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Esempi per una cultura antimafia: Giuseppe D'Urso
Vi inviamo un documento da parte del "Centro di ricerca per la pace" di
Viterbo.
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Esempi per una cultura antimafia: Giuseppe D'Urso
Il primo dei testi che seguono è un ricordo del professor Giuseppe D'Urso
scritto da Riccardo Orioles, un ricordo che si trova nella bella raccolta
di scritti di Riccardo Orioles, Allonsanfan. Storie di un'altra sinistra,
disponibile nella rete telematica (e che sarebbe bene che qualche editore
stampasse e diffondesse in libreria).
Non ho mai visto il professor D'Urso e non sono certo se ho parlato con lui
per telefono qualche volta (ma mi pare di sì).
Ma in anni che oggi sembrano remotissimi, ed invece non lo sono poi
granché, tutti i miei amici del movimento antimafia di Catania e di Palermo
quando dicevo loro che a Viterbo nella nostra azione contro i poteri
criminali e il regime della corruzione venivamo individuando come
strategico il ruolo della massoneria (e qui per creanza -o per prudenza- si
suole apporre la qualifica di "deviata") nell'intreccio tra poteri
criminali, economia, finanza, e corruzione politica ed amministrativa, mi
parlavano di lui come del loro principale punto di riferimento, poiché per
primo il professor D'Urso aveva individuato la crucialità del rapporto tra
massoneria e mafia.
Rapporto, e decisività, successivamente emersi con grande evidenza: cfr. ad
esempio la "tesi 8" nel libro di Luciano Violante, Non è la piovra. Dodici
tesi sulle mafie italiane, Einaudi, Torino 1994, pp. 169-181; e varrà la
pena di trascrivere qui almeno l'enunciazione di questa tesi: "Logge
massoniche "deviate" costituiscono il tramite più frequente e più sicuro
nei rapporti tra mafia e istituzioni. Per mezzo di queste logge, in
particolare, la mafia cerca di "aggiustare" i processi che la riguardano.
Esponenti delle logge massoniche, a loro volta, hanno chiesto in diverse
occasioni la partecipazione di Cosa Nostra a vicende criminali ed eversive.
Il terreno d'incontro tra la mafia e queste logge è costituito dai comuni
interessi antidemocratici".
Mi piacerebbe sapere, e non so, cosa il professor D'Urso abbia pubblicato,
e se dopo la scomparsa i suoi scritti ed il suo archivio siano stati
ordinati e se siano oggi a disposizione degli studiosi, delle istituzioni
democratiche e dei militanti antimafia.
Tra le mie carte ho ritrovato solo, in un fascicolo del 1990 di una vivace
rivista palermitana, uno schematico (ma interessantissimo) intervento
svolto ad un'assemblea nazionale di Cgil, Cisl e Uil tenutasi a Palermo nel
1982, che anch'esso ripubblico qui anche se mi rendo ben conto che non gli
rende giustizia.
Poiché il professor D'Urso non è stato solo uno studioso ed un sostenitore
ed ispiratore del movimento antimafia: è stato un protagonista della lotta,
concreto ed efficace, e valga a provarlo ad esempio quanto ricordato nel
bel libro di Claudio Fava, La mafia comanda a Catania, Laterza, Roma-Bari
1991, alle pp. 84-85: "il merito d'aver innescato il detonatore
dell'"affaire Catania" non va soltanto al Csm [il riferimento è alla
decisione del Consiglio Superiore della Magistratura del 28 ottobre 1982 di
avviare un'indagine della propria commissione d'inchiesta sulla Procura di
Catania] (...) Il professore Giuseppe D'Urso... un docente di urbanistica
che per molti anni aveva continuato silenziosamente a raccogliere prove
sulle irregolarità amministrative, i misfatti edilizi, gli appalti pubblici
pilotati. Per ogni abuso, il professor D'Urso aveva compilato un dossier
completo di cifre, nomi, indicazioni di legge, estratti del Piano
regolatore, fotocopie di delibere comunali. Quegli esposti, con
incrollabile perseveranza, forse perfino con un filo di dolente ironia,
erano stati puntualmente spediti all'autorità giudiziaria. Che per molti
anni aveva continuato ad inghiottirli in silenzio. L'ultimo fascicolo
Giuseppe D'Urso aveva preferito invece farlo trovare sui banchi del Csm.
Dentro, in bell'ordine, i promemoria del professore su tutte le inchieste
insabbiate dalla Procura di Catania: le protezioni accordate, le illegalità
compiute, le indagini depistate. Ma soprattutto c'era il testo del
telegramma che D'Urso aveva spedito "per conoscenza" a ministri e
presidenti di mezza Repubblica. La vertenza Catania di fatto era nata su
quelle poche righe di denuncia civile, sull'intransigente ribellione di un
cittadino qualsiasi".
Questo era il professor D'Urso. Non altro potendo oggi fare per rendergli
omaggio, ne segnalo la figura. Con solidarietà e gratitudine.
Peppe Sini
responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo
Viterbo, 20 luglio 2000
Riccardo Orioles: La ragione
Domenica 16, a Catania, e' morto il professor Giuseppe D'Urso e questa è
probabilmente l'unica pagina dell'unico giornale che lo ricordi. Tuttavia
e' un avvenimento storico: 16 giugno 1996, muore Giuseppe D'Urso che
sconfisse i mafiosi.
E' stato il primo, in tutta Italia, a dire cos'era veramente la mafia dei
nostri tempi. Non un'escrescenza criminale, non una patologia; ma il
braccio armato, organizzato da molti anni su basi ben precise, di una parte
consistente della classe dirigente siciliana e nazionale, quella inquadrata
- negli ultimi decenni - dalle massonerie deviate. Fu lui a postulare per
primo, e a descrivere con precisione, il legame organico fra mafie e
massonerie, ad analizzarne le strutture, a denunciarne la strategia. Tutti
gli altri, vennero dopo. E quando, faticosamente, il concetto di
"massomafia" - il termine da lui coniato nei primi anni Ottanta - divenne
senso comune, allora e solo allora la lotta ai poteri mafiosi pote'
cominciare davvero. Andreotti, Licio Gelli, i cavalieri catanesi ebbero nel
suo cervello il nemico piu' pericoloso.
Ci fu maestro, a noi dei Siciliani. Nessun altro ebbe cosi' pienamente
questo onore, eccetto Giuseppe Fava. Nel 1982, prima ancora - anche qui,
l'unico - dei Siciliani egli gia' denunciava pubblicamente i cavalieri
catanesi, i magistrati al loro servizio, le servitu', gli affari. Era
allora presidente dell'Istituto Nazionale di Urbanistica e di questa
prestigiosa posizione si valse - oltre che per una notevole attivita'
scientifica - per una documentatissima battaglia civile. Nel gennaio
dell'84, dopo l'assassinio di Giuseppe Fava, raccolse l'appello dei giovani
e si arruolò - non c'è altra parola - nei Siciliani. Da quel momento, la
sua vita fu indissolubilmente legata alla nostra e la sua ragione e il suo
cuore appartennero ai Siciliani.
Nell'autunno del 1984 fondò l'Associazione I Siciliani, di cui fu il
Presidente. Piccolo gruppo di militanti, l'Associazione si radicò
rapidamente ed acquistò peso ed influenza; insieme col Coordinamento
Antimafia di Palermo e col Centro Peppino Impastato, fu il primo esempio in
assoluto di politica militante, nell'Italia degli anni Ottanta, fuori dei
partiti. Oltre a D'Urso, l'Associazione poté contare su uomini come il
sacerdote Giuseppe Resca, il magistrato Scidà, il professor Franco Cazzola,
l'operaio Giampaolo Riatti ed altri ancora. Era la nuova classe dirigente,
quella che avrebbe potuto davvero cambiare tutto; finche' essa fu unita,
non passarono i gattopardi.
Nel 1990, il professore fu fra i ventiquattro fondatori della Rete, nata
allora non come un partito ma come un movimento unitario di liberazione.
Egli ne organizzò i primi passi dal letto in cui gia' era inchiodato,
contribuendo come pochi altri alle sue prime vittorie. In seguito, le
ambizioni personali vi presero - per sventura del Paese, come in tante
altre occasioni - il sopravvento, e solo il coraggio individuale, che non
fu mai tradito da alcun siciliano, sopravvisse agl'ideali con cui s'era
partiti. Ma gia' allora, e non casualmente, egli ne era stato emarginato.
Gli ultimi anni, di lunga malattia, furono una feroce vendetta della
Fortuna invidiosa. Egli la sopporto' virilmente, ragionando fino
all'ultimo. Io ricordo una sera, quando una diagnosi dei medici gli dava
poche settimane di vita. Mi avvertì pacatamente che non avrebbe potuto, non
per sua colpa, far fronte ad alcuni impegni organizzativi predisposti. Me
ne espose il motivo. Mi dette cortesemente alcune istruzioni per continuare
in sua assenza. Il resto della serata fu speso in una conversazione su
alcuni punti controversi del pensiero di Benedetto Croce.
"Addio, compagno! Per buon tempo hai combattuto, e con onore/ Per la
liberta' del popolo..." dice un antico canto rivoluzionario. Giuseppe
D'Urso, ingegnere, pensatore illuminista e militante del popolo siciliano,
ha combattuto come pochissimi altri per il bene comune. La sua vita e'
stata utile, il suo pensiero fraterno; non ha sprecato un attimo della sua
forte intelligenza; ha vissuto. I suoi figli possono essere orgogliosi di
lui, e orgoglioso chi gli fu amico. Quando sarete liberi, voi della Sicilia
e di tutt'Italia, quando sarete dei cittadini, allora - e solo allora -
portategli un fiore.
[Questo testo è incluso (col titolo La ragione, e recando in epigrafe
"...la raison tonne en son cratère...") nel libro elettronico di Riccardo
Orioles, Allonsanfan; l'autore indica come luogo di prima pubblicazione il
settimanale "Avvenimenti", nel giugno 1996, ma non abbiamo avuto agio di
verificare]
Giuseppe D'Urso: Per riprendere e continuare
La sezione siciliana dell'Istituto Nazionale di Urbanistica sottolinea la
maturità dei contenuti e l'approfondimento delle tematiche di tutti gli
interventi di questa coraggiosa e democratica assemblea.
Per noi, urbanisti democratici, l'analisi degli assetti e delle
trasformazioni del territorio costituisce uno strumento formidabile per
comprendere, risalendo alle cause, interconnessioni occulte, intrecci
speculativi e per conoscere gestori segreti.
Abbiamo fornito e forniamo alla Magistratura elementi precisi e puntuali
sulle più grosse operazioni di rapina mafiosa nel territorio siciliano.
Al Sindacato democratico, unitariamente riunito oggi a Palermo, vogliamo
invece fornire delle riflessioni, sotto forma di schede sintetiche, per
contribuire a fare chiarezza sulle questioni generali dibattute in questa
assemblea e ciò alla luce dell'esperenza fatta nelle nostre specifiche
ricerche.
Le schede rappresentano tracce sistematiche di lavoro di ulteriore ricerca
collettiva da svolgere.
Esse sono le seguenti:
Scheda 1
Necessità di possedere una definizione complessiva, esaustiva e
storicamente valida del fenomeno in generale etichettabile come: "alta
criminalità organizzata".
E' necessaria l'unificazione sistematica di fenomeni sociali come:
a) criminalità economica organizzata
- mafia (Sicilia)
- 'ndrangheta (Calabria)
- camorra (Campania)
- fibbia (Puglia)
- banditismo (Sardegna)
b) servizi segreti deviati
- dell'est (Patto di Varsavia)
- dell'ovest (Patto Atlantico)
- del Terzo Mondo (Paesi non allineati)
c) criminalità politica organizzata
- terrorismo rosso
- terrorismo nero
d) poteri occulti laici
- massoneria bianca ((Ovest-Est-Terzo Mondo)
- massoneria nera (nei Paesi dell'Ovest)
- massoneria rossa (nei Paesi dell'Est)
e) poteri occulti religiosi
- cattolici (internazionali)
- Opus Dei
- gesuiti laici
- cavalieri di Malta
- altre religioni (terzo mondo)
Anche se si rischia di allargare troppo il campo dell'indagine, questo è
uno sforzo che deve essere compiuto con l'aiuto degli intellettuali
progressisti: il rischio inverso è quello di tenere l'obiettivo puntato
sopra un elemento troppo limitato rispetto al quadro generale.
Bisogna individuare l'intera figura della "piovra" e non solamente uno dei
suoi innumerevoli tentacoli (il quale anche se asportato, col tempo si
riforma così come era).
Una definizione di "alta criminalità organizzata" può essere la seguente:
"Gruppo sociale chiuso che, nell'ambito di un sistema economico,
articolandosi in una complessità di sottogruppi, ha come fine l'accumulo e
la gestione per i propri affiliati di ricchezze non lavorative: il "gruppo"
si avvale di strumentazione per la violenza fisica e l'intimidazione
morale, lega i suoi appartenenti con regole di subordinazione e di morte ed
ha un processo di adeguamento continuo a quello del sistema economico a cui
si riferisce".
Scheda 2
Necessità di possedere una visione storica del problema, cercando di
intravedere i nessi tra storia della Sicilia, storia del Meridione d'Italia
e storia d'Italia dall'Unità alla fine della seconda guerra mondiale
(conferenza di Yalta).
A questa scheda si allegano alcune fotocopie di testi ritenuti fondamentali
per la comprensione di come alcuni fatti economico-sociali si sono tra loro
intrecciati: tutto ciò per capire quali sono le interconnessioni del
presente e quindi la limitazione delle analisi che focalizzano solo un
aspetto della questione.
L'analisi storica deve mettere in luce quali sono stati i rapporti tra
potere economico e potere istituzionale sia nelle campagne che nelle città,
sia al centro (Roma) che in periferia (settentrionale e meridionale)
facendo risaltare come il tutto si è evoluto fino ai nostri giorni (e ciò
al di fuori di esasperati ideologismi).
Debbono individuarsi fatti, situazioni e nomi precisi in modo tale da
comprendere in maniera puntuale i corsi e gli intecci degli avvenimenti
economico-sociali.
Le tappe di questa analisi sono:
1) la situazione preunitaria
2) l'Unità, Cavour e Garibaldi
3) l'età giolittiana
4) la prima guerra mondiale ed il primo dopoguerra (arricchimenti di guerra
e loro impieghi)
5) avvento del fascismo: lotta alla mafia ed alla massoneria: il concordato
6) secondo conflitto mondiale e sistema Yalta
7) il secondo dopoguerra, ricostituzione di "cosche" e di "logge" e loro
scala internazionale.
Scheda 3
Necessità di possedere una chiara radiografia dello stato patrimoniale
degli individui e dei gruppi che gestiscono oggi il sistema economico, il
sistema istituzionale, il sistema dei mass-media, il sistema culturale.
Solo una analisi puntuale in questo senso può porre in luce i sotterranei
rapporti che, mettendo in cortocircuito il potere economico, il potere
politico (legislativo, esecutivo, giudiziario), il potere dell'informazione
ed il potere culturale, bloccano di fatto lo sviluppo economico e
democratico del popolo italiano a vantaggio di determinati gruppi chiusi di
sfruttamento economico e di conseguente reazione politica.
I lavoratori italiani debbono farsi carico politico di analisi che,
focalizzando comuni, province, regioni, organizzazione statale, mettano a
nudo, attraverso l'indagine finanziario-catastale, le posizioni di tutti
gli attuali detentori di potere.
Debbono farsi altresì carico dell'introduzione di una strumentazione
democratica che consenta per il futuro il controllo continuo su tutti i
detentori di potere previsti dalla nostra carta costituzionale.
[Questo testo di Giuseppe D'Urso lo abbiamo ripreso da "Antimafia" n. 2 del
1990, che lo pubblicava (peraltro con vari refusi, alcuni dei quali ci
saranno certamente sfuggiti) facendolo precedere dalla seguente nota: "Per
'riprendere' e 'continuare' tutti insieme. Le schede che pubblichiamo
furono presentate e lette dal prof. Giuseppe D'Urso (allora presidente
della sezione siciliana dell'Istituto Nazionale di Urbanistica)
all'assemblea nazionale dei consigli generali e dei delegati Cgil, Cisl,
Uil "Per la democrazia, il lavoro, lo sviluppo: lotta alla criminalità
mafiosa e al terrorismo" che si tenne a Palermo il 15 e 16 ottobre 1982,
dopo il delitto Dalla Chiesa. Tutti gli atti dei lavori vennero in seguito
pubblicati: tra di essi però non vi era traccia delle schede presentate
dall'INU. Riproporle oggi ci pare atto dovuto, oltre che di pregnante
attualità di analisi metodologica"].