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petrolio alle stelle:ecco chi ci guadagna



dall'espresso di venerdi 15 settembre 2000
                        ORO NERO / L'AUTUNNO CALDO 
                          Chi fa i soldi col
                         petrolio alle stelle 
                       Da una parte all'altra dell'oceano è emergenza.
                      Ma la tempesta dei prezzi sta facendo la fortuna
                      di speculatori, brokers, armatori di navi cisterna,
                      fondi d'investimento, società grandi e piccole di
                        intermediazione... Fra colpi bassi e mitiche
                                    stangate 
                                di Maurizio Maggi 

                     I paesi produttori, ovviamente. E poi i brokers,
                     quelli che di mestiere trovano le navi per
                     trasportare i carichi di petrolio, e gli armatori
                     delle cisterne che solcano i mari gonfie di oro
                     nero. E ancora i traders, che comprano da chi
                     produce e vendono a chi raffina o ad altri traders,
                     e i grandi fondi d'investimento attivi sul settore
                     energetico. Infine, i governi, specie quelli europei
                     che sui derivati del petrolio con le tasse ci vanno
                     pesanti. Ecco chi, nell'estate 2000 infuocata del
                     petrolio, guadagna mentre tutti gli altri - dagli
                     industriali agli automobilisti - maledicono il
                     caro-energia scatenato dai rialzi dei prezzi
                     petroliferi. 

                     Interpellato da "La Stampa", il presidente
                     dell'Eni, Gian Maria Gros-Pietro, ha puntato il
                     dito contro «gli operatori che comprano il carico
                     delle petroliere e le lasciano in balìa delle onde in
                     attesa di margini di guadagno più alti»,
                     sottolineando come su alcuni prodotti come il
                     West Texas Intermediate o il Brent del Mare del
                     Nord, i contratti futures, cioè di acquisto a
                     termine, sono di decine di volte. Secondo
                     Gros-Pietro, insomma, i "cattivi" non sono i
                     paesi produttori o le compagnie, come la stessa
                     Eni, che pure migliorano decisamente i loro conti
                     grazie al caro-greggio. No, secondo il capo di
                     uno dei più grandi gruppi petroliferi del mondo, i
                     cattivi sono loro: i traders, che in Italia vengono
                     chiamati "noleggiatori", e forse anche i brokers,
                     che dalle nostre parti si definiscono più
                     prosaicamente "mediatori marittimi". Secondo
                     altri osservatori, un ruolo decisivo lo sta
                     interpretando pure il Nymex, il New York
                     Mercantile Exchange, dove si scambiano
                     mediamente 220 milioni di barili di petrolio al
                     giorno, pari a tre volte l'intera produzione
                     mondiale e a nove volte quella dei paesi
                     dell'Opec. Una Borsa in cui, accanto agli
                     operatori delle grandi banche internazionali, come
                     Goldman Sachs e Merrill Lynch, sono attivi
                     anche piccoli traders chiamati "locals". Il loro
                     guadagno è piccolo, pochi cents al barile: però in
                     fasi di instabilità del mercato il ritmo degli scambi
                     si fa frenetico (si è arrivati a 160 mila contratti
                     quotidiani) e aumentano le possibilità di fare utili. 

                     Delle "categorie" sopraelencate e capaci, in
                     misura diversa, di influenzare il prezzo del
                     greggio, quelle dei traders e dei brokers sono
                     sicuramente le meno conosciute fuori dalla stretta
                     cerchia degli addetti ai lavori. Società come la
                     svizzera Glencore, l'inglese Arcadia (che fa capo
                     ai giapponesi della Mitsui), l'anglo-olandese Vitol,
                     guidata dall'imperturbabile Ian Taylor, che ha
                     studiato a Eton, in effetti, dicono poco al grande
                     pubblico. Così come è relativamente poco noto
                     il nome di Marc Rich: 62 anni, americano, vive e
                     lavora a Zug, la località svizzera che è una delle
                     capitali del trading petrolifero. Rich, che ha avuto
                     anche un ufficio a Milano, in via Marina, è da
                     molto tempo in cima alla lista nera del fisco degli
                     Stati Uniti, che negli anni Ottanta mise una taglia
                     di 500 mila dollari sulla sua testa, accusandolo di
                     colossali evasioni di tasse. Due delle più
                     importanti trading companies di greggio,
                     Glencore e Trafigura, sono sorte sulle ceneri del
                     suo impero. Rich è tornato in campo da qualche
                     anno con la Mri, la Marc Rich Investments di
                     Zug, e la sua stella è tornata a brillare: anche se
                     non è più il leader indiscusso, continua a godere
                     della riconoscente ammirazione di tutti i suoi
                     concorrenti ed epigoni. «Perché è lui il migliore e
                     ha insegnato il mestiere a tutti», riconosce un
                     trader, in incognito, da Londra.

                     Il Maradona dei traders

                     La sua carriera sembra il copione di un film di
                     007, dove interpreta sempre la parte del cattivo.
                     Rich ha fatto grandi affari con l'ex dittatore
                     nigeriano Sani Abacha, il generale che aveva
                     accumulato una enorme fortuna personale in
                     Svizzera a colpi di tangenti e, praticamente da
                     latitante, ha finanziato la scalata alla Kaiser
                     Alluminium. Prima che il Sudafrica abbandonasse
                     l'apartheid, è stato tra i registi dell'aggiramento
                     dell'embargo petrolifero ai danni di Pretoria.
                     Stesso copione in Iran, dove ha comprato
                     petrolio a prezzo scontato durante la crisi degli
                     ostaggi americani. E non si è tirato indietro
                     neppure quando si è trattato di dare una mano
                     alla Russia post-comunista: l'ex ministro russo
                     del Commercio, Oleg Davydov, ha recentemente
                     dichiarato a "Forbes" che «truffatori come Marc
                     Rich ci hanno insegnato a esportare danaro nelle
                     società off-shore». Morale: il Maradona dei
                     traders, la cui ex moglie è generosa sponsor del
                     partito democratico, è considerato dalle autorità
                     del suo paese alla stregua di un pericolo
                     pubblico.

                     Traders e brokers, che spesso hanno la loro sede
                     legale in paesi fiscalmente molto
                     accondiscendenti, non amano affatto apparire.
                     Dice David Fransen, che è stato addetto stampa
                     di Crown Commodities a Ginevra: «Sfuggono la
                     pubblicità come la peste bubbonica». Un
                     gentilissimo trader genovese, ospitandoci nel suo
                     piccolo ufficio al centro di Genova, in un bel
                     palazzotto d'epoca, spiega: «Sappiamo da chi
                     comprare e a chi vendere, e chi è del campo ci
                     conosce. La pubblicità non serve». L'anonimo
                     interlocutore nega che il trading sia in grado di
                     influenzare effettivamente i prezzi della materia
                     prima. Anche se ogni tanto qualcuno tenta il
                     colpaccio e le quotazioni ne risentono, magari
                     soltanto per un breve periodo. 

                     Il colpaccio in gergo si chiama "squeeze", cioè
                     "spremere il mercato". E, guarda caso, proprio in
                     questi giorni di fibrillazione planetaria intorno
                     all'oro nero c'è qualcuno che lo squeeze lo ha
                     messo a segno. Arcadia e Glencore, che
                     sapevano che a settembre dai giacimenti di Brent
                     (il tipo di greggio che viene utilizzato come indice
                     per il petrolio che finisce in Europa) del Mare del
                     Nord, soggetti a manutenzione, sarebbero usciti
                     22 carichi invece degli abituali 32 o 33, hanno
                     fatto incetta acquistando carichi fisici di Brent.
                     Così sono riu-sciti a venderlo con un premio di 3
                     dollari rispetto alla quotazione ufficiale. Tosco,
                     importante raffinatore americano, ha denunciato
                     l'operazione all'Antitrust, accusando i due traders
                     e altri operatori di aver barato. La replica: tutti
                     potevano sapere quel che sarebbe successo nel
                     Mare del Nord, tutti potevano immaginare che,
                     visto che la domanda cresceva, il prezzo del
                     Brent di settembre sarebbe cresciuto. 

                     E la nave va

                     Chi si sta avvantaggiando apertamente del forte
                     incremento della domanda, senza bisogno di
                     particolari tecnicismi finanziari, sono però
                     brokers e armatori. C'è penuria di navi
                     cisterniere, in giro, anche perché dopo il
                     naufragio di Erika, la nave che ha inondato le
                     coste atlantiche francesi di olio combustibile nel
                     dicembre scorso, molte compagnie sono
                     diventate più attente nell'affidare i loro carichi.
                     Molte carrette del mare sono andate in pensione.
                     I noli, nel giro di un anno, sono raddoppiati e in
                     alcuni casi anche triplicati. I brokers lavorano a
                     percentuale sul valore del nolo. Se l'armatore
                     strappa un bel contratto al traders o alla
                     compagnia petrolifera, il tradizionale 1,25 per
                     cento s'ingrossa. Per i mediatori marittimi italiani
                     il momento è particolarmente buono perché
                     spendono in lire e incassano in dollari. 

                     Se in Italia la figura del trader è marginale (uno
                     dei più noti è la Galaxy che opera da
                     Montecarlo), la pattuglia dei brokers attivi è
                     ancora consistente e si concentra soprattutto a
                     Genova, dove lavorano per esempio la Banchero
                     & Costa, la Burke & Novi, la Ferrotank, la Italia
                     Tankers e la Sernavimar. Nessuno di loro crede
                     alle navi che se ne stanno al largo in attesa che il
                     petrolio salga ancora: con quel che costano i noli
                     oggi, tener ferma una nave da 80 mila tonnellate
                     costa 23 mila dollari al giorno. Chi può
                     permetterselo? A livello internazionale i big del
                     settore noli sono invece gli inglesi Clarkson,
                     Gibson, Galbraith, Simpson e la norvegese
                     Fearnleys. In America, big come Mc Quilling e
                     Weber. 

                     Una bella rivincita dopo anni di vacche
                     magrissime se la sono presa gli armatori. Il costo
                     dei noli per le tratte da cinque giorni nel
                     Mediterraneo è passato da 60 centesimi a un
                     dollaro a barile; il viaggio di una petroliera dal
                     Golfo Persico agli Usa, invece, è salito da 80
                     centesimi a ben 2 dollari a barile. Tra gli armatori,
                     un posto al sole se l'è conquistato negli ultimi
                     anni il norvegese John Frederiksten, che può
                     contare su una cinquantina di VLCC, Very Large
                     Crude Carriers, giganti tra le 220 e le 320 mila
                     mila tonnellate di portata lorda. Di petroliere di
                     queste dimensioni ce ne sono in giro circa 400.
                     Nella categoria con portata da circa 140 mila
                     tonnellate, il leader è la Alliance, joint-venture tra
                     lo stesso Frederiksten e la Omi, con una trentina
                     di navi costruite dopo il 1990. Tutti i grandi
                     trasportatori di petrolio quotati in Borsa hanno
                     visto schizzare in su le loro azioni negli ultimi
                     mesi. È successo anche alla Premuda e alla
                     Navigazione Montanari, le uniche società
                     armatoriali presenti in Piazza degli Affari. Le
                     azioni Navigazione Montanari sono salite del 56
                     per cento da aprile, e dall'inizio dell'anno i titoli
                     della Premuda di Alcide Rosina (che sta facendo
                     costruire altre due nuove petroliere in Corea)
                     sono più che raddoppiati. Un'accelerazione da
                     new economy per un business che più old non si
                     può.

                     hanno collaborato Riccardo Acquaviva e
                     Annalisa Piras 

                     (21.09.2000)