Dalla Nigeria: «Vogliamo scuole non riscatti»



Ci sono già arrivate via email le prime adesioni all'appello lanciato due
ore fa da padre Alex Zanotelli per la liberazione dei tecnici rapiti in
Nigeria dal Mend:

LIBERARE GLI OSTAGGI, DISINQUINARE I NIGERIANI
http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_19928.html

Sono le adesioni di Enrico Peyretti (Movimento Nonviolento/MIR, Torino),
Etta Ragusa (Casa per la Pace, Grottaglie), Bruno Fini(Associazione per la
Pace Verona), Bruno Giaccone (Pastore Metodista).

Chi vorrà aderire apporrà pubblicamente la propria firma sotto l'appello
(scrivere a volontari at peacelink.it).

E' importante notare che il governo italiano "fa finta" di trattare, come
documenta il Corriere della Sera, per tranquillizzare le famiglie. In
realtà sia l'ENI (di cui fa parte l'Agip) sia la Farnesina eludono il
problema politico: «Vogliamo scuole non riscatti», fanno sapere i
guerriglieri del Mend. Massimo D'Alema, ministro degli Esteri, non ha fino
a ora rilasciato dichiarazioni sui tecnici rapiti. Sul sito del Ministero
degli Affari Esteri la questione è tenuta in sordina e l'unica pagina web
rintracciabile parla di un incontro alla Farnesina del 21 dicembre in cui
i familiari hanno espresso (o hanno dovuto esprimere?) "fiducia"
nell'azione delle autorità italiane e anche "nei confronti delle Autorità
nigeriane".
Le "Autorità" che la Farnesina scrive con la A maiuscola sono quelle che
Amnesty International classifica nella sua lista nera per le violazioni
sistematiche dei diritti umani (si veda la scheda di Amnesty in appendice
a questo messaggio). La Farnesina parla di "recrudescenza delle violenze"
nel sud della Nigeria senza spiegare il perché e senza citare le violenze
delle Autorità...
Ecco qui sotto allora un recente pezzo del Corriere della Sera e la scheda
di Amnesty.

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Nigeria. Il Mend: «Vogliamo scuole non riscatti»

Il leader del Mend, Jomo Gbomo, aveva già sottolineato in parecchi
messaggi inviati al Corriere della Sera: «Se l’Agip tenterà di usare altri
mezzi per cercare di liberare gli ostaggi, metterà a rischio la loro
incolumità; non tentate di servirvi di gente che si spaccia per
negoziatori, né di corrompere le nostre guardie, altrimenti saranno guai».

Jomo, probabilmente un nome di battaglia, aveva anche minacciato di far
fuori gli ostaggi se qualcuno avesse tentato di liberarli con la forza. E
aveva poi aggiunto in un messaggio successivo: «I miei combattenti si sono
sentiti insultati dall’atteggiamento dell’Agip che ha offerto soldi per la
liberazione degli ostaggi, mentre non sono state prese in considerazione
le nostra richieste: migliorare la situazione della gente che vive nel
delta del Niger e tirar fuori di galera chi sta cercando di lottare per
l’emancipazione della popolazione di qui. Ci trattano come banditi e
criminali, mentre noi siamo un movimento politico».

«Per dimostrare che non accettiamo i loro soldi insanguinati, potremmo
giustiziare gli ostaggi e spedire i loro corpi all’Agip», aveva concluso.
All’obiezione che in fondo i quattro tecnici sequestrati (tre italiani,
Francesco Arena, capo del terminale petrolifero di Brass, Cosma Russo e
Roberto Dieghi, e un contrattista libanese, Imad Abed) sono solo dei
lavoratori e non si possono loro attribuire le colpe per la società per
cui lavorano, aveva risposto: «Non so se questi signori sono innocenti.
Loro sono testimoni del comportamento diabolico di chi cerca di mantenere
la nostra popolazione calma e tranquilla.

Gli stranieri stanno nei loro alloggiamenti e aiutano il governo nigeriano
a rapinare le nostra ricchezze. Per questo abbiamo chiesto a chi lavora
per le compagnie petrolifere di andarsene. Siamo stanchi di minacciare
solamente come abbiamo fatto finora. Hanno bisogno che ammazziamo qualcuno
per farci prendere in considerazione seriamente? Lentamente stiamo
diventando dei mostri, contro la nostra volontà. Pensavamo che loro
portassero lavoro per la nostra gente e prosperità per il nostro Paese.
Invece la Nigeria è una delle nazioni più degradate del continente.

Hanno portato miseria e morte. Qui c’è disoccupazione, mentre il lavoro
viene dato alle persone che arrivano da altre parti del Paese». Il
riferimento è ai dirigenti mussulmani del nord che hanno governato la
Nigeria per anni e raccomandato i loro concittadini alle compagnie
petrolifere.

«Quando ieri (cioè il 2 gennaio, ndr) abbiamo scoperto che il signor John
Weri aveva cercato di corrompere le guardie per far scappare gli ostaggi i
miei uomini hanno minacciato di ucciderli subito e spedire i corpi
all’Agip. Si sentono raggirati, giacché nessuno prende in considerazione
le nostre richieste e cioè liberare quattro persone che sono giustamente
rinchiuse in carcere».

Alla domanda se sia vero che state aperte trattative per il rilascio dei
rapiti, in questi giorni, in diverse mail, Jomo aveva spiegato: «Non
abbiano mai parlato con emissari né dell’Agip, nè del governo di Bayelsa,
nè con il ministero degli esteri italiano». E all’osservazione che in
Italia si parla di trattative in corso, ha così smentito: «E’ falso. Lo
dimostra il fatto che il Segretario dello Stato di Bayelsa, il signor
Igali, è stato incaricato di seguire i negoziati per le liberazione degli
ostaggi. Igali è partito per le vacanze invernali prima di Natale, prima
in Gran Bretagna, ora in America e non è ancora tornato. Una chiara
indicazione che non c’è nessun contatto in corso. E’ un chiaro tentativo
di tener tranquille le famiglie».

«L’Agip deve capire che deve spendere il denaro per costruire scuole e
altre infrastrutture per le comunità che vivono nei territori che loro
hanno distrutto. Non deve pagare riscatti. Rilasceremo i quattro senza
prendere un centesimo, ma quando le nostre richiesta saranno accettate.
Non devono cercare l’aiuto di criminali che vogliono guadagnare sulla
pelle degli altri. Sappiamo che la compagnia italiana ha speso un sacco di
soldi finiti nelle tasche di chi faceva loro credere di essere in rado di
liberare gli ostaggi. No, le condizioni sono chiare e precise. Ripetiamo:
non cerchino altre strade».

Jomo aveva anche spiegato perché le comunicazioni telefoniche sono state
interrotte: «Per la sicurezza degli ostaggi. Ogni volta che li facciamo
parlare con qualcono dobbiamo cambiare rifugio per evitare di essere
individuati». L’ultima conversazione con il corriere data 24 dicembre.
Dopo Natale gli ostaggi riuscirono a comunicare brevemente con le
famiglie. «Grazie a un telefono che avevano ricevuto di nascosto. Abbiano
scoperto il trucco e glielo abbiamo tolto».

E sul fatto che uno di loro, Roberto Dieghi, stava male? «E’ guarito. Ma
avevamo chiesto un medico. Dicono che era pronto, ma nessuno ci ha mai
fornito il suo numero, come avevamo chiesto». Jomo aveva chiesto di poter
avere quel numero anche attraverso il Corriere, ma la Farnesina si era
rifiutata di darlo anche a noi.

(fonte Corriere.it 3/1/07)

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CS130-2005: 03/11/2005

Nigeria: Amnesty International presenta nuove prove di violazioni dei
diritti umani nella regione petrolifera del Delta del Niger

“È come il paradiso e l’inferno. Loro hanno tutto, noi niente. Se
protestiamo, ci mandano i soldati…”
(Eghare W. O. Ojhogar, capo della comunità Ugborodo)

“Mi hanno detto di inginocchiarmi sulla sabbia insieme agli altri capi,
con le mani legate dietro la schiena. Poi i soldati hanno iniziato a
picchiarci con i frustini e ci hanno fatto mangiare la sabbia.”
(Cadbury George Omieh, Igno XXI, Re di Odioma)

Dieci anni dopo l’esecuzione dello scrittore e attivista per i diritti
umani Ken Saro- Wiwa e di otto suoi compagni, nuove prove raccolte da
Amnesty International mostrano come gli abitanti della regione petrolifera
del Delta del Niger continuino a rischiare la morte e la fame per colpa
delle forze di sicurezza nigeriane.

Secondo un rapporto reso pubblico oggi da Amnesty International, le
poverissime comunità che protestano contro le compagnie petrolifere o sono
sospettate di sabotare le attività estrattive vanno incontro a punizioni
collettive.

“È un insulto alla memoria di Ken Saro-Wiwa e dei suoi compagni che i
responsabili di uccisioni, pestaggi e stupri siano ancora al riparo dalla
giustizia. Le campagne degli attivisti per i diritti economici e sociali
restano più che mai attuali, dato che il 70% della popolazione del Delta
del Niger vive nella più assoluta povertà, nonostante il boom delle
rendite petrolifere” – ha dichiarato Stefano Meoni, responsabile delle
campagne sull’Africa occidentale della Sezione Italiana di Amnesty
International.

Basato su una recente missione di Amnesty International nel Delta del
Niger, il rapporto “Rivendicare diritti e risorse: ingiustizia, petrolio e
violenza in Nigeria” dedica particolare attenzione alle violazioni dei
diritti umani commesse quest’anno al terminal di Escravos e nella comunità
di Odiosa, sulla costa del Delta del Niger.

Il 4 febbraio i soldati della Task force congiunta hanno aperto il fuoco
contro un gruppo di persone della comunità Ugborodo che stavano
manifestando di fronte al terminal di Escravos, di proprietà della Chevron
Nigeria. Un uomo è morto e altre 30 persone sono rimaste ferite, alcune in
modo grave. Ci sono volute diverse ore per portare i feriti in ospedale, a
bordo di un battello. Né il governo, né Chevron Nigeria hanno fornito
assistenza medica o logistica adeguata e non è stata aperta alcuna
inchiesta sull’accaduto.

Il 19 febbraio, almeno 17 persone sono state uccise e due donne sarebbero
state stuprate nel corso di un raid della Task force congiunta all’interno
della comunità Ijaw di Odioma. L’operazione era stata ufficialmente
lanciata per arrestare un gruppo di vigilantes armati, ma gli arresti non
hanno avuto luogo mentre circa l’80 per cento delle abitazioni sono state
distrutte. Il mese prima, Shell Nigeria aveva rinunciato a un progetto di
prospezione nell’area, pare venendo incontro a una richiesta dei giovani
di Odioma e rendendosi conto che esisteva una contesa sui terreni oggetto
della prospezione. Sui fatti di febbraio non è stata aperta alcuna
inchiesta e oggi Odioma è pressoché disabitata.

Amnesty International chiede al governo federale nigeriano di condurre
inchieste complete e indipendenti sulle denunce di uccisioni, ferimenti,
stupri e distruzione di proprietà ad opera delle forze di sicurezza. I
risultati delle inchieste dovranno essere resi pubblici e i responsabili
delle violazioni dei diritti umani portati di fronte alla giustizia.

L’organizzazione chiede inoltre che la Chevron commissioni un’indagine
indipendente e imparziale sul ruolo avuto dalla compagnia nel corso degli
incidenti del 4 febbraio al terminal di Escravos, e che la Shell indaghi
sulle denunce riguardanti un accordo di sicurezza tra un subappaltatore di
Shell Nigeria e un gruppo criminale di Odioma.

FINE DEL COMUNICATO                                                       
                   Roma, 3 novembre 2005

Leggi il rapporto completo "Rivendicare diritti e risorse: ingiustizia,
petrolio, violenza in Nigeria"


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