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[3/3] Invio Letture antimafia: Umberto Santino



14. Oltre la legalità, 1997
L'opuscolo Oltre la legalità. Appunti per un programma di lavoro in terra di
mafie, è stato pubblicato nella collana "csd appunti", 6, Palermo, settembre
1997.
Si tratta di un lavoro didascalico ed introduttivo, probabilmente molto
valido per uso didattico o come base per riflessioni e dibattiti tra persone
impegnate nell'iniziativa antimafia ed in particolare sul versante culturale
di essa iniziativa.
Nella quarta di copertina è illustrato sinteticamente il senso del lavoro:
"Legalità, democrazia, sovranità, sono termini spesso usati in modo troppo
generico per ricavarne indicazioni concrete per lottare efficacemente contro
le mafie e il diffondersi del crimine e dell'illegalità. Questo scritto
analizza rigorosamente le parole-chiave del dibattito attuale e traccia le
linee essenziali di un programma di lavoro che leghi insieme aspetti
giuridici, politici, economici, etici, culturali in una prospettiva di
mutamento della società mafiogena e di rinnovamento della vita quotidiana".
L'opuscolo prende spunto dalla circolare ministeriale sull'educazione alla
legalità dell'ottobre 1993 per proporre una riflessione ampia ed articolata
sui concetti di legalità, democrazia e sovranità analizzando la valenza che
essi assumono nel dibattito antimafia.
Il lavoro è organizzato nei seguenti capitoli: 1. La legalità, la mafia, lo
Stato; 2. La democrazia, le democrazie; 3. La sovranità come fondamento del
potere; 4. La normalità: sogno o progetto?; 5. I limiti di un approccio
politico-giuridico formale; 6. La mafia come fenomeno complesso; 7. Un
programma per un'alternativa alle mafie e alla società mafiogena.
Ovviamente i capitoli 6 e 7 sono quelli di maggior interesse: il 6 riassume
le tesi principali del lavoro teorico e politico di Santino e del Centro
Impastato, il 7 riformula e sintetizza quella che è ormai una koinè dei
militanti di movimento più avvertiti.
In particolare l'ultimo paragrafo del cap. 6 (par. 6.3. Globalizzazione
capitalistica e mafie), presenta una significativa e non casuale consonanza
con le analisi di studiosi come -tra altri- Samir Amin e Ignacio Ramonet, e
con la "quarta tessera" del ragionamento proposto dal subcomandante Marcos
dell'EZLN nel suo saggio per "Le Monde diplomatique", La quarta guerra
mondiale è cominciata.
L'opuscolo costituisce un buon promemoria dei principali temi su cui si
concentra la riflessione collegata alla prassi dei movimenti di solidarietà
e di liberazione.
Nella bibliografia (agile ma puntuale; non esibizionista, ma concretamente
agita) sono presenti autori anche a noi molto cari, da Anders a Balducci a
Jonas.
Su questi temi cfr. anche: Augusto Cavadi (a cura di), A scuola di
antimafia, Csd quaderni/6, Palermo 1994; Augusto Cavadi, Liberarsi dal
dominio mafioso, EDB, Bologna 1993; Amelia Crisantino, Giovanni La Fiura, La
mafia come metodo e come sistema, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 1989;
Cosimo Scordato, Uscire dal fatalismo, Edizioni Paoline, Milano 1991.
Il saggio di Marcos cui sopra si faceva cenno è stato pubblicato in Italia
in opuscolo dal "Manifesto", Roma 1997.
Ovviamente su questi temi (democrazia, legalità, etc.) non si può non fare
riferimento alla riflessione di Norberto Bobbio (al riguardo cfr.
riassuntivamente le monografie di Enrico Lanfranchi, Un filosofo militante,
Bollati Boringhieri, Torino 1989, e Piero Meaglia, Bobbio e la democrazia.
Le regole del gioco, Ecp, S. Domenico di Fiesole 1994).

15. L'alleanza e il compromesso, 1997
L'alleanza e il compromesso. Mafia e politica dai tempi di Lima e Andreotti
ai giorni nostri, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 1997.
Come è noto Santino realizzò nel 1984 il celebre dossier "Un amico a
Strasburgo" sull'europarlamentare andreottiano Salvo Lima, dossier che
riprendendo documenti raccolti in precedenza dalla Commissione Parlamentare
Antimafia fu uno dei più energici e documentati atti d'accusa sul rapporto
tra andreottiani e mafia.
Il libro ricostruisce in trecento pagine e con una corposa appendice
documentaria, i rapporti tra potere mafioso e ceto politico, con particolar
riferimento al rapporto tra potere mafioso e corrente andreottiana della DC
a livello siciliano e nazionale (ma anche con una visione internazionale:
Santino riferisce al riguardo con sapida ironia anche un interessante
colloquio avuto in America).
Nel capitolo introduttivo del libro si fissano alcune coordinate
interpretative: "Il rapporto mafia-politica è uno dei temi maggiormente
richiamati nella letteratura sulla mafia, ma esso non è mai stato oggetto di
analisi scientifica. La cosa è perfettamente comprensibile, se si riflette
che il problema "mafia", pur essendo tra i più frequentati, ha fatto
registrare pochi contributi che si possano considerare scientifici, cioè
elaborati in base a un metodo di lavoro e che poggino su una più o meno
solida e adeguata base di dati.
Come ho avuto modo di osservare in una rassegna degli studi sulla mafia
pubblicata recentemente [La mafia interpretata: dilemmi, stereotipi,
paradigmi, 1995], la produzione pressoché sterminata sulla mafia è dominata
da luoghi comuni (stereotipi) e da pseudoparadigmi, cioè da trascrizioni con
linguaggio più o meno colto dei luoghi comuni più banali. Gli stereotipi più
diffusi dipingono la mafia come emergenza (cioè come fenomeno congiunturale,
coincidente con gli omicidi più o meno eclatanti, e invece essa è un
fenomeno strutturale, continuativo, che non si limita alla commissione degli
omicidi) e come antistato (cioè come un'organizzazione in guerra contro le
istituzioni, e invece i rapporti tra mafia e Stato e istituzioni in genere
sono molto più complessi), mentre i paradigmi (cioè le spiegazioni dotate di
un certo grado di scientificità) più affermati (la mafia come associazione a
delinquere tipica e la mafia come impresa) colgono solo parzialmente la
polimorfica realtà del fenomeno mafioso.
Per cogliere in tutte le sue articolazioni tale fenomeno, ho elaborato
un'ipotesi analitica (il "paradigma della complessità") che qui richiamo
sinteticamente nei suoi punti essenziali:
1) la mafia è un insieme di associazioni criminali, di cui la più
importante, ma non l'unica, è Cosa nostra, denominazione che viene usata
dopo le rivelazioni di Buscetta del 1984 e di cui prima non ci sono tracce.
In Sicilia, secondo recenti rilevazioni, i gruppi criminali di tipo mafioso
sarebbero 181, con circa 5.500 affiliati, cioè lo 0,11% della popolazione,
che ammonta a circa 5 milioni (uno su mille). Oltre a Cosa nostra i gruppi
più significativi sono le "Stidde" delle province di Agrigento e
Caltanissetta e i clan catanesi non aderenti a Cosa nostra;
2) i gruppi mafiosi agiscono all'interno di un sistema di relazioni, un
blocco sociale che attraversa i vari strati della popolazione (dai ceti
popolari legati al contrabbando di tabacchi, allo spaccio di droghe e ad
altre attività, ai ceti più alti), al cui interno la funzione di comando è
svolta dai soggetti illegali e legali più ricchi e potenti: capimafia,
politici, imprenditori, professionisti legati ai mafiosi etc. (quella che
chiamo borghesia mafiosa). Questo strato dominante comprende alcune decine
di migliaia di persone, mentre il blocco sociale si estende ad alcune
centinaia di migliaia;
3) la specificità della mafia, rispetto ad altre forme di criminalità, è
data dal ricorso sistematico alla violenza, attuata o potenziale, derivante
dal fatto che la mafia ha un suo ordinamento e non riconosce il monopolio
statale della forza;
4) l'agire mafioso si concreta nella pratica di attività illegali e legali
al fine di accumulare ricchezza ed acquisire e gestire posizioni di potere.
Questi aspetti economici e politici si saldano con aspetti culturali (per
esempio, la legittimità dell'uso della violenza);
5) i rapporti tra mafia, politica e istituzioni sono complessi. Per un
verso, poiché la mafia -come abbiamo già detto- non riconosce il monopolio
statale della violenza, essa è fuori e contro lo Stato, ma essa è dentro e
con lo Stato per una serie di attività, dall'uso del denaro pubblico, per
esempio con l'accaparramento degli appalti di opere pubbliche, al controllo
delle istituzioni, con il peso rilevante nel procacciamento  dei voti e con
il condizionamento dei processi decisionali;
6) pertanto si può parlare di doppia mafia in doppio Stato. La doppiezza
dello Stato si concreta nella formale proclamazione del monopolio della
violenza contraddetta dall'impunità di cui i delitti mafiosi hanno goduto
per lungo tempo, tanto da configurarsi come licenza di uccidere e costituire
una vera e propria forma di legittimazione;
7) la mafia si può considerare soggetto politico in duplice senso: essa
esercita un potere in proprio, configurabile come signoria su un dato
territorio, con un codice di leggi e un apparato coercitivo per
l'applicazione delle sanzioni previste per le trasgressioni, e interagisce
con il potere ufficiale secondo le modalità già richiamate [per un
approfondimento cfr. La mafia come soggetto politico, 1994];
8) questo quadro sommariamente delineato permette di affermare che nel
nostro Paese si è formato e consolidato nel tempo un blocco dominante al cui
interno operava un soggetto criminale e ciò è tornato utile in tutta la
storia dello Stato unitario e particolarmente nella fase della
contrapposizione Est-Ovest, durata per mezzo secolo. Anche in altri Paesi,
per esempio gli Stati Uniti e vari Paesi dell'America Latina, i gruppi
criminali hanno avuto un ruolo importante nell'economia e nel rapporto con
le istituzioni, ma l'Italia può considerarsi il Paese occidentale in cui
l'interazione crimine-economia-potere ha assunto caratteristiche di vero e
proprio modello, per la capillarità e la persistenza di tali collegamenti,
per cui si può parlare di una forma Stato profondamente permeata di mafia,
fino all'identificazione tra istituzioni e mafia, almeno in alcuni settori;
9) un altro aspetto da mettere in luce è che la mafia ha goduto e gode di un
certo consenso sociale, il che non significa che tutti i siciliani, o quasi,
sono mafiosi, complici o sudditi della mafia. Il movimento contadino si
batteva contro la mafia; più recentemente, la nascita di gruppi, centri,
associazioni e le manifestazioni successive ai grandi delitti, da Dalla
Chiesa a Falcone e Borsellino, segnano la ripresa, su basi diverse,
dell'impegno antimafia. Tale impegno, nel passato e ancora oggi, si è
scontrato e continua a scontrarsi non solo con l'organizzazione criminale
mafiosa, ma con tutta la rete di complicità e di protezione di cui essa
gode. E ritorniamo al punto centrale di questo libro: il rapporto
mafia-politica-istituzioni".
Evidenziata la complessità e l'articolazione del rapporto tra mafia e
politica ("Non c'è una supercupola, formata da qualche decina di persone
misteriose, che impartisce ordini; c'è invece una serie di relazioni che
vanno dall'identificazione tra politici, alta e media borghesia e mafiosi
(nel caso di affiliazione formale all'organizzazione mafiosa o
compenetrazione organica), alla contiguità e allo scambio, in forme per lo
più permanenti e onnicomprensive ma anche episodiche e limitate. Non siamo
di fronte a un'isola, ma a un arcipelago o a un continente"), si analizza il
rapporto tra mafia e DC con specifico riferimento alla Sicilia, ma anche
evidenziando i fattori nazionali ed internazionali. Il giudizio, argomentato
con inconfutabili esempi lungo centinaia di pagine, è che l'equazione
DC=mafia "è scorretta se criminalizza tutto il partito e tutto il suo
elettorato, ma è correttissima se guarda al suo gruppo dirigente, o almeno
alla parte più solida, potente e duratura di esso e se, più che configurare
un'identificazione totalizzante, riassume una vasta gamma di rapporti con il
mondo mafioso e individua una peculiare modalità nell'esercizio del potere".
L'analisi si approfondisce esaminando il rapporto tra corrente andreottiana
della DC e mafia. Si evidenzia l'organica alleanza ricostruendo in
particolare le vicende che specificamente riguardano Lima ed Andreotti.
Ovviamente nel libro non si nasconde che la più rilevante espressione della
sinistra politica italiana, il PCI, ha commesso un errore catastrofico nella
sua strategia di ricerca di un compromesso con la DC, e particolarmente con
Andreotti, e con le dominanti forze sociali e gli egemonici interessi
economici e di potere che DC ed Andreotti rappresentano lungo cinquant'anni
di storia repubblicana.
Nella parte conclusiva del libro si analizzano i rapporti tra la mafia ed i
"nuovi" schieramenti e partiti politici, evidenziando non solo la natura
dell'operazione berlusconiana ed i rapporti tra Berlusconi, i suoi
manutengoli ed i suoi alleati con personaggi ed interessi legati ai poteri
criminali, ma anche come esponenti e intrecci della camarilla andreottiana
si siano ricollocati e riprodotti al potere anche nell'area del cosiddetto
centrosinistra.
Tra le letture utili segnaliamo: Ivan Cicconi, La storia del futuro di
tangentopoli, DEI, Roma 1998; Commissione parlamentare antimafia, Mafia e
politica, Laterza, Bari 1993;  Alfredo Galasso, La mafia politica, Baldini &
Castoldi, Milano 1993; Pio La Torre et alii, Mafia e potere politico,
Editori Riuniti, Roma 1976; Procura di Palermo, La vera storia d'Italia,
Pironti, Napoli 1995; Leo Sisti, Peter Gomez, L'intoccabile, Kaos, Milano
1997; Nicola Tranfaglia (a cura di), Cirillo, Ligato e Lima, Laterza, Bari 1994.

16. Storia del movimento antimafia, 2000
Il recente libro di Umberto Santino, Storia del movimento antimafia (Editori
Riuniti, Roma 2000), costituisce un contributo di fondamentale importanza
per gli studiosi e per quanti sono impegnati contro i poteri criminali.
"Con questo volume -scrive l'autore nell'introduzione- ho voluto in primo
luogo ricostruire e raccontare la storia delle lotte sociali contro la
mafia, a cominciare dai primi passi del movimento contadino, cioè dai Fasci
siciliani, e mettere in luce l'ispirazione e la prassi antimafia di
centinaia di migliaia di persone impegnate in una lotta durissima per il
rinnovamento di una società dominata da forti interessi e presidiata dalla
violenza mafiosa. Se la prima esigenza è stata quella della memoria storica,
la seconda è quella di riflettere e avviare una prima sistematizzazione di
una massa di informazioni riguardanti gli ultimi anni. Quali sono le
caratteristiche distintive dell'attuale stagione di lotte rispetto alle
lotte precedenti, quali i soggetti, le modalità d'azione, le prospettive? Si
può parlare di un movimento antimafia alla luce delle riflessioni sui
movimenti sociali dagli anni '60 in poi? Non pretendo di aver dato risposte
definitive, posso dire soltanto che ho cominciato a porre queste domande e
ad elaborare le prime risposte. Nella ricostruzione del movimento degli
ultimi decenni l'analisi e il racconto s'intrecciano con la testimonianza,
avendo vissuto in prima persona gran parte delle vicende di cui si parla".
Le quattrocento pagine di questa storia del movimento antimafia si
articolano in tre parti: la prima parte, "Il movimento contadino e la lotta
contro la mafia", abbraccia un arco di tempo che va dai Fasci siciliani, al
fascismo, al secondo dopoguerra; la seconda parte, "Un periodo di
transizione", è sul cruciale periodo di transizione negli anni '60-'70; la
terza parte, "L''impegno della società civile", analizza la lotta contro la
mafia dagli anni '80 a oggi. Il volume contiene anche un'appendice sulle
associazioni e le iniziative antimafia in Italia, essenziale repertorio di
punti di riferimento in tutto il territorio nazionale.
Scrive Santino: "Nella storia delle lotte sociali contro la mafia si possono
individuare tre fasi, distinguibili per alcune caratteristiche specifiche:
- la prima fase va dai Fasci siciliani (1891-1894) al secondo dopoguerra
(anni '40 e '50),
- la seconda abbraccia gli anni '60 e '70,
- la terza va dagli anni '80 a oggi.
Nella prima fase la lotta antimafia si presenta come aspetto peculiare della
lotta di classe e per la democrazia in Sicilia, e in particolare nella
Sicilia occidentale, area in cui storicamente si è formata la mafia.
Il soggetto protagonista è il movimento politico-sindacale nelle fasi
iniziali: una sorta di "stato nascente" di sindacati e partiti. La nostra
storia comincia con i Fasci siciliani e continua con le lotte contadine fino
agli anni '50. Queste lotte si scontrarono duramente con gli agrari e con i
grandi affittuari (gabelloti) legati alla mafia, che ricorsero agli
assassinii e alle stragi per reprimere qualsiasi tentativo di mettere in
forse il loro dominio.
Nella seconda fase la lotta contro la mafia è condotta dalle forze politiche
di opposizione e da piccole minoranze, raccolte in alcuni dei gruppi di
Nuova sinistra che si formano dopo il '68.
Dagli anni '80, in particolare dopo il delitto Dalla Chiesa, si svolgono
iniziative diverse (...), si formano centri, comitati, gruppi formali e
informali, coordinamenti, cartelli ecc. ed entrano in gioco vari soggetti:
studenti, insegnanti, intellettuali, commercianti, religiosi, uomini delle
istituzioni, cittadini comuni. Il movimento antimafia assume dimensioni di
massa, almeno in alcune manifestazioni, e si presenta come una forma di
impegno civile che si diffonde in varie regioni d'Italia. Non è più il
conflitto di classe la molla che fa scattare la mobilitazione, ma
l'indignazione per la tracotanza mafiosa, che si esprime con delitti che
colpiscono gli uomini più rappresentativi delle istituzioni che si oppongono
all'espansione del fenomeno mafioso, in nome dello Stato, che però li
condanna all'isolamento e li espone alla ritorsione violenta. Con
l'indignazione si fa strada la consapevolezza che il fenomeno mafioso non è
più limitato a una piccola area del paese e costituisce un attentato
continuato alla vita democratica".
E l'autore prosegue: "La prima fase è la più esplorata, anche se non è stata
studiata finora sotto il peculiare punto di vista dello scontro con il
fenomeno mafioso. Per essere la più lontana nel tempo, essa è stata e
continua ad essere oggetto della ricerca storica ma è totalmente, o quasi,
ignorata dalle giovani generazioni (...).
La seconda fase è pressoché sconosciuta, se si toglie la cerchia ristretta
dei militanti di quella stagione politica, spesso avviati su altre strade e
poco interessati a conservarne la memoria. La peculiarità di questa fase,
che può essere definita un periodo di transizione, per i mutamenti in atto
nel quadro sociale e nella mafia, è data dal recupero di una dimensione
classista, operato da minoranze che dimostrano una notevole lucidità di
analisi sugli sviluppi del fenomeno mafioso e vivono esperienze
significative, tra cui quella conclusasi tragicamente di Giuseppe Impastato.
Sulla fase più recente la riflessione è appena avviata. Come abbiamo già
accennato, abbondano le mitizzazioni e le proiezioni spettacolari (...).
L'attuale movimento antimafia è interclassista o aclassista, raccogliendo
cittadini provenienti da varie classi senza porsi il problema della loro
collocazione nel contesto sociale, mette al centro esclusivamente o
prevalentemente dei valori (la giustizia, la legalità) e nei confronti del
sistema ha un atteggiamento bivalente. Non è contestazione globale,
antisistemica, ma mirata, volta ad espellere dal seno delle istituzioni i
"poteri criminali", mettendo fine a quella congerie di complicità che sono
alla base della forza e persistenza del fenomeno mafioso e di altri fenomeni
ad esso assimilabili".
In un denso paragrafo dell'introduzione, "Movimento antimafia e istituzioni"
(pp. 16-18), l'autore fondandosi su una irrefragabile base documentaria (gli
eccidi e la repressione del movimento contadino, l'impunità per gli
assassini dei militanti, le conseguenti ondate di emigrazione) argomenta:
"lo Stato e le istituzioni nel loro complesso (dal governo centrale agli
enti locali, dalla magistratura e dalle forze dell'ordine alla burocrazia)
hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta e nella dissoluzione dei
movimenti che hanno lottato contro la mafia e per un assetto politico
diverso da quello che ha prodotto la mafia e ne ha consentito lo sviluppo, e
all'interno del quadro istituzionale si sono incrociate e rafforzate le
ragioni per cui la mafia per un lungo periodo della sua storia si è
dimostrata invincibile. Pertanto, più che di un generico ruolo filomafioso
dei rappresentanti delle istituzioni, si può parlare di forme di complicità
con i mafiosi, non generalizzate ma ampiamente diffuse, derivanti
dall'appartenenza dei vari soggetti agli stessi strati sociali o
dall'impegno comune in difesa degli stessi interessi, per mantenere
inalterati i rapporti di dominio e di subalternità.
Dalla fine degli anni '70 si registra una novità nel quadro istituzionale:
politici di governo, magistrati, uomini delle forze dell'ordine vivono il
loro ruolo e la loro professione come un impegno contro la mafia, e ciò si
spiega con lo straripare del fenomeno mafioso, in seguito all'incremento
dell'accumulazione illegale legata ai traffici internazionali (quella che ho
chiamato "mafia finanziaria") e con la rottura delle compatibilità, che
porta a una decisa presa di coscienza di singoli e di settori delle
istituzioni. (...) tende ad allargarsi il numero dei "servitori dello Stato"
impegnati, anche a rischio della vita, nell'attività di contrasto a una
mafia sempre più ricca e pretenziosa. Sappiamo quanti di loro sono caduti
per mano mafiosa.
Il fatto nuovo degli ultimi anni è dato dall'incontro tra un movimento
antimafia con caratteristiche  diverse dal movimento contadino e settori
istituzionali, un incontro che certamente è un punto di forza di una nuova
strategia antimafia ma che troppo spesso rimane episodico e sporadico o si
riduce a una sorta di collateralismo (...).
Così abbiamo un'antimafia istituzionale che consegue risultati concreti,
come gli arresti, i processi e le condanne, ma rimane in gran parte
simbolica e comunque "emergenziale", e un'antimafia civile anch'essa legata
all'emergenza, con manifestazioni di massa dopo le stragi e i delitti con
vittime prestigiose e il lavoro quotidiano affidato a pochi militanti,
generosamente impegnati più in un'ottica di testimonianza e di pratiche
atomizzate ed episodiche che in quella di un progetto che coinvolga strati
consistenti della popolazione.
Come vedremo -conclude Santino- non mancano i tentativi di andare oltre
l'emozione e verso il progetto, di coinvolgere strati popolari in
un'antimafia sociale che si ponga i problemi del nostro tempo, a cominciare
dalla disoccupazione e dalla crisi dell'economia legale, che inevitabilmente
portano verso l'accumulazione illegale e la riproduzione e la dilatazione
del circuito mafioso".
Nelle pagine conclusive del libro, analizzando i compiti del movimento
antimafia nel "villaggio globale" l'autore scrive: "I punti fondamentali di
un programma che vada oltre l'avvenimento e si proponga di costruire
un'alternativa complessiva alle mafie e alla società mafiogena, a partire da
esperienze già fatte o in corso, sono stati più volte indicati. Anche se non
mi pare il caso di dettare un "decalogo del perfetto antimafioso", provo a
riassumerli:
- sul piano conoscitivo, avere una conoscenza adeguata dei fenomeni
criminali e della realtà in cui essi si sono formati e sviluppati,
fornendosi degli strumenti necessari e contribuendo, sulla base delle
proprie conoscenze ed esperienze, ad arricchire il patrimonio di analisi;
- sul piano economico, boicottare le attività illegali e contribuire alla
crescita dell'economia legale, sapendo che il mercato non è un toccasana e
che occorre porre l'accento sulla socialità dell'economia, cioè sulla sua
finalizzazione al soddisfacimento dei bisogni;
- sul piano politico, vivere la democrazia non solo nelle scadenze rituali,
ma quotidianamente, cioè sviluppare le forme di partecipazione e di
controllo delle istituzioni, individuare e denunciare tutte le forme di
collusione con la criminalità e di criminalità interna, praticare il
pluralismo dei poteri (quello che ho chiamato lo "Stato diffuso");
- sul piano sociale, creare e rafforzare il tessuto della società civile,
partecipando al controllo del territorio con forme di vigilanza dal basso e
con la diffusione della rete di servizi;
- sul piano culturale ed educativo, agire sui comportamenti della vita
quotidiana, dare concretezza alla scelta della nonviolenza, democratizzare
la scuola ed aprirla al territorio;
- sul piano etico, elaborare e praticare un'etica comune, al di là delle
fedi religiose e dei codici ideologici, fondata sul pluralismo e il rispetto
delle diversità, sulla concretezza, sul fare e non solo sul non fare,
sull'impegno comunitario, sulla radicalità e il conflitto e non
sull'unanimismo che rischia di condannare e assolvere tutti, sul qui e ora e
non sull'attesa di un improbabile futuro.
Come si vede, più che un vademecum per il militante di un movimento a
tematica specifica, si tratta di indicazioni per il cittadino che vuole
vivere in piena consapevolezza la propria cittadinanza e sa che il problema
delle mafie è uno dei più gravi del nostro tempo, intrecciandosi con
l'economia, con il potere e con la vita quotidiana".
Umberto Santino con questo volume ha scritto la prima completa e rigorosa
storia del movimento antimafia mettendovi a frutto la sua straordinaria
competenza scientifica e la sua altrettanto straordinaria esperienza di
militante, riuscendo così a compiere una ricognizione del movimento
dall'interno, ad un tempo partecipe e rigorosamente fondata, dando una
lettura critica e contestuale delle vicende esaminate, proponendo non solo
una descrizione di grande precisione e completezza, ma altresì una analisi
penetrante di grande efficacia euristica.
Tra le letture che potrebbero essere proposte per sviluppare e mettere a
confronto alcuni aspetti ed apporti di questo libro segnaliamo il già
classico Hans Jonas, Il principio responsabilità, Einaudi, Torino; e tra le
pubblicazioni recenti: Nando dalla Chiesa, Storie eretiche di cittadini
perbene, Einaudi, Torino (ma già Storie, Einaudi, Torino); Vincenzo
Ruggiero, Delitti dei deboli e dei potenti, Bollati Boringhieri, Torino;
Donatella Della Porta, Movimenti collettivi e sistema politico in Italia
(1960-1995), Laterza, Roma-Bari; Alessandro Dal Lago, Non-persone,
Feltrinelli, Milano; Jean Ziegler, Les seigneurs du crime, Seuil, Paris; ed
alcuni dei contributi apparsi nel volume monografico di "Micromega" 1/2000,
Dei delitti e delle pene; e ne "I quaderni speciali di "Limes"" (suppl. a
"Limes" 2/2000), Gli stati mafia. Cfr. anche Salvatore Lupo, Storia della
mafia, Donzelli, Roma; ed il volume di "Meridiana" n. 25/1996, Antimafia; Di
grandissimo interesse a nostro avviso il lavoro giornalistico di Riccardo
Orioles, diffuso via internet e leggibile ad esempio collegandosi a
Peacelink (www.peacelink.it).

17. Ancora una postilla conclusiva non scientifica [1998]
Ripercorrendo la storia degli studi sulla mafia, e reso onore non solo alle
vittime ma anche ai ricercatori ed ai militanti democratici che hanno
operato sul campo (un nome per tutti: Danilo Dolci), l'opera scientifica e
di ricerca condotta da Umberto Santino emerge come una delle più rilevanti:
a nostro modesto avviso, la più rilevante tout court.
La bibliografia sul potere mafioso è sterminata. Ma essa è perlopiù assai
scadente.
Prescindendo dai romanzetti e dalle operazioni filomafiose, fondamentalmente
vi sono tre grandi "generi": gli atti ufficiali e particolarmente
giudiziari; i lavori di inchiesta e denuncia; gli studi accademici o
comunque con pretese scientifiche.
Gli atti ufficiali, e particolarmente quelli giudiziari, anche quando non vi
sia malafede o insipienza, sono spesso viziati oltre che dalla miopia e
dalla scarsa cultura degli estensori, anche per un verso dalla narcotica
attitudine all'attenuazione ed alla mediazione se stesi da membri del ceto
politico o funzionariale, e per l'altro dai limiti propri di
un'intellettualità che negli studi giuridici e nel ruolo istituzionale ha
trovato rassicurazione ad insicurezze profonde e che sovente della realtà e
della complessità sociale ha una visione fortemente deformata dalla sua
collocazione sociale, dal suo status connotato ad un tempo dal privilegio e
dall'isolamento. Raramente vi si trovano analisi di ampio respiro, e
capacità di connettere ambiti di riflessione diversi. Naturalmente vi sono
delle eccezioni, e di grande valore: ma scarse.
I lavori di inchiesta e di denuncia appartengono eminentemente al
giornalismo o all'agitazione politica, e recano sovente le tare loro
proprie: approssimazione, esagerazioni, uso eruttivo di figure retoriche
come la metonimia e la sineddoche, abuso del colore e dell'aneddoto,
generalizzazioni che non reggono a un'analisi seria, litanie all'infinito
rimasticate e fin effettacci da circo Barnum. Peraltro il militante ed il
giornalista, anche quando siano persone austere e rigorose, sono
frequentemente portati dal mezzo espressivo, dall'urgenza del dire e del
fare -che spesso degenera in fretta e stridore-, e dall'esigenza stessa di
farsi ascoltare, all'eccitazione, ai sovrattoni, e quel che è peggio alla
semplificazione, all'imprecisione, alla rozzezza. Anche qui le eccezioni vi
sono, ma poche. Ed ovviamente non teniamo conto delle operazioni biecamente
commerciali, o del giornalismo cinico e rapace, o dei politicanti del regime
della corruzione.
Gli studi che si presentano come scientifici sovente sono solo il
paludamento sotto il gergo accademico o di scuola delle più viete "idee
ricevute"; scritti di studiosi anche prestigiosi rivelano talvolta fonti
scadenti, pregiudizi fin ridicoli, lacune grossolane (e Santino,
implacabile, nei suoi lavori offre una rassegna pirotecnica di
qualificatissimi autori che infarciscono i loro serissimi studi di
sconsolanti corbellerie). Le opere di autentico valore sono poche.
Questa premessa per dire che da quando conosco il lavoro del Centro
Impastato e di Umberto Santino (e credo che sia quasi da una ventina d'anni)
subito e costantemente ho colto e apprezzato un altro, un alto livello di
analisi. Per il convergere di vari elementi: il rifiuto dell'esagerazione,
la ricerca attenta della documentazione, il rispetto del materiale, il
negarsi ai voli pindarici o alle tesi ardite fondate sul piacere della
parola o della costruzione geometrica; l'uso di una strumentazione teorica
di prim'ordine: la riflessione economica della scuola del "sistema-mondo"
(Wallerstein e non solo); un uso creativo e rigoroso della formula del
"doppio Stato" mutuata dal classico volume di Fraenkel; i classici della
sociologia europea ed americana ma senza il feticismo tipico dei weberiani o
la tendenza alla brillantezza a tutti i costi; un'eredità marxiana
originalmente ripensata perché passata al crivello dei grandi pensatori
critici del Novecento (da Anders a Jonas); ma anche un'esperienza e una
riflessione che proviene ed ha interagito con la prassi e le tradizioni di
quella che fu la nuova sinistra (che in questo paese è pur stata qualcosa,
non solo gli imbecilli, i violenti o i prostituti che i mass-media ci
vomitano addosso ad ogni piè sospinto).
Certo, non mi nascondo che in questa mia preferenza per le analisi del
Centro Impastato e di Umberto Santino giochino anche elementi per così dire
di affinità culturale e di prossimità -diciamo così- di biografia politica,
un con-sentire che nasce da letture e meditazioni simili e da scelte di
schieramento analoghe.
Ma infine sta di fatto che nella mia concreta pratica di militante politico,
di giornalista d'inchiesta, di pubblico amministratore, le analisi e le
proposte del Centro Impastato sono state occasioni di riflessione e
strumenti di lavoro utilissimi.
Peraltro la ricerca e l'elaborazione di Santino è forse l'unica che riesca
ad analizzare adeguatamente il ruolo dei poteri criminali nel quadro
complessivo della globalizzazione capitalistica, del dominio del capitale
finanziario, con tutte le conseguenze e le interazioni di carattere
geopolitico e strategico (ed ovviamente anche ideologico e culturale)
connesse; e da molti anni mi sono convinto che questo ambito di riflessione
e di lotta è per noi decisivo. Credo che compito specifico ed irrinunciabile
dei militanti democratici italiani sia quello di condurre la lotta contro i
poteri criminali evidenziando come questa lotta sia parte cruciale della
lotta comune per affermare la dignità umana conculcata dai poteri dominanti
e difendere la biosfera dalla distruzione che l'attuale modello di sviluppo
produce.
Dispiace dirlo, ma anche studiosi che molto ammiriamo, e movimenti che
comunque sosteniamo, non hanno colto quello che dalle analisi di Santino
emerge chiarissimo.
E se adesso dal quadro globale passiamo al contesto locale: nella nostra
esperienza viterbese di lotta contro il modello di sviluppo di servitù, il
sistema di potere andreottiano, l'intreccio
politico-affaristico-finanziario, la penetrazione dei poteri criminali ed il
ruolo dei poteri occulti, ebbene, gli strumenti teorici ed analitici di
Santino ci sono stati particolarmente utili, incrociandoli ovviamente con i
dati concreti della nostra realtà territoriale, per analizzare una
situazione che ha alcune specificità di grande interesse, e che le categorie
interpretative di Santino, nella misura in cui sono applicabili in un
contesto evidentemente diverso, lumeggiano efficacemente.

18. Notizia su Umberto Santino e il Centro Impastato
Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione
"Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni è uno dei militanti democratici
più impegnati contro la mafia ed i suoi complici. È uno dei massimi studiosi
a livello internazionale di questioni concernenti i poteri criminali, i
mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e criminalità. Una
bibliografia essenziale di Santino è deducibile dalla presente
pubblicazione; alcune integrazioni in U. S., Oltre la legalità, p. 77, e nel
più recente Storia del movimento antimafia, passim.
Il Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" (via Villa
Sperlinga 15, 90144 Palermo, tel. 091/6259789, fax 091/348997, e-mail:
csdgi@tin.it, sito internet: www.centroimpastato.it) è un istituto di
ricerca tra i più accreditati in campo internazionale, particolarmente
specializzato su mafia e poteri criminali. Operante dal 1977, è stato
successivamente intitolato a Giuseppe Impastato, militante della nuova
sinistra assassinato dalla mafia nel 1978. Una sintetica ma esauriente
scheda di autopresentazione, di quattro pagine, è richiedibile presso il
Centro Impastato. Una più ampia notizia sullo stesso è in un'altra scheda di
questa medesima serie di Materiali per una cultura antimafia.