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Documenti per una cultura antimafia: Riccardo Orioles
Vi inviamo un documento da parte del "Centro di ricerca per la pace" di
Viterbo.
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Documenti per una cultura antimafia: Riccardo Orioles
L'esperienza de "I Siciliani"
Ripubblicando in opuscolo il testo seguente nel 1998 lo presentavamo così:
"Quello che segue è il testo dell'intervento di Riccardo Orioles pubblicato
nel volume L'antimafia difficile, alle pp. 140-7.
L'antimafia difficile è il primo dei "quaderni" pubblicati dal Centro
siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato", nel 1989, e raccoglie gli
"atti della giornata di bilancio e di riflessione svoltasi a Cinisi l'8
maggio 1988 nel decimo anniversario dell'assassinio di Giuseppe Impastato".
Il volume è curata da Umberto Santino e reca oltre agli interventi della
giornata, anche un'appendice su dieci anni di iniziative dalla morte di
Giuseppe Impastato.
Ristampiamo qui l'intervento di Riccardo Orioles per vari motivi, che forse
è utile enunciare.
Il primo, per riproporre dieci anni dopo una riflessione ed una
testimonianza che non vogliamo siano cancellate, sia per quanto contengono
di lucida analisi e di concreta prefigurazione, sia per quanto comportano a
un livello, ci sia concessa la parola, esistenziale, e resistenziale.
Ma lo ristampiamo anche per segnalare ai lettori di oggi la qualità del
lavoro e dell'elaborazione propria dell'esperienza dei Siciliani, ed in
particolare anche il valore del lavoro e della riflessione di Riccardo
Orioles, uno di quegli intellettuali e militanti che restano ignoti ai
fruitori del gran circo massmediatico ed esprimono invece una qualità e una
verità che sole a noi interessano.
Ed ancora, per implicitamente segnalare una volta di più la decisività del
lavoro politico e teorico del Centro Impastato, e di Umberto Santino che lo
dirige".
Oggi questo intervento può esser letto anche nella rete telematica, nel
libro elettronico di Riccardo Orioles, Allonsanfan. Storie di un'altra
sinistra.
Alla ristampa dell'intervento premettiamo una breve notizia biobibliografica.
Peppe Sini
responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo
Viterbo, 20 luglio 2000
Notizia biobibliografica
1. Notizia biografica
Giornalista eccellente, militante antimafia tra i più lucidi e coraggiosi,
ha preso parte con Pippo Fava all'esperienza de "I Siciliani", poi è stato
tra i fondatori del settimanale "Avvenimenti", ha formato al giornalismo
d'inchiesta e di impegno civile moltissimi giovani. Tra le persone che
abbiamo avuto la fortuna di conoscere è un esempio pressoché unico di
rigore morale e intellettuale (e quindi di limpido impegno politico).
Attualmente è presidente dell'associazione "Peacelink", e svolge la sua
attività giornalistica scrivendo e diffondendo una e-zine in rete.
2. Opere di Riccardo Orioles
Scrivevamo or non è guari, che "per quanto è a nostra conoscenza i suoi
scritti e interventi sono pressoché tutti dispersi in periodici e varie
piccole e piccolissime pubblicazioni; e sarebbe invece di grande utilità
raccoglierne in volume una adeguata scelta e dare ad essi un'ampia
diffusione (costituirebbe un valido strumento di riflessione e di lotta per
tutte le persone impegnate per la democrazia e i diritti)". Aggiungiamo ora
che per gli utenti della rete telematica vi è la possibilità di leggere una
raccolta dei suoi scritti (curata dallo stesso autore) nel libro eletronico
Allonsanfan. Storie di un'altra sinistra. Sempre in rete è possibile
leggere una sua raccolta di traduzioni di lirici greci, ed altri suoi
lavori di analisi (e lotta) politica e culturale, giornalistici e
letterari. Attendiamo ancora che un editore ne faccia un libro -come dire:
cartaceo- che possa raggiungere una concretamente più vasta area di lettori
(i tanti non utenti di internet).
3. Opere su Riccardo Orioles
Due ampi profili di Riccardo Orioles sono in due libri di Nando Dalla
Chiesa, Storie, Einaudi, Torino 1990, e Storie eretiche di cittadini
perbene, Einaudi, Torino 1999.
Riccardo Orioles: L'Esperienza de "I Siciliani"
Parlare d'esperienza ha il tono d'epitaffio, cioè è stata una cosa bella,
simpatica, coraggiosa, che adesso si può mettere tra due fogli d'album e si
conserva. La storia de I Siciliani è una storia segnata da profonde
immaturità e da grandi debolezze perché eravamo pochi, periferici, e ci
siamo trovati d'improvviso in un mare che non era il nostro, con problemi
specifici locali, Catania non è Palermo, da certi punti di vista è peggio,
da altri punti di vista la vicenda è stata come un'esplorazione che vale
per tutti, io credo, e che ha acquisito un salto di qualità in quella che
sono stufo di chiamare "lotta alla mafia", che in effetti è anche lotta per
qualche cosa. E per che cosa? Ecco, la storia de I Siciliani è anche in
questa domanda: qual è l'alternativa, l'obiettivo, storico, non arbitrario,
non derivante dalla fantasia o dagli studi elitari di qualcuno, ma
scaturente dalla struttura della società, qual è questo salto di qualità
che, in qualche modo, può servire da orizzonte? Naturalmente noi non
abbiamo mai teorizzato, il tempo delle teorizzazioni è passato, e abbiamo
cercato di mettere insieme tanti frammenti, tanti pezzetti d'esperienza,
tante ipotesi, verificate o no.
La telefonata è arrivata alle dieci e mezza...
La prima fotografia è quella di una sera come tutte le altre, con Antonio
che ha appena finito il suo pezzo e si alza per andarsene via, con Claudio
che stava dicendo qualche cosa a Gariddi, il nostro tipografo, quarant'anni
di lavoro a Milano, è tornato perché vleva fare qualche cosa in Sicilia,
Lillo che, come al solito, stava litigando con l'altro tipografo, Miki
stava facendo ancora un pezzo, il direttore arrivato verso le otto,
contento perché aveva strappato dal sindaco di un paesino un contratto
pubblicitario di 150.000 mila lire, che avrebbero pagato nel giro di un
mese: eravamo felici, perché, facendo i conti, quel mese avremmo avuto
quasi un milione e duecentomila di pubblicità: in quel momento è entrata la
fotografina, che era stata col direttore a fare queste foto pubblicitarie,
io ero scocciato, non ricordo per quale ragione, c'era Antonio sulla porta,
"bé, mi dai un passaggio, bé, ci vediamo domani allora".
La telefonata è arrivata alle dieci e mezza e, in questi casi, credo che la
fisiologia dell'uomo ha le sue salvezze. Alle undici mi trovavo a fare il
mio mestiere di cronista di nera e a rilevare distanze, a ricostruire
traiettorie, a parlare con i testimoni, con i poliziotti; alle undici e un
quarto eravamo all'ospedale, molto calmi, c'erano delle cose da fare. Verso
l'una e mezzo di notte ci siamo ritrovati, senza darci alcuna indicazione,
perché la sede ci faceva paura, a casa di una nostra amica, la signora
Roccuzzo, che ha preparato il tè per tutti, e abbiamo cominciato a
discutere: Lillo Venezia ha detto che bisognava uscire subito, qualcun
altro ha detto "in sede alla redazione domani alle nove e mezzo".
L'indomani trovammo davanti alla sede un gruppo di ragazzi di un paesino in
cui c'era la nostra tipografia, che erano venuti per fare la "diffusione
militante" del giornale. Non sentivo da parecchi anni la parola
"militante", ero venuto a Catania per fare il borghese, non il
rivoluzionario, e alcuni meccanismi mentali si sono messi in moto: fare il
giornale, organizzare la "diffusione militante", mandare subito qualcuno
nelle scuole dove i ragazzi avevano le assemblee in corso.
Un'altra fotografia potrebbe essere la nostra Cettina, che era a capo delle
fotocompositrici, che piangeva e teneva in mano la strisciata delle
fotocomposizioni, e così via. Uscita l'edizione straordinaria ci siamo
trovati in una situazione che avevamo previsto molte volte, contro la quale
nessuno di noi aveva la minima obiezione sul piano dell'analisi, è ovvio,
siamo a Catania, c'è la mafia, la mafia ammazza, può capitare anche a noi,
è nelle regole del gioco. Però una cosa è pensarlo, altra cosa è trovarsi
improvvisamente immersi in una realtà che fa saltare ogni precedente punto
di riferimento, impone per forza, a calci nel sedere, di cominciare a
ragionare in modo radicalmente diverso. Alcune delle scelte fatte allora,
non come scelte del momento, ma come scelte della realtà e come le uniche
cose da fare in quel momento, erano scelte che, viste adesso, a cinque anni
di distanza, hanno del miracoloso e sono come l'eredità che noi lasciamo al
resto del movimento antimafioso. A partire da quel momento la redazione si
riunì ogni giorno, per tre quarti d'ora circa, per le riunioni operative, a
turno qualcuno organizzava la scaletta con i punti da trattare, si davano
gli incarichi, poi si riferiva sugli incarichi del giorno prima, nel modo
più naturale, senza che dovessimo obbligatoriamente schierarci per una
posizione o per un partito.
Da giornale a movimento di massa
Nei primi giorni ci trovavamo totalmente isolati e ci siamo resi conto che
non potevamo fare marcia indietro, che eravamo ormai troppo avanti e che
l'avversario era estremamente potente, quindi dovevamo avere l'obiettivo
immediato di moltiplicarci il più possibile, di esplodere, di non essere
più giornale, ma di diventare, in tempi velocissimi, movimento di massa.
Come fare? Non eravamo politicizzati come gruppo, eravamo un giornale, non
volevamo cadere nell'orbita ideologica di qualcuno, per motivi difensivi,
dovevamo elaborare una "ideologia" con obiettivi strategici intermedi e non
ci aiutavano molto i libri, ma i ragazzini con cui parlavamo nelle
assemblee nelle scuole eccetera. Nel giro di tre-quattro mesi si organizzò
un modo di pensare molto caratteristico, basato sulle riunioni operative e
su piccoli gruppi, non c'erano più di due o tre persone a fare la stessa
cosa, con l'individuazione di una serie di obiettivi che centravano i punti
di maggiore contraddizione di una società mafiosa. Nostri interlocutori
erano i ragazzi delle scuole, che non avevano il problema del posto o del
lavoro, ma intendevano lottare per qualche cosa di più, una realizzazione
della vita, una realizzazione di noi stessi: si trattava di una situazione
emozionalmente molto alta che saltava i passaggi intermedi: il lavoro serve
ad avere una sicurezza, una vita serena, mentre il ragazzino di liceo
percepiva che si poteva essere immediatamente felici, che si poteva cercare
immediatamente la sicurezza, che si potevano cercare subito alcune cose,
non dopo il diploma o dopo il posto di lavoro, che si poteva avere molto
senza il bisogno di chiederlo a nessuno.
Si formò così il movimento per i Centri Giovanili Autogestiti: si trattava
di ragazzi che cercavano di aggregarsi intorno ad attività inventate sul
momento. Grazie al lavoro della sinistra ufficiale non riuscimmo a
conseguire l'obiettivo di occupare alcuni spazi, stabilimenti industriali
abbandonati, perché questi locali erano già nell'ottica di, non vorrei
usare la parola "intrallazzo", di un'operazione in cui doveva entrare
l'Arci, un architetto di sinistra, che non andò mai in porto, ma fu
sufficiente a mobilitare tutti contro il nostro tipo di progetto. Un'altra
situazione contro cui ci trovammo a cozzare fu questa: sì, lottiamo contro
la mafia, ma qui a Catania i mafiosi sono importanti, hanno le fabbriche,
hanno i posti di lavoro in mano, e se acchiappano i mafiosi, che cavolo
facciamo, le fabbriche chiudono e tutti a casa, discorso non di un
professore, ma di una ragazzina, Sabina, figlia di un operaio di questi:
rispondemmo elaborando una proposta alternativa, quella dell'utilizzo
popolare dei beni mafiosi sequestrati, che dovevano essere posti sotto
controllo di un organismo apposito e utilizzati per mantenere ed aumentare
l'occupazione. Questi due obiettivi, centri popolari autogestiti ed
utilizzazione alternativa dei beni mafiosi poi, due o tre anni dopo,
divennero oggetto di conferenze, incontri, dibattiti della sinistra
ufficiale, la FGCI, a fase conclusa, fece un bel documento sui centri
giovanili e il PCI cominciò, timidamente, a parlare di utilizzazione
alternativa, ma nei sei mesi in cui questi obiettivi cominciavano ad
aggregare forze, il ruolo della sinistra organizzata fu di netta e
intransigente opposizione.
Nella nostra storia abbiamo fatto da collettore, da canale catalizzatore,
ma non erano nostre né le idee né la spinta che queste idee riuscivano a
raccogliere: il solo nome de I Siciliani riuscì a coagulare, per un anno e
mezzo circa, una diversa sinistra che si basava sulla grande contraddizione
reale esistente a Catania, tra il potere mafioso e la grande massa di
coloro che da questo potere erano espropriati. L'Associazione dei
Siciliani, sorta parallelamente intorno al giornale, con intenti molto
modesti, di aiutare materialmente la diffusione, si trasformò rapidamente
in un'avanguardia politica che diventò un interlocutore ricercato dai
partiti: ne facevano parte svariate persone, alcuni venivano dagli
autonomi, altri erano liberali, altri comunisti in servizio permanente
effettivo, altri cattolici: nel giro di pochi mesi queste componenti si
erano omogeneizzate su ipotesi concrete, non tanto per la forza della
nostra proposta, quanto per la debolezza delle proposte di partiti
ufficiali.
Ripensando a quegli anni ho una grande rabbia e un grande rimpianto: la
rabbia è quella che, con il senno di poi, mi ispira la condotta della
sinistra ufficiale, quasi mai d'appoggio, qualche volta di sabotaggio, in
ogni caso d'incomprensione totale; gli intellettuali che si raccolsero
intorno all'ipotesi ebbero due tipi di comportamento, alcuni rimasero sino
alla fine insieme a noi, quelli di sinistra, che non avevano mai fatto
politica attiva eccetera, altri invece, alla prima possibilità,
utilizzarono il peso nuovo acquisito individualmente, per precipitarsi in
quella o questa soluzione di partito, molti in buona fede, ma con il
risultato di bloccare lo sviluppo di un movimento a Catania, senza che
nessuno peraltro riuscisse poi a spostare alcunché all'interno del palazzo
in cui era entrato con il famoso obiettivo di "cambiare dall'interno".
Dal Giornale del Sud a I Siciliani
Sotto l'aspetto professionale I Siciliani erano già qualcosa di
estremamente anomalo: il gruppo giornalistico nasce intorno al 1980, come
gruppo dei cronisti del Giornale del Sud, con la precisa caratteristica
dell'estrema libertà d'iniziativa: non eravamo molto ortodossi come
giornalisti, eravamo molto liberi nell'espressione, dopo una serie
d'inchieste sulle carceri passammo per il "giornale della malavita", ed
eravamo disponibilissimi a valerci delle fonti più svariate, per ultime
quelle ufficiali; peraltro invece le esigenze del direttore erano
ferocissime, l'orario di lavoro, teoricamente sei-sette ore, era
assolutamente libero, ma per acquisire il fondamentale diritto di andare la
notte in pizzeria, bisognava non andare via dal giornale prima delle due di
notte.
Il giornale avversario era La Sicilia, il giornale dei cattivi, noi eravamo
i buoni e non potevamo permetterci la minima svista, bisognava spesso
creare la notizia, o far diventare notizia il crollo di un cornicione, via
Palermo 234, il direttore ci tirò fuori due pagine e mezzo bellissime
perché la signora cui era caduto addosso il cornicione era la moglie di una
guardia notturna, licenziata due giorni prima per intrallazzi nella sua
ditta, a pianoterra abitava un ragazzino arrestato due giorni prima per un
furto, a sua volta "sciarriato" con il cognato per una storia di
giornaletti pornografici rubati, insomma siamo stati su questa storia per
quindici giorni scrivendo cose molto belle. Fummo licenziati tutti quando
il direttore cominciò a fare campagna contro la base di Comiso ed io contro
Ferlito; a I Siciliani fu più dura, perché non avevamo una struttura
organizzativa alle spalle, si andava col biglietto d'andata per fare
un'intervista, non si parlava d'alberghi o rimborsi, e tuttavia c'era
questa forma di autodisciplina che ci spingeva a cercare e scrivere una
cosa che nessun altro al mondo aveva.
Non ci sentivamo, a partire dal direttore, dei grandi giornalisti, e forse
non ci sentivamo neanche dei giornalisti, ci sentivamo dei portavoce, gente
che facesse un lavoro, diciamo per conto di qualcun altro: a questo buon
mestiere ci siamo aggrappati soprattutto dopo il 5 gennaio 1984, lasciando
entrare in dialettica, a nostra insaputa, due cose differenti, da un lato
un livello molto alto di efficienza tecnica, le notizie erano buone e non
sono mai state smentite, dall'altro la necessità pressante di uscire dal
ghetto, di essere punto di riferimento. Su questo abbiamo commesso infiniti
errori, perlopiù di timidezza, nella campagna per la legge La Torre o nella
vicenda de I Siciliani giovani, nato con un'assemblea di venti ragazzi, che
alla seconda assemblea erano diventati una sessantina e successivamente
riuscì a coinvolgere 320 ragazzi. Eravamo molto forti su alcuni terreni,
molto meno su altri, sul piano politico avevamo molta spinta, ma poca
consapevolezza, e avevamo una fiducia smisurata nei cosiddetti
intellettuali della sinistra catanese, nel PCI, nei sindacati, nella Lega
delle cooperative: non erano l'ideale, ma altra cosa dalla Democrazia
Cristiana, vuoi mettere? e tuttavia le delusioni erano frequenti. Questa
situazione è durata per quattro anni, sino a quando non ci siamo trovati
davanti a una scelta: o arroccarci nel mensile, che andava bene, oppure
giocare la carta del settimanale popolare, dove tutti potessero scrivere:
abbiamo fatto tardi questa scelta, quando eravamo ridotti in pochi, isolati
dalle forze politiche ufficiali. Era un brutto giornale sotto molti
aspetti, fatto con mezzi deboli e in fretta.
Il nostro contributo
Per quanto riguarda la lotta alla mafia abbiamo portato, la realtà ci ha
portato dei contenuti specifici, come nel caso dei "cavalieri di Catania":
da quando I Siciliani hanno cominciato a lottare, Rendo non è stato più il
grande industriale progressista, la gente non ci crede più. C'era a
Catania, non solo nel PCI, questa solida convinzione: Catania è una città
miserabile, africana, messicana, brasiliana, con i contadini col forcone,
con Brancati, le donne vestite di nero, e quindi, giustamente, ci vuole la
rivoluzione industriale, la borghesia moderna, ci vuole Rendo, non per un
fatto di corruzione, ma per l'incapacità di elaborare un'analisi specifica
sulla Sicilia, e così la maggior parte dei giornalisti del giornale di
Rendo è iscritta al PCI. I "cavalieri" rappresentano una forma di potere
mafioso, secondo me "ultima": la tipologia dei "cavalieri" catanesi, il
tipo di potere, il tipo di rapporto mafia-politica si è sviluppato più
tardi e più lentamente che a Palermo, in una situazione più moderna, più
metropolitana: Rendo è meno classico, meno radicato, ma molto più grosso di
un Cassina, per esempio, opera con tipologie differenti.
Un secondo contributo è stato quello del rapporto tra mafia e poteri
occulti, per esempio la massoneria, non privo di connessioni con il primo.
Un terzo contributo, troncato dalla chiusura del giornale, è quello del
rapporto "nuovo" tra mafia e politica: il rapporto tradizionale era di
corruzione, nel senso che era il mafioso a corrompere il politico, il
rapporto nuovo può essere inteso in senso opposto, cioè lo stato corrompe
la mafia, ossia lo stato ha i suoi interessi specifici, ad esempio
l'intervento in un determinato scacchiere politico, tramite la fornitura di
armi, e si serve di strumenti adatti, tra i quali può esserci qualche
gruppo mafioso, collegato con l'imprenditorialità, cosicché il rapporto tra
mafia e politica, le contraddizioni che ne conseguono, si spostano a
livelli più alti, per cui, mentre ieri potevamo dire che il potere mafioso
è Lima e che Andreotti è mafioso in quanto protettore di Lima, oggi
possiamo dire che il politico mafioso è Andreotti e che Lima è mafioso in
quanto dipendente da Andreotti: diciamo che la mafia non è più un fatto
parassitario dentro lo stato, ma tende a inserirsi nel centro dello stato
e, in taluni aspetti, a coincidere, quasi meccanicamente, con esso.
Com'è andata a finire
Come in tutte le storie, diciamo pure come va a finire: I Siciliani non
escono più da un anno e mezzo: è in corso una trattativa con la Lega delle
cooperative per fare un consorzio e rilanciare il giornale: alla fine il
consorzio è stato fatto, ma con i "cavalieri" e non con noi e per tutte
altre storie, per cui proprio in questi giorni è partita una lettera di
denuncia di questa trattativa; nel frattempo a Catania il giornale
padronale, La Sicilia, ha cambiato direttore e ha cambiato il carattere
delle testatine: questo è stato sufficiente a convincere i compagni perbene
che La Sicilia era cambiata; il PCI sta facendo a Catania una buona
campagna elettorale, con una bella lista, e con un programma in cui c'è la
mafia a pagina uno, per dire che i commercianti sono incazzati per via
delle estorsioni, e poi, da pagina 2 a pagina 143 un elenco di belle cose
da fare. E' più o meno la nuova linea politica della Democrazia Cristiana,
che non dice più a Catania che la mafia non esiste, che non bisogna fare
indagini sui "cavalieri", non spara più, il capolista è un signore perbene
che fa parte del consiglio superiore della magistratura, tutto ritorna
normale e si propone un grande patto con dentro il PCI: La Sicilia fa le
lodi dei comunisti, i quali fanno le lodi de La Sicilia, è arrivato il
pluralismo anche nella stampa, perché non c'è più il giornale di Costanzo,
ma anche il settimanale di Rendo, I Siciliani sono spariti, Antonio sta
facendo un articolo per Il Manifesto, e forse glielo pagano, Claudio è
appena tornato dal Sudamerica, dove ha cercato di raccogliere qualche cosa,
Miki neanche questo, io sono qui, Elena ha abbandonato il mestiere e sta
facendo delle supplenze, ogni tanto ci si vede e si chiacchiera: ci siamo
dati appuntamento tra un anno, le idee sono tante e belle, siamo abbastanza
ottimisti, adesso sappiamo come si fa un giornale in Sicilia, cioè
coinvolgendo centinaia di persone che giornalisti non sono, sappiamo che un
giornale in Sicilia non ce lo farà nessuno e che potrà spuntare se un
organismo collettivo, non legato al "palazzo", si porrà quest'obiettivo in
tempi lunghi, lavorando intanto per realizzarlo senza sperare in vie di
mezzo; sappiamo anche che dall'aspetto tecnico si possono fare molte cose e
con pochi soldi attraverso i computers.
Quando abbiamo iniziato I Siciliani ci siamo indebitati per circa 250
milioni, comportandoci da milanesi, rispetto a furbi milanesi che si sono
comportati da catanesi: gli stessi materiali, con la stessa funzionalità,
adeso si potrebbero trovare per 60 milioni. Infne, sul piano
dell'esperienza di mestiere, per una volta voglio ricordare persone di cui
nessuno parla, Miki Gambino, il miglior cronista di nera in Sicilia, il
nostro fotografo, Nuccio Fazio, la fotografina Giusi Spampinato, la nostra
compositrice Cettina, adesso a Milano perché non ha più trovato lavoro,
Mario Sparti, nostro tipografo, il professor D'Urso, il primo in Italia a
intuire il rapporto tra logge massoniche e mafia. Insomma, un'esperienza
come la nostra ha coinvolto tante persone ed ha lasciato in ognuno
qualcosa: io penso che saranno loro a girare la prossima puntata.