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ma internet e' davvero in crisi?



da affari e finanza di lunedi 13 novembre 2000
      "E’ solo finita un’illusione sbagliata"
      GIUSEPPE TURANI 

      «Sì, certo, all'inizio c'è stato un grande entusiasmo. E in molti
      hanno pensato che sulla rete, su Internet, chiunque potesse
      fare qualsiasi cosa. Adesso, si è scoperto che non è così. Si è
      scoperto che non esiste un mondo Internet separato dal resto
      del mondo, con regole proprie. Da qui le difficoltà, i fallimenti,
      le delusioni. Ma io rimango ottimista. Internet cresce e crescerà
      ancora di più".
      Gianfilippo Cuneo non è affatto uno dei soliti guru di Internet,
      cresciuti insieme al Web. Prima di scoprire la Rete è stato per
      anni e anni uno dei migliori e più apprezzati consulenti aziendali
      d'Italia.
      Se dire che negli anni Settanta e Ottanta ha riorganizzato
      mezza old economy italiana è forse azzardato, certo ne ha
      messo a posto un bel pezzo. Insomma, Gianfilippo Cuneo è un
      signore che le aziende, quelle vere, fatte di mattoni e di
      macchine, le conosce. Ma è anche un protagonista della new
      economy. E' stato fra i fondatori del Fondo Investitori Associati
      e del Fondo Angelventures (con 200 miliardi da mettere in
      Internet), è uno dei promotori della società Sapient (architetti
      del Web) che proprio in questi giorni ha avviato una
      collaborazione molto importante con la Ferrari nel campo
      dell'assistenza e dei servizi ai clienti di Maranello sparsi in tutto
      il mondo. E è, infine, presidente della Bain, Cuneo e Associati,
      società appunto di consulenza per le aziende.
      Non può negare, Cuneo, che sulla Rete e intorno alla Rete
      circoli un'aria un po' mesta, di delusione. Fallimenti a catena nei
      siti commerciali, difficoltà di vario tipo nel resto. Come mai?
      "Il problema è che quello di Internet è un mondo diverso da
      quello tradizionale. Le due realtà sono intrecciate, ovviamente,
      ma quello della Rete ha certe sue caratteristiche. Nel mondo
      tradizionale il Capo era quello che in azienda ne sapeva più di
      tutti. Nel mondo Internet non è così chiaro: sa chi sa. E poi non
      si sa bene che cosa stia succedendo. In realtà, in Internet si
      continua a surfare su dei trend. Però, si lavora, si cresce, si
      investe".
      Un sacco di gente, però, sta fallendo, va incontro a delusioni
      cocenti. Come mai? Hanno preso l'onda sbagliata?
      "E' certamente così. Vede, molti hanno pensato che Internet
      fosse un business di per sé, che "quello" fosse l'affare. E' un
      errore che capita spesso di commettere. Con l'invenzione dei
      logaritmi, ad esempio, qualcuno deve aver pensato che quello
      era il business, invece il business era la contabilità aziendale.
      Inoltre, aggiunga che su Internet tutto sembra facile,
      facilissimo. E allora in molti hanno pensato che aprire un sito di
      ecommerce o qualcos'altro fosse un'idea, un affare. Ma si è
      capito, si sta capendo, che non è affatto così".
      E perché non è così?
      "Per un certo periodo di tempo si è pensato che Internet fosse
      un mondo a parte, con regole proprie, tutto fatto di nuovi
      protagonisti. Dove chiunque poteva arrivare, mettere su
      qualcosa e diventare miliardario in pochi mesi. Ma, ripeto, non
      è così. La pretesa separatezza del mondo Internet dal mondo
      reale non esiste più. I due mondi sono intrecciati.
      L'ecommerce, ad esempio, è un affare molto intrecciato con la
      old economy. Non tutto si può fare su Internet. I vestiti
      continueremo a comprarli in boutique o dal sarto, i biglietti della
      Scala invece si possono acquistare sulla Rete, come le borse
      di Prada".
      Tutto questo dove ci porta?
      "A capire, sia pure con un certo ritardo, che Internet non è un
      business, ma una tecnologia al servizio del business. E quando
      alcune aziende di old economy capiscono che è ora di passare
      a Internet, allora le cose cambiano: è evidente che vincono loro
      rispetto ai pionieri che insieme a quattro amici hanno provato a
      vendere qualcosa attraverso Internet".
      Però anche le grandi aziende hanno qualche difficoltà.
      "Siamo al passaggio da un sistema a un altro. Prenda il caso di
      una compagnia aerea che voglia vendere i suoi biglietti
      direttamente attraverso Internet. E' evidente che va a scontrarsi
      con tutti i suoi agenti. Agenti che però, oggi, rappresentano il
      100 per cento del suo fatturato. E' evidente, allora, che il
      passaggio su Internet delle compagnie aeree non è tanto
      semplice. Si farà, ma non è automatico. Si sa, ad esempio, di
      una grande multinazionale alimentare che ha provato a vendere
      certi suoi prodotti attraverso la Rete e che poi ha dovuto
      fermarsi per l'opposizione dei supermercati, che, ancora una
      volta, sono il 100 per cento del suo fatturato".
      Delusioni e difficoltà, ma lei rimane ottimista.
      "Assolutamente. Abbiamo moltissimi settori con tali inefficienze
      che saranno obbligati a trasferirsi sulla Rete. Prenda il caso
      delle banche: si sa che fra il 20 e il 30 per cento dei loro clienti
      costa più di quello che rende. Ma se è così, che senso ha
      ricevere questi clienti in costosissime sedi, per farli parlare con
      costosissimi funzionari, diretti da costosissimi direttori di filiale.
      E' ovvio che questa clientela va "spinta" su Internet. L'altro
      giorno io sono andato in banca a fare un assegno circolare: a
      parte il tempo che ho perso, quell'assegno sarà costato alla
      banca fra le 50 e le 100 mila lire, se teniamo conto di tutto. E'
      un'operazione che via Internet poteva essere sbrigata in pochi
      secondi".
      Ma le banche, le aziende, sono davvero così inefficienti?
      "E' il modo tradizionale di lavorare. Se un'azienda facesse
      bene i suoi conti, scoprirebbe che la semplice emissione di un
      ordine (mandateci 1000 penne biro e due rotoli di carta), in
      realtà viene a costare fra le 60 e le 100 mila lire. Perché ci
      vuole un ufficio addetto a emanare gli ordini, con un certo
      numero di persone. Ci vuole qualcuno che controlli questi
      ordini, qualcuno che corregga e aggiorni le varie procedure.
      Tutto questo in Internet e con le tecnologie di oggi
      richiederebbe tempo zero e costi quasi zero".
      Davvero sono possibili risparmi così grandi?
      "Se oggi dovessimo ricostruire da zero una grande azienda, ad
      esempio la Fiat, penso che potremmo farla con il 30 per cento
      delle persone che ci lavorano oggi (ricorrendo al massimo
      outsourcing e a Internet) e con tempi di reazione immediati. Ma
      possiamo fare altri esempi più recenti. A tutti noi sarà capitato
      di chiamare il call center di qualche azienda. Ebbene, un call
      center costa circa tre mila lire al minuto. Quando lei sta
      collegato cinque minuti, per chiarire una certa faccenda,
      quell'azienda ha già speso quindici mila lire e magari si trattava
      di una questione di poche migliaia di lire".
      Cioè?
      "La Rete cambia il modo di lavorare. Quando io ho cominciato
      a lavorare in Italia i tempi di consegna delle acciaierie erano
      approssimati nell'ordine dei mesi. Il materiale arrivava con un
      mese di ritardo o due mesi di anticipo. Era un mondo fatto
      così. Oggi, con la Rete, se le serve qualcosa (acciaio, un tubo,
      un contenitore) lei cerca chi glielo consegna subito".
      Però la grande illusione delle Rete dove tutti potevano fare
      tutto è caduta.
      "Sì. Per anni si è coltivata l'idea che la rete era il luogo dove
      tutti potevano essere liberi, democratici, uguali, ricchissimi. Non
      è esattamente così. La Rete è come il mondo esterno. 

      Ormai c'è tanta di quella gente, di quelle iniziative, siti, ecc., che
      farsi vedere è diventata davvero un'impresa. Bisogna
      appendere i manifesti lungo le strade. E questa è una cosa a
      cui certamente i primi pionieri del Web non avevano pensato".
      Alla luce di tutte queste osservazioni, si comincia a capire
      dove, alla fine, internet metterà le radici?
      "Dappertutto".
      Certo, ma in particolare?
      "Non scherzo. Internet metterà radici ovunque. Ma, in
      particolare in quei settori dove c'è molta inefficienza. Le ho
      citato prima il caso delle banche, ma ce ne sono molti altri. In
      moltissimi casi, i computer e la rete possono fare tutta una
      serie di lavori, con controlli in automatico, che rendono tutto più
      veloce, più semplice e con costi molto bassi. Inoltre, Internet
      avrà certamente un successo in tutti quei casi in cui non ci sono
      cose fisiche da trasportare. Penso, ad esempio, a tutte le
      operazioni di biglietti, turismo, viaggi, operazioni finanziarie. Se
      io ho un conto online posso fare quasi tutto quello che mi serve
      senza mai disturbare un solo impiegato di banca. E così via".
      Poi ci sono cose che sembrano nate per Internet: la musica,
      certi libri, ecc.
      "Certo. Invece di "stampare" i Cd posso diffonderne il
      contenuto attraverso la Rete. Ma anche qui bisogna stare
      attenti perché incontriamo i vincoli della old economy".
      Cioè?
      "All'inizio si era pensato che chiunque potesse aprire un sito
      musicale e metterci sopra le sue canzoni, la sua musica. E che
      quindi chiunque poteva diventare una casa discografica con
      poche centinaia di migliaia di lira di spesa. Ma si è scoperto
      che non è così. Fare l'editore musicale non è solo trovare tre
      amici che suonano e sistemarli in Rete. Bisogna fare il
      talentscouting, scoprire cioè i talenti. Coltivarli, trovare per loro i
      brani giusti, gli arrangiamenti adatti. Poi bisogna lanciarli.
      Investire in pubblicità.
      Insomma, alla fine si scopre che fare musica e farla circolare è
      una cosa che riguarda grandi organizzazioni. A un certo punto,
      queste organizzazioni possono decidere che magari è più
      conveniente non stampare i dischi, saltare i rivenditori, e
      venderla direttamente in Rete. Ma si tratta non di una
      "rivoluzione Internet": saremmo solo di fronte a un modo
      diverso di distribuire un prodotto che c'è già".
      Risulta anche a lei che il popolo di Internet sia un po' deluso di
      questi tempi?
      "La questione è molto controversa. Se andiamo a vedere i siti
      di ecommerce (dove c'è vendita di cose fisiche), ad esempio,
      vediamo che lì il traffico cresce molto lentamente. Al punto che
      possiamo considerare la situazione come stazionaria.
      Invece il numero delle pageview del resto di Internet è in
      crescita. E questo perché la gente sta imparando a usare
      Internet regolarmente. Ormai gli orari dei treni, le previsioni del
      tempo e altre cose si vanno a cercare lì, sul Web, non in altri
      posti".
      Insisto, circola un po' di delusione sulla Rete.
      "E' vero. Ma, ripeto, questo accade solo perché la gente si era
      convinta che la Rete fosse una sorta di mondo nuovo, più
      bello, più democratico e più interessante del mondo reale. Ma
      non è così. Internet è mondo digitale duro probabilmente come
      e più del mondo reale. Basta fare un piccolo calcolo. Se oggi si
      va a vedere, l'80 per cento della capitalizzazione complessiva
      del Nasdaq è fatta da aziende che erano già lì anni fa. Anche
      nel digitale, insomma, le posizioni acquisite contano. E si
      riscopre qui una vecchia verità: andare su Internet costa poche
      decine di migliaia di lire, ma siccome questa stessa cosa
      l'hanno fatta e la stanno facendo milioni di persone, alla fine
      uno è su Internet, ma non lo guarda nessuno. Dice quello che
      vuole, ma è probabile che quasi tutti non si accorgano
      nemmeno che la sta dicendo. Per farsi vedere, sul Web, ci
      vogliono miliardi di pubblicità, anni di insistenza, un brand. Il
      mondo è fatto così e il Web è fatto nello stesso modo".
      Delusione anche sul fronte dei contenuti.
      "Il dibattito sui contenuti di Internet è cessato probabilmente
      per mancanza di contenuti. Non si sapeva più che cosa dire.
      E anche qui scontiamo delle illusioni. Si era pensato,
      immaginato, che Internet potesse produrre chissà quali
      contenuti. I contenuti del Web, invece, sono esattamente quelli
      che vediamo intorno a noi: nei libri, nei giornali, nella tv, nel
      cinema.
      La cosa diversa è che alcuni di questi contenuti sono oggi a
      disposizione di milioni di persone e in modo molto facile.
      Poi cambia il modo di impacchettare questi contenuti. Poiché la
      Rete è molto flessibile, io posso mischiare testi, immagini e
      suoni provenienti anche da fornitori diversi. E, a seconda dei
      casi, può essere importante chi ha i contenuti, ma anche chi fa
      il packaging o chi trasporta il tutto (ad esempio con fibra ottica).
      Non vedo però grandi rivoluzioni nei contenuti. I contenuti,
      ripeto, sono quelli che vediamo intorno a noi. Internet è solo un
      mezzo che consente di offrirli al pubblico in modo diverso (con
      i telefonini Umts magari anche mentre uno cammina per strada
      o è al bar)".
      Però, alla fine, Cuneo è ottimista.
      "Sì, molto. Anche perché comincia a arrivare la banda larga. E
      allora Internet sarà una cosa diversa. La qualità sarà
      sostanzialmente quella televisiva, e questo cambierà tutto.
      Oggi, se voglio vedere un albergo in Birmania devo stare
      davanti al pc per minuti e minuti e alla fine magari riesco a
      scaricare solo una fotografia molto scadente. Con la banda
      larga, tutto questo cambierà. Tutto avverrà più in fretta e
      meglio. Ma non solo per i viaggi.
      Al limite potrò "provare" (come in un videogioco) l'automobile
      che penso di comprare o "viaggiare" nel New Mexico, se è lì
      che conto di andare in ferie. Insomma, sarà un altro Internet
      rispetto a quello immaginato dai pionieri, ma ci sarà da
      divertirsi". 
 
      "Vincerà chi controlla gli accessi"

      Internet in crisi? Fra i siti e le dot.com serpeggia un po' di
      nervosismo e qualche caso autentico di depressione? Ogni
      tanto, silenziosamente, qualcuno scompare dal Web, vende
      tutto e lascia la new economy per tornare dalla mamma? Sì,
      capita anche questo. "Ma sì dice Renato Soru, il più Internet di
      tutti gli internettiani italiani ci sarà qualche caso, qualcuno, qui e
      là, ma mi sembra che le cose non vanno poi così male".
      Siamo nei suoi nuovi uffici milanesi, in una traversa di via
      Ripamonti. Paesaggio della vecchia Milano delle fabbriche. E
      anche Soru sta dentro una fabbrica, con ancora le porte dei
      capannoni con la saracinesca, strade sistemate in qualche
      modo, muri scrostati, qualche muratore che sistema una
      parete. Dentro, invece, il trionfo dell'eleganza minimalista. Uffici
      grandi e quasi spogli, nel senso di vuoti.
      Parquet e legni chiari per le poche librerie, qualche tavolo,
      divani contro le pareti. Nella stanza dove ci sistemiamo, bella
      grande, praticamente non c'è quasi niente: un tavolo molto
      grande, una libreria, un paio di divani. Sul tavolo, un notebook
      collegato sul sito del Washington Post.
      Infatti è il giorno degli scrutini in America, e qui tutti vogliono un
      po' sapere. Dalla finestra si vedono un paio di operai che
      stanno sistemando la fabbrica di fronte: forse stanno
      preparando gli uffici per un altro pezzo di new economy che
      viene a sbarcare da queste parti, nella Milano una volta delle
      fabbriche e oggi dei capannoni vuoti.
      Giusto per farmi vedere che si lavora, che anche la new
      economy è fatta di riunioni, discussioni, pensamenti, Soru mi
      apre la porta dell'ufficio accanto. E anche qui gran tavolata,
      fumo e una dozzina di persone che discutono. Sono i manager
      americani di Soru. Sono quelli arrivati qui da Seattle per far
      decollare la TiscaliWorld Online, il secondo Internet provider
      d'Europa. Per far decollare l'impresa più temeraria mai tentata
      da un italiano sulla Rete: diventare il primo Internet provider
      d'Europa, battendo i tedeschi di TOnline, dietro i quali c'è la
      potente Deutsche Telekom.
      Soru, che dentro tutto questo sembra ancora più spaesato e
      silenzioso di quanto non sia di solito, non ha crisi d'ansia.
      Intorno alla Rete, gli dico, tanto per scaldare un po' l'ambiente,
      circola una battuta: "Un anno fa spuntavano come funghi,
      adesso muoiono come mosche". E mi riferisco, ovviamente, a
      Internet, alle dot.com, ai siti di ecommerce. Insomma, qui non
      gira una lira e la gente scappa.
      Lei invece è qui, ha appena finito di essere un semplice
      Internet provider italiano per diventare un Internet provider
      europeo. Che senso ha? Tutti scappano, lei costruisce.
      Perché?
      Se pensate che Soru possa avere una reazione men che
      educata, sussurrata, appena a fior di labbra, vi sbagliate. Non
      prende cappello, ma comincia a sua volta con delle domande.
      "Ma sa quante vale oggi America Online?
      Dopo tutti i crolli del Nasdaq e i ridimensionamenti che ci sono
      stati da quelle parti?".
      Non me lo ricordo, dovrei guardare.
      "Vale ancora 300 mila miliardi. Non lo so, è possibile che si
      stiano sbagliando il mercato americano, i Fondi, le banche
      d'affari, gli operatori internazionali. Il fatto è che America Online
      è in Borsa e vale 300 mila miliardi. Sa che cosa le dico? Se qui
      si stanno sbagliando tutti, se questa cosa invece non vale
      niente, allora che cosa vuole che me ne importi se ha sbagliato
      anche Renato Soru. Allora il disastro sarebbe ben più grande,
      sarebbe un disastro gigantesco. Vorrebbe dire che in tanti,
      tantissimi, non abbiamo capito niente".
      Ma naturalmente lei pensa che non vi sia errore.
      "No. penso proprio di no. Guardi, America Online funziona e
      cominciamo a funzionare anche noi. La piccola Tiscali è
      diventata grande e adesso sta in Europa".
      Quanti abbonati, navigatori, avete?
      "In tutto, sette milioni, di cui quattro molto attivi. America Online,
      che oggi vale, le ripeto, 300 mila miliardi, di abbonati ne ha
      venti milioni. Ma noi stiamo crescendo in fretta. Questa è la
      nostra base di Milano e da qui dirigeremo tutte le operazioni
      europee. Di là ha visto i nuovi manager".
      Però rimane il fatto che sulla rete non girano soldi, non si fa una
      lira. Come campate?
      "Non è vero che non si fa una lira. Certo, se mi metto qui a
      vendere formaggio sardo con Internet di strada ne faccio poca.
      Ma non è questo il futuro della rete. Oggi vendiamo un po' di
      voce, un po' di messaggi, c'è la pubblicità, c'è molto traffico.
      Ma il meglio deve ancora arrivare".
      Sono mesi, però, che si rinvia sempre a un futuro migliore.
      Arriverà mai?
      "Guardi, io una volta facevo i supermercati. E' la stessa cosa.
      Quando hai un solo supermercato, piccolo, devi andare in
      ginocchio dalla Barilla e dalle altre case famose perché ti diano
      i loro prodotti. Quando di supermercati ne ha tre, le cose
      cominciano a cambiare. Quando hai una catena, ti danno anche
      dei soldi per poter esporre la loro merce sui loro banconi".
      E qui sta succedendo questo?
      "Il primo a essere meravigliato sono io. Ci sono banchieri ai
      quali fino a ieri non avevo nemmeno osato telefonare, perché
      tanto ero sicuro che non mi avrebbero mai ricevuto, che oggi si
      fanno vivi. E chiedono di poter partecipare al nostro affare.
      Vogliono trattare, discutere, non fanno questione di soldi". 

      E che cosa vogliono da lei?
      "Partecipare. Io sono in cima a una Rete che oggi arriva, in
      Europa, a sette milioni di persone. Si tratta di sette milioni di
      potenziali clienti. Sette milioni di persone che possono essere
      raggiunte una per una, attraverso i loro computer".
      Sarà una festa, qui dentro.
      "Non proprio una festa, ma ogni tanto accadono cose che ci
      fanno piacere, che ci dicono che forse non stiamo affatto
      sbagliando. Qualche giorno fa si è fatto vivo uno dei più grandi
      operatori turistici europei: e anche questo vuole partecipare,
      vuole l'accesso alla nostra rete, ai nostri abbonati. Ma sono
      convinto che il meglio deve ancora venire".
      E cioè?
      "Io non credo che salami, bottiglie di vino e scarpe abbiano un
      grande futuro sulla rete. Penso, assai più semplicemente, che
      sulla Rete avrà successo quello che è coerente con la rete
      stessa, e cioè tutto ciò che può essere digitalizzato. Musica,
      film, prenotazioni, finanza. Insomma, tutto ciò che non richiede
      l'uso di scatoloni e di carriole".
      Lei crede a questo futuro?
      "La musica mi sembra già avviata in quella direzione. Basta
      ancora qualche innovazione tecnologica e, se domani
      scoprissimo, che basta un minuto per scaricare un intero Cd
      musicale dalla Rete, è ovvio che il metodo più semplice, per le
      varie Sony del mondo, di vendere questi CD, il loro contenuto,
      sarà appunto la Rete. ma vado oltre, forse un giorno non ci
      venderanno nemmeno il contenuto di un Cd (dieci, dodici
      brani). La Sony potrebbe dirci: qui c'è tutta la mia musica,
      dammi un tot all'anno e poi ascoltatela quanto vuoi, anche tutto
      il giorno e tutta la notte.
      Tanto, non devono mica mandarmi a casa il Cd, con la
      copertina e tutto il resto.
      Provi a pensare a questo futuro dietro l'angolo, e provi a
      pensare al valore di TiscaliWorld Online che a quel punto avrà
      magari dieci, quindici milioni di abbonati in Europa. E' evidente
      che saremo il canale perfetto per distribuire la musica in questo
      modo. E, se si sposta in avanti di qualche anno, vedrà che lo
      stesso ragionamento si potrà fare anche per i video, le
      cassette, insomma e per mille altre cose di intrattenimento. Io
      sto lavorando per quel giorno. Voglio essere la più grande rete
      di distribuzione telecom d'Europa. Dice che sto sbagliando?".
      Mi sembra di capire che pensa che alla fine vinceranno quelli
      che hanno le reti di distribuzione piuttosto che quelli che hanno
      i famosi contenuti.
      "Senza i contenuti, è ovvio, non si fa niente. Però, ecco qui,
      glielo scrivo su questo pezzo di carta".
      Leggo: "Content is King, distribution is King Kong". Insomma,
      alla fine vince chi ha i clienti, chi è capace di arrivare in un
      istante in casa di quindici o venti milioni di persone, senza
      caricare eserciti di venditori su automobili e pullman. La grande
      scommessa di Internet è proprio questa, non il commercio dei
      salami e delle bottiglie di vino.
      Soru, gli dico allora, ma si sente davvero King Kong, così
      dolce, così mite, così sardo e silenzioso?
      Sorride, per la prima volta, e allarga le braccia: "Sì. Sono King
      Kong".
      (g.tur.)