ma anche di
prepararsi a morire, morire per altri appunto.

Questo e' percepito come molto affine all'intreccio di vita e morte
familiare a un musulmano: quando si va in pellegrinaggio (hajj) alla Mecca,
per la liturgia si indossano invece del solito due panni, che si conservano
al ritorno per riavvolgerci quando moriamo, quasi una sindone; questo per
insegnare l'appartenenza della morte alla vita stessa in quanto ritorno al
creatore.

Un altro elemento affine nell'ahimsa e' la lotta: ahimsa e' lotta, non
certo timidezza o accondiscendenza, e' un'attivita' per cambiare il mondo,
la condizione di ingiustizia. Quindi un musulmano si trova a proprio agio
con una tale dottrina attiva contro l'ingiustizia sociale, che gia' fa
parte delle proprie aspirazioni. Terzo: lo scopo della lotta. Come sapete,
in Gandhi l'ahimsa non e' separabile dal concetto di satya (verita'),
secondo lui due facce di una stessa moneta; tuttavia a un'analisi piu'
approfondita l'elemento prevalente, trainante fra i due, e' per Gandhi la
verita', come testimoniato gia' da aneddoti giovanili e confermato in
vecchiaia con l'equazione Verita' uguale Dio.  Anche questo e' ben
condivisibile per un musulmano, cui la verita' e' essenziale: Dio ha 99
nomi, uno dei quali e' al haq - verita' appunto.

La verita' e' in relazione con la violenza e la nonviolenza, perche' la
verita' e' in ogni essere vivente e la sua affermazione non puo' portare
alla mortificazione o alla cessazione di alcuna vita. Nella concezione o
cosmogonia hindu le singole vite sono tutte correlate, e ciascuno di noi
puo' ammetterne la verita' profonda. La violenza distrugge tale trama
intima e quindi danneggia la verita'. L'unico modo di affermare la
giustizia cambiando la correlazione e' la nonviolenza.

La quarta proprieta' dell'ahimsa attraente per un musulmano e' il coraggio.
Gandhi ne dice questo: "La mia nonviolenza fa spazio alla violenza di
quelli che non sentivano bastante l'astensione dalla violenza nel
salvaguardare l'integrita' di donne e bambini; l'ahimsa non e' una
copertura per la vigliaccheria, e' la suprema virtu' dei coraggiosi. E'
possibile passare dalla dedizione alle armi all'ahimsa e talora perfino
congeniale: la nonviolenza presuppone la capacita' di colpire". Questo vuol
dire che bisogna promuovere azioni correttive, perche' se non si fa niente
si e' complici del prevalere dell'ingiustizia.

Insomma, non sto dicendo che l'Islam abbia influenzato l'evoluzione
spirituale di Gandhi nel maturare l'ahimsa; affermo pero' la prossimita'
fra ahimsa e Islam. Quando un musulmano considera l'ahimsa, puo'
riconoscervi vari elementi congeniali con o appartenenti alla propria
tradizione religiosa. Insieme, questa assertivita' che non rimuove la
morte, questo coraggio, questa verita' sono appunto elementi significativi
che contribuiscono a definire il coinvolgimento sia dell'ahimsa sia
musulmano, e ai tempi di Gandhi e al presente, quando ci confrontiamo con
atti di suprema violenza.

Ricordiamo tutti l'insegnamento di Gandhi a proposito della violenza, in
particolare del principio "ragionevole" dell'occhio per occhio: che rende
il mondo cieco - senza mitigare il problema iniziale abbiamo meno mezzi per
vivere e convivere. La cecita' cui si riferisce Gandhi tuttavia allude
anche ad altro, almeno tre cose: non vedere le cause del problema e reagire
appunto ciecamente, come i bombardamenti USA appena iniziati in risposta a
quanto attualmente si chiama terrorismo; secondo, nella strage subita in
USA sono state uccise piu' di seimila persone innocenti, ma la cecita' dei
loro paladini ignora altre innumerevoli vite afghane innocenti che si
stanno sacrificando, oltre al loro stato gia' miserevole: vita media 43
anni, mezzo milione di orfani molti dei quali menomati dalle mine cosparse
un po' dappertutto; e a questo si aggiungono ciecamente i bombardamenti -
quindi cecita' anche alla concatenazione degli eventi; terzo, cecita' alle
alternative, quanto mai necessarie.

Per concludere lasciatemi dire che effettivamente sia il mondo islamico sia
quello che comunemente si chiama Occidente sono di fronte a una sfida, non
pero' quella di cui parlano Bush e Berlusconi, che credo non capiscano il
problema. La sfida dell'Occidente penso sia liberarsi della cecita' nel
senso usato da Gandhi cioe' dal pregiudizio passato, e vedere il mondo
com'e', con le contraddizioni e le condizioni insostenibili di tanti che
alimentano sia una legittima difesa che un eccesso cieco a sua volta, e che
sono per lo piu' dovute a vecchie disinvolte politiche di dominio; la sfida
al mondo islamico e' vedere anch'esso il mondo altrimenti, magari con gli
occhi del Corano, cui mi volgo quando sono disperato: e' la prerghiera che
afferma che il volto di Dio e' visibile ovunque, Est o Ovest che sia; la
sfida ai musulmani e' proprio riuscire a scrutare i volti degli altri,
compresi quelli che probabilmente ti hanno fatto del male e scorgerci il
volto di Dio capendo lo scopo ultimo della creazione e sapere essere
compiutamente musulmani in questo mondo moderno, pur cosi' estraneo alle
aspirazioni di tanti. Questa e' la vera duplice sfida che abbiamo di
fronte, promettente nei risultati; non certo il cieco imbozzolarsi in
dinamiche arcaiche di sopraffazione che non raggiungono mai gli scopi
presunti o dichiarati e invece sono efficaci nel creare problemi e
sofferenze piu' gravi o nuove.

Con questo avrei finito una breve presentazione del contributo che l'Islam
mediante la nonviolenza puo' dare a migliorare le prospettive di convivenza
globale e lascio piuttosto spazio alle domande o considerazioni del
pubblico.



* Dibattito



- Enrico Peyretti: Vorrei che il professore illustrasse brevemente qui un
concetto importante di riferimento al mondo islamico, sviluppato nel suo
libretto Islam e nonviolenza, cioe' il Jihad.



- Chaiwath Satha-Anand: Effettivamente il concetto di jihad e' centrale per
la comprensione delle aspirazioni islamiche e l'ho trattato come tale in
Nonviolent crescent. Comunque credo si sappia che ci sono diverse letture
di questo concetto che essenzialmente significa lotta, lotta sul cammino di
Dio; letture che comprendono l'accezione di lotta dell'ahimsa di Gandhi ma
non si esauriscono li' per la varieta' di fonti e situazioni specifiche cui
si riferiscono. Tuttavia, una prima distinzione risale al Profeta stesso,
che rivolto ai guerrieri che tornavano dalle prime campagne di affermazione
del nuovo credo disse loro: "Siete tornati da un piccolo jihad a un jihad
ben maggiore"; oppure che invito' ripetutamente qualcuno che gli chiedeva
di poterlo accompagnare in missioni belliche a stare con la propria madre,
bisognosa della sua gratitudine e delle sue cure. Quindi, pur nella
varieta' di significato si coglie al fondo la tensione a un ordine diverso,
certo piu' che una noncurante istigazione alla "guerra santa". Questo tanto
piu' oggi, quando una guerra non sembra intrinsecamente poter essere santa
in quanto implica ben piu' distruzioni senza discernimento - quindi anche
di vite innocenti - che il coraggio di mettersi in gioco per una causa, e
inoltre ha spesso cause mistificate. Al baricentro delle interpretazioni
applicative del jihad traspare attualmente il senso di "asserire la verita'
di fronte al potere", che comporta nella sua forma piu' autentica ed
efficace combattere il potere con parole di verita'.



- Una donna in sala: Ha parlato spesso di verita', "la verita'", ma di
quale verita' stiamo parlando? Spesso proprio l'asserzione del proprio
concetto di verita' porta alla mancanza di dialogo, di confronto, allo
scontro fra diversita', e non e' detto che la verita' si identifichi con la
nonviolenza.



- Chaiwath Satha-Anand: Posso rispondere, credo, in due modi complementari.
Uno, se si considera la nozione di verita' in Gandhi si percepisce che ha
piuttosto a che fare con l'interrelazione delle vite, che comporti o meno
addirittura la reincarnazione - come credono alcuni gruppi hindu e
buddhisti; se siamo comunque cosi' interconessi, fra noi e con altri
elementi dell'universo, quella e' la verita' basilare che ci riguarda, che
sottosta' a ogni altra verita' (frammentaria) che circoli fra noi. Gia'
solo questa verita' a livello metafisico e' tale da indurre al rispetto,
anziche' all'indifferenza, nei confronti degli altri viventi, soprattutto
umani; le singole vite per affermarsi devono valorizzare la loro
interconnessione, non certo annullarsi l'una l'altra. Se sono hindu, non mi
chiedo se Nanni sia simpatico o no, utile o no, per rispettarlo; tanto piu'
se sono di quelli che credono alla reincarnazione e posso pensare che
potrebbe essere stato mio nonno! Oppure, da musulmano, devo secondo il
sacro Corano essere capace di riconoscere Dio in ogni vostro viso e in tale
comunanza si fonda la varieta' sociologica delle nostre singole differenti
storie e verita' (provvisorie). Il dialogo stesso, ben piu' che
comunicazione verbale, e' una relazione di potere fra diversi in esperienza
ma uguali in dignitq' perche' di comune sostanza, e arricchisce anziche'
compromettere le nostre verita' provvisorie individuali mediante quelle
altrui riconoscibili grazie alla verita' fondamentale che le accomuna.



- Un uomo in sala: Il paragonare il buddhismo e l'islamismo dimostra molta
buona volonta', tanto piu' che il buddhismo non e' neanche una religione.
Inoltre il buddhismo non si presta a deformazioni come l'Islam; a questo
proposito uno studio condotto da psicologi fra ragazzi appartenenti a
quell'area (culturale) dalla quale provengono i giovani auto-bomba che
minacciano Israele ha dimostrato che dall'insegnamento religioso traevano
incentivo per un eventuale sacrificio perche', senza reincarnarsi,
sarebbero andati dritti in Paradiso, materializzato addirittura con la
presenza di 72 vergini (uri') compiacenti ai loro desideri. Vorrei sapere
se nel Corano c'e' qualcosa che giustifica questa credenza.



- Chaiwath Satha-Anand: Non ho ragione di credere che i i musulmani siano
diversi da altri al mondo per quanto concerne la fiducia antica riposta
nella violenza: ci e' stato insegnato cosi', in un modo o nell'altro, e in
molti ovviamente ci credono, se ne fidano. Tuttavia, non ci si ricorre
sempre e con naturalezza, anche chi la ritiene accettabile la sottopone a
canoni o prescrizioni. Cosi' e' appunto nell'Islam dove le modalita' del
confronto violento sono ben definite ed escludono ad esempio la guerra
attuale in quanto non puo' essere "santa"; escludono pure l'attentato
suicida fra innocenti, sia esso quello purtroppo comune nei supermercati
israeliani o quello straordinario dell'11 settembre. Si', siamo stati
educati a combattere dalle scritture e per il premio del ricongiungimento
con Dio, della beatitudine - intesa piu' o meno grossolanamente,
mitologicamente (come peraltro documentabile nella crescita culturale di
varie altre forme religiose); ma responsabilizzandoci a certe modalita'
appunto, fra le quali neanche ai tempi piu' acerbi dell'affermazione
dell'Islam non c'era davvero posto per la noncuranza verso i deboli, i
miti... Riferito al tema acuto di questi giorni, lo scoppio terroristico,
si puo' supporre che secondo la dottrina islamica le motivazioni della
guerra in atto si possano considerare giuste se autenticamente cercano di
rompere la crosta della naturalezza dell'ingiustizia - distributiva e non
solo - ma non potrebbero esserlo comunque le modalita' che si sono imposte
all'evidenza.



- Una donna in sala: Confesso un po' di smarrimento: rispetto
all'aspettativa di sentire parecchio di specifico su Maometto, se ne e'
parlato solo marginalmente e ben di piu' di Gandhi. Comunque si tratta di
approcci eccezionali e in ambito profetico, non comune nelle varie
societa', dove prevalgono altri rapporti con la verita': la coscienza
storica, lo sforzo di conoscenza scientifica: modesti strumenti di
approssimazione alla verita', che intanto pero' garantiscono la tolleranza,
la possibilita' di convivere, cosa non cosi' indifferente per l'esistenza,
fra la nascita per benevolenza di Dio e il prepararci a morire bene come
modo per il fedele di riconoscere a Dio la grazia di essere nato. In mezzo
c'e' la lotta, non solo di affermazione di un riflesso di verita', come
dice il professore, ma quella becera, bruta, darwiniana, per come la pensa
l'Occidente; tutto questo e' distante anni-luce dall'approccio profetico.
Appunto la coscienza storica e l'approssimazione scientifica al rapporto
con la natura e' quanto ci puo' permettere una vita piu' pacificata.



- Chaiwath Satha-Anand: In effetti si sarebbe potuto dire ben di piu' su
Mohammed, ma a qualcosa di affrettato credo preferibile quanto io stesso,
fra gli altri, ho esposto piu' ordinatamente ed estesamente per scritto e
in italiano in un libretto qui disponibile. Quanto mi preme dire qui e ora
e' la motivazione fondamentale del Profeta; la premessa caratteristica
dell'Islam, in ogni tempo e luogo, e' la shahada, un voto solenne: Non c'e'
altro dio al di fuori di Dio, e Mohammed e' il suo profeta. Quindi c'e'
prima una negazione, poi un'affermazione, poi una direzione/direttiva;
negazione e affermazione di che cosa? Negazione dell'ordine corrente per
cui degli umani ne dominano  altri (violenza strutturale, innaturale) -
c'e' un solo Dio, gli altri sono creature, di rango uguale; quindi
affermazione dell'ordine di Dio mediante il riconoscimento della propria
condizione ugualmente dipendente di creature; in sostanza cioe' si proclama
un sovvertimento del disordine idolatrico, strumentale nel perpetuare la
dominazione sugli altri.

In quanto alla seconda considerazione della signora, ha ragione nel dire
che si e' parlato quasi solo del fondamento della verita', cosi'
metafisico; ma parlare di piu' di verita' storiche o piu' empiriche e'
davvero piu' concreto? Un esempio: il caso dell'aereo esploso per una bomba
a bordo nel cielo di Lockerbie, Scozia, nel 1988. Qual e' la verita', o il
criterio di verita', per tale caso? Gli attori del fatto erano due libici,
l'aereo americano, i passeggeri di varie nazionalita', il luogo britannico.
E allora? Secondo uno studio piuttosto accreditato, questa azione sarebbe
una reazione all'attacco USA alla Libia (bombardamento di Tripoli) del
1986. Il 12 ottobre 2000 ci fu un'esplosione a bordo della nave USS Cole
nel porto di Aden, Yemen, con 17 marinai morti. Qual e' la verita' in quel
caso: un gruppo con chissa' quale pazza motivazione, o connesso in qualche
modo alla pressione USA sullo Yemen (in quanto a un imbocco strategico
dell'oceano Indiano)? I bombardamenti attuali sull'Afghanistan: la verita'
e' che sono dovuti allo sfracellamento delle torri a New York? Vedete il
problema e' cronico nello stabilire i fatti storici rilevanti; se non si
collegano alla verita' fondamentale, i fatti vengono raggruppati
arbitrariamente per aver ragione, per continuare a darsi botte a vicenda,
in un mondo di tenebra, come diceva Gandhi.

Mi rifiuto di considerare separatamente i vari fatti per comodita' di
analisi; credo anzi che il loro distacco dalla verita' di fondo ci procuri
parecchi guai, dei quali abbiamo appena cominciato ad accorgerci.
Specificamente, nel misfatto dell'11 settembre c'e' ovviamente una
dimensione criminale, da indagare e reprimere, ma c'e' altrettanto
ovviamente altro sulle cause, i processi e gli effetti, da indagare e
valutare, che invece viene del tutto rimosso dai governi, occidentali e non
solo. Si confonde tutto, si chiama Dio ad alleato - "Dio non e' neutrale
nella lotta per la vera civilta'": sapete chi l'ha detto, e quasi senza
obiezioni pubbliche? [Una donna in sala: Bush] E chi se no? Ma chi da' il
diritto agli USA di dare patenti di civilta', loro che hanno sostenuto e
usato il terrorismo per i loro interessi da decenni? Oltre tutto Bush fa la
lista dei terroristi islamici - ormai non solo stati (i "rogue states",
corrispondenti a criteri nei quali rientrano a pieno titolo proprio gli USA
che i criteri li dettano) e si dimentica l'UCK, che ha campato e campa di
terrorismo e potrebbe anche avere a che fare con l'ultima strage. E' cosi'
evidente che oltre all'arroganza di fare lui il giudice, usa indegnamente
due pesi e due misure: per il passaggio sicuro del petrolio nei Balcani non
so di fronte a che cosa si fermerebbe. E ce l'hanno anche detto,
spudoratamente, che per i loro interessi ovunque nel mondo sono disposti a
tutto, e poi si fa finta... L'Afghanistan ha di nuovo lo stesso copione:
per il controllo del petrolio fanno e disfano come gli pare...
Appunto, non c'e' da contare su iniziative dei governi per cercare la
verita'. E allora, sto lavorando a un'ipotesi di varo di una Commissione
mondiale per la Verita' e la Giustizia, composta da persone considerate dai
piu' adeguate per capacita', equilibrio e affidabilita', com'e' stato in
Sud Africa e potrebbe essere anche in ambito piu' ampio Nelson Mandela, che
pur non musulmano gode di piu' fiducia di molti musulmani presso i
musulmani stessi, in quanto ha contribuito molto non solo alla lotta di
liberazione della maggioranza africana nel proprio paese, ma a ristabilire
un legame non solo conflittuale con il passato doloroso, odioso e tuttora
efficace del Sud Africa appunto con il lavoro paziente e assiduo della
commissione di riconciliazione da lui insediata, che tenta la
ricomposizione dei lutti e delle angherie in primo luogo mediante il
riconoscimento e il dialogo. La commissione non ha fatto miracoli ma e'
riuscita a raccordare passato e presente senza che uno prevalga sull'altro
e incanalando in qualche modo le enormi energie della faticosissima
rinascita nell'alveo della speranza. La commissione ha tuttavia problemi
perduranti di incisivita' e non si puo' essere cosi' ingenui da pensare che
non li avrebbe a maggior ragione una commissione come quella proposta: se
ne sta discutendo, anche perche' talvolta il dettaglio tecnico puo' fare la
differenza; per questo non si puo' ancora definire in modo netto qui, ma
per chi voglia rifletterci il Centro Studi "Sereno Regis" ha vario
materiale scritto. Provarci e' comunque importante, e non perche' non si
sappia che altro fare nel frattempo.

Per quanto riguarda il doppio standard, cioe' i due pesi e due misure, c'e'
sicuramente bisogno di riconoscerlo da parte dell'Occidente che lo attua in
flagrante contraddizione con i principi e i diritti alla cui affermazione
ha pur tanto contribuito; ma bisogna fin d'ora esigerne il riconoscimento e
l'abiura come "legge naturale" dall'altra parte. Nel caso dei musulmani, la
cui religione e' quella in piu' rapida crescita, troppe volte a livello
dottrinale e quasi sempre in pratica non viene da tempo riconosciuto il
diritto ad altre religioni di essere praticate e proporsi pubblicamente nei
propri paesi. Anche questo per me e' "doppio standard", potenzialmente
dannoso come ogni altro, pur nella differenza attuale degli effetti e delle
responsabilita', proporzionate alle risorse e al potere disponibili, quindi
certo piu' a carico dell'Occidente, al quale peraltro vanno riconosciute
molteplici manifestazioni di umilta' e solidarieta' internazionale e
interculturale, preziose pur se minoritarie rispetto all'arroganza.



- Un uomo in sala: Ma, a parte gli occasionali meriti delle religioni,
quale piu' quale meno, non sono piuttosto tutte accomunate dalla
responsabilita' dei danni che hanno sempre procurato? Per un motivo o per
l'altro, uccidere in nome di Dio e' stata ed e' un'abitudine. Non sarebbe
meglio basare le prospettive di convivenza sulla comunanza antropologica,
ormai dimostrata ma da sempre intuibile, ed essere un ragionevole ateo
piuttosto che un "buon" cristiano, ebreo, musulmano - riconosciuto cattivo
sempre tardi?



- Chaiwath Satha-Anand: Rispondere a questa domanda fondamentale ci
porterebbe troppo lontano; mi limito a suggerire un'ipotesi: il grado di
propensione alla violenza di una qualsiasi religione e' proporzionale alla
prossimita' di tale religione allo stato, all'esercizio della politica. Per
trattare le relazioni interreligiose riguardanti l'Islam al di la' di tale
concetto-base posso rifarmi addirittura ad Abramo, padre comune alle tre
religioni del Libro, o meglio a un aneddoto di tradizione islamica centrato
su Abramo. Una sera un vecchio viandante passa dalle parti di Abramo, che,
molto ospitale, lo invita a cena. Mangiano insieme e il vecchio risulta un
non credente, un pagano; a fine pasto Abramo, avvalendosi del suo credito
invita il vecchio a ripensarci e cambiare religione. Il vecchio si infuria
e si rimette immediatamente in marcia. Al che, Dio mando' Gabriele da
Abramo: "Hai torto, Abramo! Dio ha nutrito quell'uomo per oltre 60 anni
senza chiedergli nulla in cambio. Chi sei tu per offrirgli un pasto e
chiedergli di cambiar vita?". Abramo rimane sconvolto e rincorre l'uomo
scusandosi. L'uomo gli domanda come mai abbia cambiato cosi' atteggiamento
cercandolo. Abramo gli confessa che Dio ce l'ha indotto e allora il vecchio
dice: "Se il tuo dio mi ha aspettato per oltre 60 anni senza fiatare,
dev'essere il vero Dio; d'accordo, verro' con te a pregarlo".



6. POLEMICHE. GIOBBE SANTABARBARA: DELLO SCRIVERE CHIARO

Chi non sa scrivere fa il giornalista.

E chi non sa neppure di cosa sta parlando ma pensa di doverlo gridare
forte, fa il giornalista pacifista (non solo, beninteso, ma anche - per
nostra sventura).

Saremmo grati a tutti coloro che vogliono impegnarsi contro la guerra se
cominciassero col pacificare la parola, col riflettere sulle proprie
affermazioni, col verificare la veridicita' delle notizie che diffondono,
col segnalare le fonti di cio' che ripetono. E con lo scrivere chiaro.

* Pacificare la parola. Nella sua Arte d'ingiuriare Borges faceva notare
che l'insulto non e' un argomento ma una digressione. Le esagerazioni, le
volgarita', le offese ad personam, il generico inveire, le tirate
propagandistiche, la ripetizione pedissequa degli slogan di moda,
l'occultamento dei punti deboli e degli aspetti critici e controversi delle
nostre posizioni (e ce ne sono sempre), tutto cio' indebolisce e
ridicolizza il nostro impegno. Per non dire dell'assurdita' della pretesa
di convincere qualcuno parlando una lingua a lui ignota, o peggio
azzannandolo di contumelie.

* Riflettere sulle proprie affermazioni. Prendiamole sul serio le nostre
affermazioni, proviamo a chiederci se diciamo davvero o per scherzo, e
scegliamo di scrivere solo cio' di cui siamo convinti dopo averci ben
pensato su'. Ed eviteremo di dire tante corbellerie che aspirano al
brillante, all'eroico, al sublime, e sono solo cascami di una retorica cui
ben si adatta uno spiacevole aggettivo, che qui non scriveremo ma che
incede al passo dell'oca.

* Verificare la veridicita' delle notizie. Se non si ha la bonta' di
accertarsi della veridicita' di cio' che si dice come si pensa di poter far
funzionare la comunicazione? E se non funziona la comunicazione come puo'
riuscire la lotta per un mondo migliore; come si possono costuire relazioni
rispettose della dignita' umana se offendiamo gli altri esseri umani in
cio' che e' piu' proprio della persona umana, l'intelligenza, ingannandoli
con le nostre sciocchezze? E infine, se non si ha a cuore la verita', cosa
ne e' del nostro impegno di pace e di giustizia? Esso si riduce a niente.
Per questo il pacifismo non basta, occorre la nonviolenza. E Aldo Capitini,
che la sapeva lunga, spiegava che un altro nome della nonviolenza e'
nonmenzogna; e Mohandas Gandhi, che la sapeva lunga anche lui ed era fin
onomaturgo, definiva la nonviolenza, oltre che col termine "ahimsa"
(termine e concetto dai molti significati, tra i cui principali traducendo
metteremo in prima approssimazione: in-nocenza, non-violenza, ma meglio:
opposizione alla violenza; e ripresa di equilibrio, ricostituzione
dell'armonia che la violenza infrange, lotta contro il male...), anche col
termine "satyagraha", che e' termine dal campo semantico assai vasto e
profondo e concetto di una densita' ed apertura estreme (la radice "sat" di
"satya" e' un concetto decisivo e complesso quanti altri mai) ma che
possiamo tradurre in prima approssimazione anche come attaccamento alla
verita', o anche: forza della verita' (ed anche, ad esempio: adesione
all'essere, contatto con l'autentico, verita' come legame...).

* Segnalare le fonti. Circolano, e soprattutto nella rete telematica (da
cui debordano sovente anche sulla carta stampata), lacerti di testi di cui
si ignora l'autore, e la cui attendibilita' gia' solo per questo e'
pressoche' nulla. Ed e' trista diffusa abitudine, e non solo dei piu'
giovani ed ingenui, prender per buona tutta l'immondizia che trovano in
rete (ripetono oggi "l'ho trovato su internet" con la stessa beata e
superstiziosa fiducia di quando al mio paese si diceva "c'era scritto sul
giornale" e si presumeva fosse oro colato qualunque scempiaggine puzzasse
di inchiostro). Cosicche' diamoci una regolata: quando si fa girare qualche
testo, si abbia la buona creanza di citare chi e' l'autore, dove e' gia'
apparso e quando, e come se ne e' giunti in possesso. Sarebbe bene anche
che prima di rimetterle in circolazione le si leggesse o rileggesse, le
scritture che si mandano in giro: se si facesse un piccolo sforzo
circolerebbe molto meno ciarpame.

* Scrivere chiaro. C'e' un articolo di Primo Levi intitolato "Dello
scrivere oscuro": ne raccomando la lettura a tutti coloro che a loro volta
vogliono scrivere o diffondere dei testi; ed anche un altro articolo di
Primo Levi vorrei qui consigliare, quello su "Gli scacchisti irritabili".
Stanno tutti e due nel volume dal titolo L'altrui mestiere, che raccoglie
alcuni suoi articoli di giornale. Il mondo e' gia' cosi' orribile e caotico
ed enigmatico, sforzarci di scrivere in modo comprensibile e di scrivere
con attenzione (quella virtu' dell'attenzione su cui ha scritto pagine
memorabili Simone Weil) e di dire la verita' (per quanto ci e' possibile),
e' gia' un modo di migliorarlo.

* Una regola aurea. C'e' infine una regola aurea, che vorrei regalare a chi
ha avuto la pazienza di leggere fin qui: scrivi solo cio' di cui pensi che
non ti dovrai mai vergognare dinanzi a nessuno.

Ho usato un piccolo trucco retorico in apertura di questo articolo. In
verita' chi non sa scrivere oltre che il giornalista puo' fare anche il
manager, l'imbonitore, il torturatore e tutti gli altri mestieri e
professioni, ed esser persona di qualita'.

E chi non sa neppure di cosa sta parlando ma pensa di doverlo gridare
forte, come niente dopo qualche anno te lo rirovi nel consiglio dei
ministri.



7. LE CANZONACCE DA OSTERIA DI NUMIDIO PICCIAFOCO: VOGLIO FARMI LA TIVVU'

[Anche Numidio Picciafoco e' un longevo sostenitore del Centro di ricerca
per la pace di Viterbo, e di molte altre bettole]



Voglio farmi la tivvu'

e diventare presidente del consiglio

voglio farmi la tiivvu'

e trovarmi un neofascista per famiglio

voglio farmi la tivvu'

per deciderlo io quel che puoi sapere tu.



Voglio farmi la tivvu'

che guardo in macchina e tu credi che ti vedo

voglio farmi la tivvu'

cosi' t'impongo la mia maschera e il mio credo

voglio farmi la tivvu'

che ti entro in casa e ti riduco in schiavitu'.



Voglio farmi la tivvu'

cosi' ti levo anche il diitto di parola

voglio farmi la tivvu'

cosi' ti assordo col trombone e la pistola

voglio farmi la tivvu'

cosi' comando io e non se ne parli piu'.



Voglio farmi la tivvu'

che ci vinco i processi e le elezioni

voglio farmi la tivvu'

tu la guardi e io ti levo anche i calzoni

voglio farmi la tivvu'

dove la sola legge e' aver la faccia di caucciu'.



Voglio farmi la tivvu'

per abituarti al sangue

voglio farmi la tivvu'

dove il falso giammai langue

voglio farmi la tivvu'

per cancellare tutto quanto quel che fu.



E voglio farmi insomma la tivvu'

perche' son stufo di campar da mascalzone

preso il potere, trasformatomi in barone

in cardinale, in ammiraglio, in primo console

il mondo pendera' dal mio responso, le

pallide stelle stupiran di meraviglia...

e adesso che ho scolato 'sta bottiglia

mi ficco a letto e il cielo caschi giu'.



8. LIBRI. IAIA VANTAGGIATO RECENSISCE "IL VINCERE" DI ETTORE MASINA

[La seguente recensione e' apparsa, col titolo "Memorie dalla Cassina di
Pomm" sul quotidiano "Il manifesto" del 26 settembre 2002. Iaia Vantaggiato
e' una giornalista ed intellettuale di fine sensibilita'. Ettore Masina e'
giornalista e scrittore, gia' parlamentare, impegnato per la pace e i
diritti umani, animatore dellâesperienza di solidarietˆ della Rete Radie'
Resch. Tra le sue opere segnaliamo in particolare Il vangelo secondo gli
anonimi, Cittadella; Un passo nella storia, Cittadella; El nido de oro,
Marietti; Un inverno al sud, Marietti; Oscar Romero, Edizioni cultura della
pace (poi riedito come Lâarcivescovo deve morire, Edizioni Gruppo Abele)]

"Il 1940 comincio' uguale al 1939". La frase e' scarna ma suggerisce piu'
di mille parole: e' un tempo immobile quello che qui viene evocato, un
tempo costretto a ripetersi sempre uguale, legato com'e' all'implacabile
alternarsi delle stagioni, delle nascite e delle morti. E' un tempo
naturale - contadino - che accompagna le piccole storie di uomini e donne
ma ignora la grande storia. Che in esso pero' irrompe - con tutta la sua
violenza - proprio nel 1940. L'Italia e' entrata in guerra e neanche la
Cassina di Pomm, la "Cascina delle mele", potra' essere risparmiata
dall'imminente bufera. Qui, alla periferia di Milano, dove "ormai la citta'
si mangiava la campagna" sino a lasciare "solo prati stenti e l'erba sporca
dal gran fumo che usciva dalle fabbriche" si ambienta un delicato romanzo
di Ettore Masina, Il Vincere (Edizioni San Paolo, pp. 191, Euro 12,00).

Un romanzo corale nel quale la narrazione delle scelte, delle storie e dei
destini dei due protagonisti viene affidata a una polifonia di voci che ne
intona le differenti sorti con un timbro capace di mantenersi sempre intimo
e misurato. Sono voci semplici ma mai dimesse quelle che si levano dalla
Cassina, voci di operai e di ebrei rifugiati, di vecchi e di vecchie
costretti a controllare "la loro grande fame per non pesare sui figli", di
portieri ed ombrellai. Ma a "pizzicare" le corde piu' profonde sono le voci
delle donne, le loro parole: quelle pronunciate, quelle scritte con mano
incerta, quelle rimaste in gola come lettera morta.

E' proprio grazie alle voci di due madri - intorno alle quali tutto il coro
man mano si stringe - che prendono corpo le figure di Carlo e Umberto: il
giovane tipografo socialista che conoscera' il carcere, la clandestinita' e
la lotta partigiana e l'adolescente orfano di guerra che un fugace - e per
lui filiale - incontro col Duce portera' ad arruolarsi nella Repubblica di
Salo'. Squadra "Ettore Muti", la prima forza armata della Repubblica. Forse
la piu' criminale. Quella che ai nazisti offri' la massima collaborazione
nei rastrellamenti degli ebrei.

E' lui, "l'Umberto", il "Vincere": lo dice chiaro e tondo quella coccarda
tricolore di metallo che - ancora bambino - sfoggia sulla sua divisa da
balilla, lo dice la radio regalatagli da Mussolini, la diffidenza e
l'antipatia dei suoi coetanei. E lo dice ancora meglio lo sguardo che gli
rivolge sua madre, Franca Radaelli, uno sguardo che - di giorno in giorno -
si fa dapprima impaurito, poi distante, quindi estraneo. E che, infine,
scompare.

Del tutto diverso e' lo sguardo - puramente immaginario - con cui la
Cesarina illumina il suo Carlo: lontano, si', ma "al sicuro" in prigione.
Quindi vicino, "lo sento, da qualche parte qui a Milano".

Cosi' il secondo conflitto entra in un romanzo che la guerra - all'inizio -
pare appena lambire: nonostante quei bombardamenti cosi' vicini. Nessuno -
alla Cassina - sembra accorgersi degli aerei nemici che, il 16 giugno del
1940, bombardano Milano. Bisognera' attendere la partenza dei primi uomini,
i bombardamenti del `43 e la luce rossastra con cui incendiavano il cielo,
l'arrivo dei primi sfollati, la fame. Prima ci sono solo le "piccole
storie", i gesti di una madre, la squisitezza di un piccolo uovo tutto da
succhiare. E ci sono due piccoli uomini: uno verra' fucilato dai fascisti,
non senza prima aver conosciuto la Gioia, una giovane compagna dagli occhi
viola.

L'altro pure morira', ma di una morte diversa: "Ormai lo aveva capito: per
il Duce, il Radaelli Umberto non era che un puntolino chiaro in un'immensa
folla nera. `Non voglio morire' sussurro' il Vincere al buio della
camerata. `Ho appena quindici anni'". Era anche questa la "bella morte"?



9. RILETTURE. LIA LEVI: CHE COS'E' L'ANTISEMITISMO? PER FAVORE RISPONDETE

Lia Levi, Che cos'e' l'antisemitismo? Per favore rispondete, Mondadori,
Milano 2001, pp. 84, euro 6,20. Un libro per ragazzi delle scuole medie
dell'autrice di Una bambina e basta. Con una nota storica di Luciano Tas.



10. RILETTURE. BIANCAMARIA SCARCIA AMORETTI: TOLLERANZA E GUERRA SANTA
NELL'ISLAM

Biancamaria Scarcia Amoretti, Tolleranza e guerra santa nell'Islam,
Sansoni, Firenze 1974, pp. 128. Una sintetica introduzione della grande
studiosa, con un'utile antologia documentaria.



11. DOCUMENTI. LA "CARTA" DEL MOVIMENTO NONVIOLENTO

Il Movimento Nonviolento lavora per l'esclusione della violenza individuale
e di gruppo in ogni settore della vita sociale, a livello locale, nazionale
e internazionale, e per il superamento dell'apparato di potere che trae
alimento dallo spirito di violenza. Per questa via il movimento persegue lo
scopo della creazione di una comunita' mondiale senza classi che promuova
il libero sviluppo di ciascuno in armonia con il bene di tutti.

Le fondamentali direttrici d'azione del movimento nonviolento sono:

1. l'opposizione integrale alla guerra;

2. la lotta contro lo sfruttamento economico e le ingiustizie sociali,
l'oppressione politica ed ogni forma di autoritarismo, di privilegio e di
nazionalismo, le discriminazioni legate alla razza, alla provenienza
geografica, al sesso e alla religione;

3. lo sviluppo della vita associata nel rispetto di ogni singola cultura, e
la creazione di organismi di democrazia dal basso per la diretta e
responsabile gestione da parte di tutti del potere, inteso come servizio
comunitario;

4. la salvaguardia dei valori di cultura e dellâambiente naturale, che sono
patrimonio prezioso per il presente e per il futuro, e la cui distruzione e
contaminazione sono un'altra delle forme di violenza dellâuomo.

Il movimento opera con il solo metodo nonviolento, che implica il rifiuto
dell'uccisione e della lesione fisica, dell'odio e della menzogna,
dell'impedimento del dialogo e della liberta' di informazione e di critica.

Gli essenziali strumenti di lotta nonviolenta sono: l'esempio,
l'educazione, la persuasione, la propaganda, la protesta, lo sciopero, la
noncollaborazione, il boicottaggio, la disobbedienza civile, la formazione
di organi di governo paralleli.



12. PER SAPERNE DI PIU'

* Indichiamo il sito del Movimento Nonviolento: http://www.nonviolenti.org
; per contatti, la e-mail e': azionenonviolenta@sis.it

* Indichiamo il sito del MIR (Movimento Internazionale della
Riconciliazione), l'altra maggior esperienza nonviolenta presente in
Italia: http://www.peacelink.it/users/mir . Per contatti: lucben@libero.it
; angelaebeppe@libero.it ; mir@peacelink.it

* Indichiamo inoltre almeno il sito della rete telematica pacifista
Peacelink, un punto di riferimento fondamentale per quanti sono impegnati
per la pace, i diritti umani, la nonviolenza: http://www.peacelink.it . Per
contatti: info@peacelink.it



LA NONVIOLENZA E' IN CAMMINO



Foglio di approfondimento proposto dal Centro di ricerca per la pace di
Viterbo a tutti gli amici della nonviolenza

Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100
Viterbo, tel. e fax: 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it



Numero 368 del 28 settembre 2002