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dopo seattle la riscopeta della politica
dal manifesto di martedi 28 dicembre 1999
L'OPINIONE
Dopo Seattle, la riscoperta della politica
ANGELO d'ORSI *
C on un po' di enfasi, davanti agli avvenimenti americani - si potrebbe
dire: "prima" e "dopo"Seattle. Ossia, prima di Seattle, la "grande
politica" si consuma sostanzialmente nei Consigli di Amministrazione delle
banche, nei salotti buoni della finanza. Si tratta dell'altra faccia della
politica, resa sovrana dalla parallela abdicazione di coloro che la
politica dovrebbero gestire, le classi politiche, gli
amministratori, i governanti. In fondo anche questo può aver contribuito a
generare nella "gente" la disaffezione dalla politica: ossia la sensazione
che la vera politica si faccia altrove, là dove non si vede. Il divario tra
la politica delle parole (classe politica, parlamenti, governi...) e
politica dei fatti (banchieri,
industriali, mercanti internazionali...) è da tempo evidente. La sensazione
dell'impotenza produce inevitabilmente rassegnazione, rigetto. Ora,
Seattle: abbiamo improvvisamente riscoperto il sapore della politica
autentica, di persone che parlano in nome e per conto di sé stesse, la
politica più efficace perché difende valori condivisi, tanto semplici
quanto essenziali: i valori legati ai bisogni primari, alle
elementari regole della sopravvivenza. Seattle è stata una grande,
vivacissima agorà. Nella festa della politica di Seattle sono saltate le
distinzioni tra coloro che sono o si sentono deputati a parlare di politica
o a decidere di politica, e coloro che non lo sono, non essendo degli
"esperti", dei "tecnici". Davanti alla politica degradata sotto i nostri
occhi, specie in casa nostra, afflitti come siamo dalla
presenza di personaggi che sono ben oltre la soglia dell'oscenità, insomma,
da Seattle ci giunge quello che potrebbe essere considerato un primo
segnale di una controtendenza, in una situazione mondiale che forse non è
esagerato definire pre-catastrofica, in fatto di mancanza di sicurezza
collettiva. I manifestanti di Seattle ci cantano uno slogan: la politica è
nostra, è di tutti; ci invitano a combattere
l'assenteismo troppo a lungo protrattosi, a ritornare in piazza - l'agorà
di Pericle - e a scacciare il triste individualismo di chi si chiude,
fisicamente e metaforicamente negli spazi privati della
famiglia,dell'azienda, dell'ufficio, del divertimento. Naturalmente, se non
bisogna lasciare la politica nelle mani
dei "gnomi della finanza", nemmeno bisogna abbandonarla nelle mani dei
governanti: certo, il politico di professione è figura essenziale, a mio
giudizio, nell'età del moderno. Nondimeno, la conoscenza dei fatti e dei
meccanismi dell'agire politico, che si nutrono innanzi tutto di storia; la
cultura politica, che si fonda sul continuo ritorno ai classici del
pensiero;la partecipazione diretta in ogni istanza, alle decisioni
comuni... tutto questo insieme che siamo usi chiamare politica, si
configura come qualcosa che è assai più della classica accoppiata che
ripetiamo,
stancamente, come una litania: un diritto e un dovere. La politica è una
necessità che è stata soffocata da una congerie di bisogni indotti, o di
falsi bisogni. I gioiosi manifestanti di Seattle sembra che ci dicano: è
tempo di riportare alla luce quella necessità e darla libero sfogo. Ma
quale politica?
La politica dei piccoli gruppi, la politica delle istanze di base, dei
bisogni spontanei. La politica forse può rinascere dalle sue ceneri nelle
realtà locali, secondo quello che ancora una volta il solito Tocqueville
aveva teorizzato. Ma senza ridurla alla mera gestione amministrativa della
pulizia dei marciapiedi, o dei cassonetti dell'immondizia o dei semafori
all'incrocio. Anche quelli sono bisogni
elementari, ma Seattle ci ha mostrato che esistono problemi assai concreti,
che premono sulla quotidianità di ciascuno di noi come i semafori o i
cassonetti dell'immondizia, ma concernono l'intera umanità. La quale può
essere salvata (ammesso che possa esserlo) non certo dai banchieri né dai
"potenti", ma piuttosto dai cittadini, i quali difendendo ciascuno il suo
interesse personale e il suo diritto irrinunciabile (salute, aria, acqua,
verde, ma anche cultura, divertimento...) difendono l'interesse di tutti,
dell'intera specie, dello stesso globo terrestre. Oggi la classe generale,
nel senso in cui Marx chiama il proletariato, oggi quella classe generale
siamo forse tutti noi: che assistiamo impotenti alla trasformazione delle
città in enormi e velenose autorimesse all'aperto, e che subiamo per di più
l'onta di amministratori la cui preoccupazione fondamentale, al di là della
conservazione dei posti di comando, sembra essere quella di abbellire le
facciate di una casa che crolla. Non si creda che per questo tipo di
politica le ideologie non servano. Servono grandi convinzioni, forza
morale, voglia di trasformare il mondo: e che cos'è un'ideologia se non
precisamente tutto questo? Serve la capacità di collocare il proprio
problema nel contesto dei problemi del globo. Globalizzare la politica per
rispondere alla globalizzazione dell'economia. Bisogna avere consapevolezza
per agire, e non scoraggiarsi. Ciascuno nella sua realtà può incominciare a
portare il suo mattoncino per riedificare la casa comune: la casa
della Politica. Seattle ci dice: è difficile, ma è possibile. Soprattutto,
è necessario. E se ci provassimo?
* professore di Storia del pensiero politico contemporaneo nell'Università
di Torino