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Esempi per una cultura antimafia: Giuseppe Impastato



Vi inviamo un documento da parte del "Centro di ricerca per la pace" di
Viterbo.

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Esempi per una cultura antimafia: Giuseppe Impastato

Presento qui alcuni materiali sulla figura di Giuseppe Impastato,
assassinato dalla mafia nel 1978. E particolarmente un breve profilo
scritto da Umberto Santino nel 1988, un intervento pronunciato dal fratello
Giovanni Impastato nel 1978, una nota bibliografica essenziale.

Peppe Sini
responsabile del "Centro di ricerca per la pace" di Viterbo

Viterbo, 19 luglio 2000

1. Umberto Santino: Un breve profilo di Giuseppe Impastato
Nato a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia
mafiosa (il padre Luigi, inviato al confino durante il periodo fascista,
era grande amico del capomafia Gaetano Badalamenti; il cognato del padre
era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel
1963). Ancora ragazzo, rompe con il padre e avvia un'attività
politico-culturale antimafiosa.
Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di
Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la
costruzione dell'aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili
e dei disoccupati.
Nel 1975 costituisce il gruppo "Musica e cultura", che svolge attività
culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti, ecc.) con i giovani di
Cinisi. Nel 1976 fonda "Radio Aut", radio privata autofinanziata, con cui
denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e
Terrasini, che avevano un ruolo di primo piano nei traffici internazionali
di droga, attraverso il controllo dell'aeroporto. Il programma più seguito
era "Onda pazza", trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e
politici.
Nel 1978 si candida come indipendente nelle liste di Democrazia Proletaria
alle elezioni comunali. Viene assassinato nella notte tra l'8 e il 9 maggio
del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo
posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Gli elettori di
Cinisi votano il suo nome, riuscendo ad eleggerlo al Consiglio comunale.
Stampa, polizia e magistratura, in un primo tempo parlano di atto
terroristico in cui l'attentatore sarebbe rimasto vittima, o di suicidio.
Grazie all'attività del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta
Impastato, che rompono pubblicamente con la parentela mafiosa, dei compagni
di militanza e del Centro siciliano di documentazione di Palermo, che nel
1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato, viene individuata la
matrice mafiosa del delitto e sulla base della documentazione raccolta e
delle denunce presentate viene riaperta l'inchiesta giudiziaria.
Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione organizza la
prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d'Italia, a cui
parteciparono duemila persone provenienti da tutto il paese.
Nel maggio 1984 l'Ufficio Istruzione del Tribunale di Palermo, sulla base
delle indicazioni del Consigliere Istruttore Rocco Chinnici, che aveva
organizzato il primo pool antimafia ed era stato assassinato nel luglio del
1983, emette una sentenza, firmata dal Consigliere Istruttore Antonino
Caponnetto, in cui si riconosce la matrice mafiosa del delitto, attribuito
però ad ignoti.
Il Centro Impastato pubblica nel 1986 la storia di vita della madre di
Giuseppe Impastato, nel volume La mafia in casa mia, ed il dossier
Notissimi ignoti, indicando come mandante del delitto il boss Gaetano
Badalamenti, nel frattempo processato e condannato a 45 anni di reclusione
per traffico di droga dalla Corte di New York, nell'ambito dell'inchiesta
sulla "Pizza Connection". Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia
una comunicazione giudiziaria a Badalamenti.
Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l'archiviazione del
"caso Impastato", ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la
possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile
responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei "corleonesi". Nel maggio
del 1994 il Centro Impastato presenta un'istanza per la riapertura
dell'inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga
interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia
Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.
Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano
un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariiti,
riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il
delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Palazzolo,
che indica in Badalamenti il mandante dell'omicidio, l'inchiesta viene
formalmente riaperta.
Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti,
formalmente incriminato come mandante del delitto. I familairi e il Centro
Impastato si costituiranno parte civile.
[Questo breve profilo di Giuseppe Impastato, scritto da Umberto Santino,
presidente del "Centro siciliano di documentazione" di Palermo (a Giuseppe
Impastato intitolato nel 1980), a vent'anni dall'omicidio ancora impunito,
è disponibile nella rete telematica].

2. Giovanni Impastato: Una scelta contro la mafia
Per dieci lunghi anni mio fratello, fino al giorno della sua morte il 9
maggio 1978, è stato impegnato nella lotta contro la mafia, operando una
rottura culturale all'interno di una famiglia mafiosa come la nostra. Non a
caso, come si legge nei suoi scritti del lontano 1965, lui arriva alla
politica su basi emozionali, a partire da una sua esigenza di reagire ad
una condizione familiare divenuta insostenibile. Fin da allora rifiutava in
maniera categorica la figura del padre come capofamiglia e come mafioso.
Il suo impegno politico e il modo di esprimere qualcosa di diverso dagli
altri, di lottare contro la mafia, colpiva in maniera particolare
l'ambiente mafioso di Cinisi. Proprio per questo motivo mio padre è stato
costretto a tagliarlo fuori dalla famiglia. Non sopportava che il proprio
figlio non la pensasse come lui e che si occupasse direttamente di mafia.
Infatti l'esperienza de "L'idea socialista", un giornale locale uscito nel
1965 che fece molto scalpone in quel periodo, e poi le lotte contadine
cotnro l'esproprio dei terreni per la costruzione della terza pista di
Punta Raisi e l'adesione al Psiup, hanno maturato in Peppino una forte
coscienza politica, che ha fatto di lui un rivoluzionario ed un militante
comunista.
Un prezzo altissimo
Non possiamo però dimenticare il suo profilo umano, la sua sensibilità
straziata appunto da una situazione familaire che spesso lo conduceva alla
solitudine. Il fatto che mio padre tentava in tutti i modi di imporre le
sue scelte e il suo codice comportamentale, non faceva altro che tagliare
ogni suo canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente
ogni possibilità di espansione lineare della sua soggettività: queste sono
parole sue, che sto usando nel tentativo di comprendere meglio la sua
figura umana.
Il suo impegno continua con ritmo veramente incessante, dalla sua militanza
nel Pcd'I (ml) alla campagna elettorale per il Manifesto nel 1972,
successivamente l'adesione a Lotta Continua, e dopo infine la lista di
Democrazia Proletaria nel 1978 che presenta alle elezioni comunali a
Cinisi, dopo un lungo periodo di iniziative culturali, come il "Circolo
Musica e Cultura" e "Radio Aut". La lotta contro la mafia per mio fratello
rappresentava l'affermazione umana e civile non solo di un ideale politico,
di giustizia sociale, ma soprattutto di un nuovo modo di essere e di
vivere; lui ha dimostrato chiaramente che contro la mafia si può lottare
anche se si proviene originariamente da un ambiente e da una famiglia
mafiosa, solo che il prezzo che si paga, a cominciare dall'esistenza
quotidiana, è terribilmente alto.
Noi dopo la sua morte abbiamo dimostrato che si può continuare a lottare,
rifuggendo l'ottica della vendetta personale; la nostra scelta, cioè mia e
di mia madre, è stata una scelta precisa: rompere definitivamente con la
cultura e l'ambiente mafioso, proprio come aveva fatto Peppino.
Ci siamo trovati di fronte a grandi difficoltà, però non ci siamo
scoraggiati e non abbiamo rinunciato alle nostre scelte di impegno e
civiltà, anche se spesso ci siamo trovati soli a condurre la lotta contro
gli assassini di mio fratello e per il cambiamento della nostra società
dominata dalla prepotenza e dalla cultura mafiosa.
Stato e potere mafioso
Quel 9 maggio per noi è stato l'avvio di una profonda riflessione, quel
giorno abbiamo toccato con mano quanto siano stretti i legami fra lo stato
e il potere mafioso: poliziotti e magistrati avevano già liquidato mio
fratello come terrorista e suicida, gli organi di informazione, la stampa
di regime, lo uccisero una seconda volta, e perfino il Pci prendeva le
distanze dall'accaduto.
Se non fosse stato per i compagni di Radio Aut, da cui mio fratello
lanciava le denunce contro il potere politico e mafioso della zona, i
compagni del Centro siciliano di documentazione, che successivamente veniva
intestato a lui, e di Dp, saremmo stati totalmente soli.
Nessuno ha tenuto conto dell'impegno di lotta contro la mafia, delle
precise denunce contro la speculazione edilizia e il saccheggio del
territorio, dei nomi dei mafiosi che mio fratello accusava pubblicamente.
Pensate con quale stato d'animo ci siamo trovati di fronte a situazioni del
genere, però ci siamo battuti, grazie all'aiuto di questi compagni, per
respingere l'ignobile montatura che infangava non solo l'immagine di un
compagno che aveva sofferto e lottato all'interno di una famiglia come la
nostra, e che aveva dedicato tutta la vita ad un impegno umano e civile
come la lotta contro la mafia, ma colpiva anche un movimento che si
opponeva alla cultura, alla sopraffazione del potere mafioso e
democristiano in Sicilia.
Gli ignoti sono notissimi
Dopo dieci anni ancora gli assassini di Peppino non sono sotto processo.
L'inchiesta prima ha subito depistaggi e ritardi, dopo nove mesi è stata
formalizzata per omicidio contro ignoti, è stata chiusa in maniera
insoddisfacente dopo l'assassinio di Rocco Chinnici, per poi essere
riaperta dal giudice Giovanni Falcone in base a nuovi elementi che il
Centro Impastato ha fornito con il dossier "Notissimi Ignoti" e con la
pubblicaizone dell'intervista di Anna Puglisi e Umberto Santino a mia madre.
In pratica, fra ritardi, chiusure e riaperture, dopo dieci anni non si è
arrivati a nulla di concreto. Ciò non ha fatto altro che scoraggiare chi si
è veramente impegnato, chi ha rischiato la vita per dare un contributo
umano e civile, per aiutare i giudici, per portare avanti una battaglia di
democrazia e di giustizia. Oggi, dopo dieci anni, possiamo dire con forza
che abbiamo fatto tutto il possibile, che abbiamo accusato con nome e
cognome i mandanti e gli esecutori materiali di questo delitto. La nostra
parte l'abbiamo fatta fino in fondo.
Ci siamo esposti in prima persona, battendoci in pochi e da soli, ma
abbiamo cercato di sviluppare una serie di iniziative per dare dimensioni
di massa a una battaglia che, se non coinvolge molti, può essere solo
perdente. Le mobilitazioni che si sono svolte a Cinisi subito dopo
l'assassinio di mio fratello hanno contribuito moltissimo a costruire un
movimento che ha avuto il massimo punto di espressione nella manifestazione
nazionale contro la mafia che si è svolta a Cinisi il 9 maggio 1979, nel
primo anniversario dell'assassinio di mio fratello.
Il mio impegno politico e la mia presenza alle elezioni nelle liste di Dp
hanno dimostrato con chiarezza che si voleva non solo andare avanti, ma
dare un segno a questa lotta, cercare in tutti i modi di politicizzare
questo impegno.
Non abbiamo conseguito grandi risultati a livello elettorale, ma credo che
questo contributo sia stato utile e sia servito ad esprimere che la lotta
cotnro la mafia va fatta in maniera diversa da come molti la intendono.
La mafia come classe dominante
Il Centro sciiliano di documentazione dopo la morte di Peppino ha
pubblicato due bollettini: "10 anni di lotta contro la mafia" e
"Accumulazione e cultura mafiose", con cui avviava un'analisi della mafia
nella nostra società, individuando in essa una parte delle classi dominanti
e nel legame con i gruppi politici dirigenti, e soprattutto con quello
democristiano, la vera forza della mafia.
Oggi a dieci anni di distanza c'è da chiedersi quanta strada si è fatta
nell'analisi della mafia e nella lotta alla mafia, e questa giornata serve
proprio a tracciare un bilancio. Ci sono stati indubbiamente fatti positivi
dopo l'ondata dei grandi delitti, come la legge antimafia e i processi che
non si chiudono più con le assoluzioni. A livello politico sono stati
colpiti alcuni personaggi, però altri sono ancora intoccabili. Ma si deve
dire che c'è un'attenzione e un impegno solo dopo i "delitti eccellenti",
come se la mafia non esistessa fra un delitto eccellente e l'altro.
Io posso dire, per quanto riguarda la situazione locale, che qui a Cinisi
non c'è una situazione esaltante. I compagni di mio fratello, alcuni sono
emigrati, altri non ce l'hanno fatta più, ed è comprensibile che stare a
Cinisi e lottare a Cinisi non è facile, anche se Badalamenti adesso è in
carcere negli Stati Uniti, ed altri mafiosi sono sotto accusa.
Una scelta irreversibile
L'uccisione di mio fratello ha pesato e continua a pesare. Ma io ritengo
che certe scelte sono irreversibili. Non si può tornare indietro, anche se
la stanchezza e lo scoraggiamento sono fortissimi. Bisogna ritrovare una
capacità di mettesi assieme, di lavorare insieme, e il Centro Impastato in
questi anni è stato una possibilità concreta per un impegno che altrimenti
sarebbe rimasto isolato.
Anche se non mi faccio molte illusioni, mi auguro che qui a Cinisi si possa
riprendere un lavoro comune che utilizzi il patrimonio prezioso di idee e
di coraggio che mio fratello ci ha lasciato.
[Questo intervento del fratello di Giuseppe Impastato è pubblicato negli
atti della "giornata di bilancio e di riflessione" organizzata dal Centro
Impastato e svoltasi a Cinisi l'8 maggio 1988: e precisamente alle pp.
11-15 del volume a cura di Umberto Santino, L'antimafia difficile, csd
quaderni/1, Palermo 1989].

3. Una bibliografia essenziale
Fondamentale è la biografia scritta da Salvo Vitale, Nel cuore dei coralli.
Peppino Impastato, una vita contro la mafia, Rubbettino, Soveria Mannelli
1995 (con un'introduzione di Giuseppe Casarrubea ed una poesia di Umberto
Santino).
Di grande importanza è anche: Felicia Bartolotta Impastato, La mafia in
casa mia, La Luna, Palermo 1987 (seconda edizione), intervista a cura di
Anna Puglisi e Umberto Santino alla madre ed al fratello di Giuseppe
Impastato.
Un capitolo dedicato alla vicenda di Giuseppe Impastato è in Claudio Fava,
Cinque delitti imperfetti, Mondadori, Milano 1994.
Gli atti della "giornata di bilancio e di riflessione" organizzata dal
Centro Impastato e svoltasi a Cinisi l'8 maggio 1988 nel decimo
anniversario dell'assassinio, sono stati raccolti nel volume di AA. VV.
(Giovanni Impastato, Umberto Santino, Giorgio Chinnici, Franco Cazzola,
Giovanni La Fiura, Graziella Priulla, Amelia Crisantino, Salvo Vitale,
Antonia Cascio, Francesco M. Stabile, Giuseppe Cipolla, Riccardo Orioles,
Franco Zecchin, Augusto Cavadi, Nino Rocca), a cura di Umberto Santino,
L'antimafia difficile, csd quaderni/1, Palermo 1989.
Cfr. anche le seguenti pubblicazioni del Centro Impastato:
- Dieci anni di lotta contro la mafia, Palermo 1978;
- Accumulazione e cultura mafiose, Palermo 1979;
- Salvo Vitale, Felicia Vitale Impastato (a cura di), Notissimi Ignoti.
Atti relativi all'assassinio di Giuseppe Impastato, Palermo 1986;
- Umberto Santino (a cura di), L'assassinio e il depistaggio. Atti relativi
all'omicidio di Giuseppe Impastato, Palermo 1998.
Ma cfr. anche altre ottime pubblicazioni del Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato"; per contatti: Centro siciliano di
documentazione "Giuseppe Impastato", via Villa Sperlinga 15, 90144 Palermo,
tel. 091/6259789, fax 091/348997, e-mail: csdgi@tin.it
Umberto Santino ovviamente è tornato sulla figura, la riflessione,
l'azione, la vita e la morte di Giuseppe Impastato nella sua recente Storia
del movimento antimafia, Editori Riuniti, Roma 2000.