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tempo di vita nuovo sogno americano
da il manifesto - le monde diplomatique novembre 1999
i lavoratori usa ben LONTANI DALLE 35 ORE
Tempo di vita, nuovo sogno americano
L'approvazione, in Francia, della legge sulle
35 ore non impedirà necessariamente al
lavoro di invadere territori che un tempo gli
erano preclusi. E' negli Stati uniti che questo
attentato allo spazio privato, richiesto dalla
concorrenza e permesso dalle nuove
tecnologie, si sta affermando in maniera più
rilevante. I casi di "stress" da lavoro
preoccupano ormai i grandi giornali finanziari
statunitensi. Una realtà che cozza con la
versione fornita attualmente dalla grande
stampa, secondo cui negli Stati uniti c'è una
tale richiesta di manodopera che i lavoratori
potrebbero imporre le loro condizioni ai datori
di lavoro. D'altronde la repressione che
colpisce i sindacati rimane un fattore assai
dissuasivo.
di Mark Hunter*
Anche se oltre-Atlantico si sta formando una
nuova classe di miliardari, costituita da tutti
quei privilegiati che hanno saputo sfruttare il
boom di Internet e delle sue stock options, la
tendenza generale dell'ultimo decennio
rimane comunque invariata: il padronato
americano ha ormai provveduto a sostituire
l'esercito di disoccupati descritto da Karl Marx
con un esercito di sovra-occupati, vittime di
un conflitto permanente tra i vincoli del
mercato e la loro vita privata.
L'economista Juliet Schor ritiene che, grazie
anche al calo del potere reale d'acquisto dei
salari, "per mantenere il livello di vita che
avevano nel 1973, (gli americani) devono
lavorare 245 ore (o sei settimane) in più ogni
anno (1)". Anche se i dati delle varie ricerche
non sono sempre coincidenti, la tendenza
resta comunque indiscutibile: negli Stati uniti
l'orario di lavoro continua ad aumentare ed è
passato, a quanto si legge nel recentissimo
rapporto dell'Organizzazione internazionale
del lavoro (Oil), dalle 1.883 ore annue del
1980 alle 1.966 del 1997 (2). Nello stesso
periodo, tale durata è calata in tutti i paesi
sviluppati, ad eccezione della Svezia,
passando, ad esempio, da 1.809 a 1.656 ore
in Francia, da 2.121 a 1.889 ore in Giappone,
da 1.512 a 1.399 ore in Norvegia.
Tra gli americani sposati con figli minori di 18
anni, l'orario di lavoro raggiunge quasi le 51
ore settimanali; mentre tra le donne, nelle
stesse condizioni, si attesta intorno alle 41,4
ore.
Secondo gli studi condotti dal Families and
Work Institute di New York, uno sviluppo
simile rappresenta, rispetto al 1977, un
incremento di 2,8 ore settimanali di lavoro
per gli uomini e 5 ore per le donne (3). Si
capisce bene perché la percentuale degli
americani che vorrebbero lavorare meno sia
passata, dal 1992 ad oggi, dal 47% al 64%.
Ma perché, allora, lavorano di più? Il 20 %
sostiene che l'azienda non gli lascia altra
scelta, mentre il 46 % afferma di farlo per
coprire le spese. Come ricorda Juliet Schor nel
libro già menzionato, "dopo la recessione dei
primi anni 80, molte aziende hanno preferito,
piuttosto che procedere a nuove assunzioni,
predisporre un maggior numero di ore
supplementari di lavoro". Un lavoratore su
cinque confessa di essere costretto a fare gli
straordinari, senza preavviso, ogni
settimana; uno su due si ritrova nella stessa
situazione ogni mese (4). Una tendenza che
non risparmia neanche i quadri: tre dirigenti
svolgono oggi le stesse funzioni per cui,
all'inizio degli anni 80, ne servivano cinque. A
che prezzo? Fino a settanta ore di lavoro
settimanali. Ormai la vita attiva comincia
prima. E finisce dopo. Tra gli adolescenti,
sono talmente tanti quelli che, per un lavoro
remunerato, hanno ridotto il numero di ore
che dedicavano ai pasti, al sonno o ai doveri
scolastici, che il National Research Council
chiede a gran voce una regolamentazione più
severa del lavoro giovanile. Quanto ai
lavoratori con più di 55 anni, il loro numero è
destinato ad aumentare di sei milioni di unità
da qui al 2006 (5).
L'incubo della precarietà Poiché il numero di
ore di una giornata non è estensibile, il
diritto al lavoro si afferma a scapito del
tempo libero e delle relazioni sociali. Diverse
indicazioni soggettive sondaggi che rivelano
l'impressione diffusa di un degrado sia della
qualità che della quantità delle
conversazioni, la sempre maggiore diffusione
del fast food, l'ossessione del "quality time"
(tempo di qualità, definizione usata per
designare i momenti dedicati ai propri cari)
contribuiscono a tracciare il quadro di una
società carente di rapporti umani. E la
percentuale di americani che si dichiarano
"molto soddisfatti" della loro vita familiare un
tema per cui l'ottimismo degli intervistati è
quasi d'obbligo è calato, dal 1977, dal 55% al
39% (6). La frontiera tra casa e lavoro si fa
sempre più labile. A conclusione di diverse
centinaia di interviste sul tema, la specialista
di marketing Judith Langer ha rilevato: "E'
impressione generale che gli obblighi legati
al lavoro come la lettura di riviste di settore,
le ricerche sulle ultime scoperte nel proprio
campo, l'e-mail e il telefono abbiano invaso
le altre sfere della vita personale". La
diffusione del personal computer, presente
nella metà delle case americane, ha facilitato
questo sconfinamento aggressivo del
professionale nel privato, dell'ufficio nella
casa. Come ha anche osservato un lettore di
Modern Maturity, "lavoriamo sempre di più
per poterci comprare dei gingilli tecnologici
che, in realtà, non sono altro che strumenti di
lavoro mitizzati. E abbiamo bisogno di questi
strumenti per guadagnare il denaro
necessario per comprarli Siamo stati presi in
trappola (7)".
Il desiderio di sfuggire alle incognite della
vita privata, in un'epoca caratterizzata
dall'instabilità dei rapporti coniugali, o di
approfittare delle occasioni d'arricchimento
offerte da un'economia in pieno sviluppo,
potrebbero anch'esse avere un certo ruolo.
Cercando di capire perché alcuni lavoratori
non hanno usufruito dei giorni di congedo
parentale di cui pure avevano diritto, la
sociologa Arlie Hochschild ha concluso che "il
lavoro è diventato una specie di casa, e la
casa un lavoro". Secondo lei, numerosi
impiegati ritengono ormai il loro ufficio "un
ambiente sociale più valorizzante e caloroso"
di quello delle loro case, "dove, a livello
emotivo, sono sottoposti a richieste sempre
più sconcertanti e complesse (8)". E i media
sembrano dare ragione a quel 91% di
salariati che si dichiara molto o abbastanza
soddisfatto della propria occupazione: i serial
televisivi mostrano infatti uffici in cui
l'amicizia o gli incontri romantici prevalgono
sul lavoro. Rovesciando un paradigma
divenuto ormai consueto, una delle
idee-cardine della "contro-cultura" degli anni
'60 il lavoro come auto-affermazione ha finito
per favorire l'identificazione del lavoratore
con gli interessi dell'azienda.
Tuttavia, la maggior parte delle famiglie
subisce le conseguenze dell'aumento
dell'orario di lavoro. Se vent'anni fa i conflitti
coniugali erano provocati per lo più da
questioni di denaro, oggi, invece, è la
mancanza di tempo la principale causa delle
difficoltà di coppia (9).
Altro cambiamento significativo: se lo
"stress" metafora usata per descrivere alcune
delle conseguenze negative del lavoro veniva
un tempo considerato un male che colpiva
principalmente gli uomini (10), il "dilemma
vita-lavoro" (secondo la sua nuova
formulazione) costituisce ormai un problema
coniugale, con cui ognuno dei due coniugi si
deve confrontare. Un sito web
(www.Babycenter.com) ha pubblicato un
sondaggio condotto tra circa 2.000 donne
incinte, cui è stato chiesto se sarebbero
tornate al lavoro subito dopo la nascita dei
loro figli (negli Stati uniti non esistono i
congedi per maternità). Due su tre hanno
risposto in maniera affermativa. Ma, tra loro,
quelle che definivano questa decisione
"lancinante" erano il doppio di quelle che,
invece, se ne dicevano "soddisfatte". Anche
gli uomini si lamentano del restringimento
dei loro spazi privati. Negli anni 70-80,
l'arrivo delle donne sul mercato del lavoro con
cui queste ultime cercavano, bene o male, di
rimediare alla perdita del potere d'acquisto
degli stipendi dei mariti non ha fatto altro
che aggiungere alle loro abituali mansioni
domestiche (cucina, pulizie, cura dei bambini)
gli oneri legati al lavoro salariato (11). In
questo campo, però, c'è stata una rivoluzione
dopo gli anni 80. Gli uomini, che un tempo
badavano ben poco alle mansioni
"casalinghe" e familiari, vi dedicano ormai
quattro ore e mezzo nei giorni lavorativi e
undici ore e mezzo nei week-end. Sono
sempre due ore in meno rispetto alle donne,
ma sono già due ore in più rispetto al
passato.
Nella nuova società americana a due velocità,
i bordi opposti della frattura sociale non sono
più definiti soltanto, come una volta,
dall'accesso ai redditi da lavoro e al
consumo, ma anche dal grado di controllo che
ognuno può esercitare sulla gestione del
proprio tempo. Oltre ai ricchi facoltosi
impegnati in occupazioni tanto remunerative
quanto spossanti, la nuova classe di
privilegiati è infatti composta anche da
coppie sposate in cui entrambi i coniugi
lavorano e riescono allo stesso tempo ad
ottenere una certa flessibilità in materia di
condizioni di lavoro. La fondazione
femminista Catalyst di New York definisce
questa élite di "fedeli e soddisfatti" che
costituirebbero circa il 20% del totale delle
coppie sposate così: sono molto soddisfatti
del loro lavoro; consigliano la loro azienda ai
loro conoscenti; si impegnano nel lavoro più
di quanto viene loro richiesto; hanno ricevuto
promozioni o ricompense legate alle loro
prestazioni; contano di restare nella stessa
azienda ancora a lungo. Ma ciò che li
interessa di più è avere un reale controllo
delle loro carriere e del loro tempo. Oltre ai
loro salari (che devono essere alti), vogliono
che i loro superiori soddisfino le loro richieste
e forniscano loro la possibilità di lavorare in
maniera autonoma (72%), desiderano
definire loro stessi i criteri di produttività
(67%) e la gestione del loro orario di lavoro
(58%). Sono poi particolarmente esigenti in
materia di congedi parentali, di lavoro a
domicilio e di rimborso spese per la custodia
dei figli. Insomma, più è elevato lo statuto
del lavoratore all'interno dell'impresa, più
quest'ultimo può rivendicare il diritto ad
avere una sua vita privata, diritto che per
molti altri rimane invece puramente teorico
(12). E, poiché questi "fedeli e soddisfatti"
hanno spesso qualifiche professionali che li
rendono difficilmente sostituibili, le loro
richieste hanno ottime chance di essere
esaudite. Inoltre, dato che spesso entrambi
percepiscono un buon salario, non è per loro
neanche troppo rischioso mostrarsi esigenti
con uno dei loro datori di lavoro. Nonostante
il calo della disoccupazione, buona parte
degli americani teme ancora in effetti i rischi
della precarietà del lavoro. La percentuale di
lavoratori rimasti nella stessa azienda per
almeno dieci anni un buon metro per misurare
il grado di sicurezza degli impieghi è calato
dal 41% del 1979 al 35,4% del 1996 (13).
Circa due lavoratori su cinque ritengono che,
se licenziati, non potrebbero ritrovare
facilmente un'occupazione con la stessa
remunerazione e le stesse garanzie sociali di
quella precedente. Sono forse troppo
pessimisti? Nel 1993, il ministero del lavoro
considerava che, tra coloro che avevano perso
il lavoro e beneficiato di un periodo di
formazione finanziato dallo stato, solo il 20%
era poi riuscito a trovare un impiego con un
salario che fosse almeno l'80% di quello
precedente. Il numero di licenziamenti negli
Stati uniti continua a battere tutti i record, a
causa delle continue fusioni e ristrutturazioni
industriali, spesso determinate dal desiderio
di "creare valore" per gli azionisti.
Ma gli utili di Wall Street sono mal ripartiti:
se la famiglia media ha dovuto aspettare il
1998 per ritrovare il livello di vita che aveva
nel 1989, il 10% delle famiglie più ricche, dal
canto suo, si è accaparrato l'85,8% degli
enormi profitti di borsa (l'indice Dow Jones è
passato dal valore 3.000 dell'aprile 1991 a
11.000 nel maggio 1999).
Milioni d'americani, spesso benestanti,
cominciano a preferire una vita non
interamente dedicata al lavoro. Per il
momento, la maggior parte dei loro
concittadini è ben lontana dal condividere i
frutti della loro vittoria.
note:
(1) Si legga Juliet Schor, The Overworked
American: The Unexpected Decline of Leisure,
Basic Books, New York, 1992, pp.
79-82.
(2) International labour organization, Key
indicators of the Labor market, 1999, Ginevra,
1999, p. 166.
(3) James T. Bond e altri, The 1997 Study of the
Changing Workforce. New York: Families and
Work Institute, 1998, p. 8.
(4) Ibidem, p. 74.
(5) Bureau of Labor Statistics, "Civilian labor
force participation rates by sex, age, race and
hispanic origin, 1976, 1986, 1996, and projected
2006", Monthly Labor Review, Washington,
novembre 1997, tabella 4, p. 28.
(6) The 1997 Study of the Changing Workforce,
op.cit., p. 60.
(7) Frank Hopkins, Posta dei lettori, Modern
Maturity, settembre- ottobre 1999, p. 8.
(8) Arlie Hochschild, The Time Bind: When Work
Becomes Home and Home Becomes Work,
Metropolitan Books, New York, 1998.
(9) Nel 56 % dei casi. Si legga, Two Careers, One
Marriage: Making it Work in the Workplace,
Fondazione Catalyst, New York, 1998, p. 23.
(10) Per una punto di vista femminista, si legga
Barbara Ehrenreich, The Hearts of Men: American
Dreams and the Flight from Commitment,
Doubleday, New York, 1983.
(11) Secondo The 1997 Study of the Changing
Workforce, "le madri lavoratrici dedicano alla cura
dei figli, nei giorni lavorativi, lo stesso numero di
ore che vi dedicavano in passato, assumendosi in
più il carico di lavoro fuori casa" (pp. 38-41).
(12) Kirsten S. Wever, The Family and Medical
Leave Act, Radcliffe Public Policy Institute,
Cambridge, 1996.
(13) Lawrence Mishel e altri, The State of
Working America, Cornell University Press,
Ithaca, 1999.
(Traduzione di S.L.)