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Repubblica.it » Affari e Finanza » Se l’industria produce troppo L’ANALISI
- Subject: Repubblica.it » Affari e Finanza » Se l’industria produce troppo L’ANALISI
- From: tiziano cardosi <tcardosi at indire.it>
- Date: Tue, 13 Oct 2009 16:56:37 +0200
- User-agent: Thunderbird 2.0.0.23 (Windows/20090812)
Mi pare che l'articolo sotto sia chiaro e ben fatto. L'ottica è quella
dell'economista classico che non fa accenno alla prossima crisi ecologia
e climatica.
Altrove trovo interessanti analisi sulla necessità della decrescita per
attenuare il disastro ambientale a venire.
Mi pare che non ci sia ancora un'analisi capace di legare questi due
problemi. Mi spiego: la decrescita senza una fortissima redistribuzione
della ricchezza sarà catastrofe per le classi più povere ben prima del
collasso ecologico e in molti paesi già accade.
Perché chi si occupa di sociale spera ancora in un rilancio della
produzione e chi si occupa dell'ambiente non capisce che un lavoratore
per sopravvivere accetta anche di distruggere il ramo su cui vive?
Uomini e pianeta si salveranno assieme o non si salveranno per niente.
Mi pare che potremmo dire ancora "o socialismo o barbarie". Resta da
dirci quale socialismo vogliamo, ma non sento voci in giro che lo
raccontino.
Un saluto
TC
************
http://www.repubblica.it/supplementi/af/2009/10/12/copertina/001salmone.html
Se l’industria produce troppo L’ANALISI
MARCO PANARA
Il governo cinese, che è abituato a guardare lontano e che può
permettersi di dire all’economia cosa fare e cosa non fare, ha
affrontato la situazione già all’inizio dello scorso agosto, bloccando
per tre anni nuovi investimenti nel settore dell’alluminio e annunciando
limiti alla crescita per la produzione di acciaio, cemento, vetro e
alcuni prodotti a base di silicone. La ragione sta in poche parole che
domineranno la vita politica, economica e sociale nei mesi a venire.
Quelle parole sono "eccesso di capacità produttiva".
Dopo la tempesta perfetta della finanza dell’autunno del 2008 è questo
il nuovo spettro che si aggira per il pianeta. Eccesso di capacità
produttiva vuol dire che ci sono in giro troppe fabbriche capaci di
produrre troppe merci, più di quanto il mercato mondiale sarà nei
prossimi anni in grado di assorbire. E quando l’offerta è troppo elevata
rispetto alla domanda succedono in genere tre cose, la prima è che
scendono i margini delle imprese, la seconda è che molte imprese
chiudono le fabbriche di cui non hanno più bisogno oppure chiudono i
battenti esse stesse, la terza è che un gran numero di lavoratori, che
siano essi colletti blu o colletti bianchi, perdono il lavoro.
C’entra la crisi, ma c’entrano anche una serie di problemi che
esistevano anche prima e che non sono stati affrontati quando la
vivacità dell’economia avrebbe forse reso meno difficile risolverli. La
crisi ha frenato i consumi delle famiglie e gli investimenti delle
imprese, nei momenti di maggior panico dell’autunno scorso gli ordini si
sono addirittura bloccati e per molti mesi si è andati avanti con il
solo magazzino. I lievi segni di ripresa che vediamo in queste settimane
sono dovuti essenzialmente ad una prudente ricostituzione delle scorte.
Il problema però è che banchieri centrali e istituzioni internazionali,
analisti ed economisti ci dicono che prima che la domanda globale torni
ai livelli del 2007 dovremo aspettare anni. Chi dice quattro, chi
cinque, chi sette, troppi comunque perché possa restare in piedi nella
sua interezza un apparato produttivo che cammina solo al 60 o al 70 per
cento della sua capacità.
Ma non è tutto. In che mondo ci troveremo a vivere di qui a tre o cinque
anni? la crescita dei consumi degli ultimi anni è stata costruita
soprattutto sul debito dei cittadini americani, britannici, spagnoli.
Dopo la "sbornia" e il brusco risveglio si metteranno di nuovo a fare
debiti per comprare frigoriferi o pacchetti viaggio? C’è già chi
intravede il formarsi di una nuova tendenza fatta di consumi meno
esasperati, di uno spostamento della spesa dal comprare al fare. Se così
fosse, e in attesa che anche i popoli dei paesi emergenti diventino
consumatori (prima o poi avverrà, ma i tempi saranno lunghi), la
capacità produttiva attuale si rivelerebbe eccessiva anche quando gli
effetti congiunturali della crisi fossero stati digeriti.
E c’è ancora dell’altro. Ci sono settori importanti che avevano un
eccesso di capacità produttiva già prima che la crisi scoppiasse.
L’automobile è uno di questi, la petrolchimica ne è un altro, la
raffinazione e la cantieristica altri ancora. C’è un rapporto della
multinazionale della consulenza Kpmg del 2005 che già parlava di troppe
fabbriche di auto in giro per il mondo, ed erano anni in cui la domanda
cresceva. Le case automobilistiche avevano costruito nuovi stabilimenti
più efficienti ed avanzati oppure dove il lavoro costa meno, ma non
erano riuscite a chiudere quelli vecchi. Si calcola che nella sola
Europa l’eccesso di capacità produttiva del settore sia di 7 milioni di
unità, il 30 per cento del totale, il che vuol dire che hanno una
ragione economica per stare in piedi solo due stabilimenti su tre e il
terzo dovrebbe essere chiuso. Negli Stati Uniti l’eccesso era di 6
milioni di unità e, dopo le crisi di GM, Ford e Chrysler, si calcola che
l’eccesso sarà ridotto a 3,5 milioni di veicoli. Troppe fabbriche di
auto ci sono anche in Cina, dove il mercato è ancora enormemente
promettente. Ma una fabbrica di auto segna un territorio, la sua
struttura economica e sociale, chiuderla è difficilissimo.
Un altro settore è la raffinazione. Si calcola che nei prossimi mesi
debbano chiudere nel mondo un centinaio di raffinerie per una capacità
totale di 8 milioni di barili al giorno. Alcune chiusure, per 2 milioni
di barili al giorno, sono state già avviate o annunciate. Non è solo il
crollo della domanda ad aver determinato questa situazione, sono entrati
in produzione nuovi impianti, più moderni ed efficienti, e quelli
marginali prima o poi dovranno gettare la spugna. Il problema è che
finché non lo faranno tutto il settore andrà avanti con margini
bassissimi e spesso in perdita. Il problema anche qui è che chiudere una
raffineria è difficile e costoso, c’è un impatto occupazionale e c’è la
bonifica del territorio da fare prima che altre attività possano
impiantarvisi.
Il dramma non riguarda solo la manifattura ma anche i servizi: quante
compagnie aeree, per fare solo un esempio, saranno in grado di reggere
mentre gli aerei con le loro livree viaggiano mezzi vuoti?
Tra l’eccesso di capacità strutturale in alcuni settori e quello che
deriva dalla crisi, in ballo ci sono migliaia di imprese, di fabbriche,
di uffici, e soprattutto milioni di persone.
Nei consigli di amministrazione si ragiona su come muoversi. I più forti
arrivano a pensare che più la crisi allungherà i suoi tempi, o più la
ripresa sarà lenta, più rapida sarà l’uscita dal mercato delle imprese
marginali e prima le sopravvissute potranno ricostruire i propri
margini. Per converso se la distruzione di capacità produttiva fosse
troppo rapida, l'impatto sociale e anche quello economico sarebbe tale
da allungare ancora i tempi di un ritorno alla normalità.
Comunque la si prenda la questione è lì, è reale. Ed è la sfida più
difficile, più ancora del contenimento della tempesta perfetta della
finanza, perché ancora più di quella entra nelle fabbriche, negli
uffici, nei negozi, nelle case, stravolge progetti di vita e potrebbe
stravolgere anche assetti politici. E’ difficile perché richiede che si
riconosca il problema e lo si affronti con un progetto che metta insieme
politica sociale, politica economica e politica industriale, e che
presupponga una visione del mondo che verrà.
E’ un problema che non riguarda solo l’Italia e che sarà difficile
affrontare ciascuno per conto proprio. Sarebbe il caso che a Bruxelles
ci si sedesse intorno a un tavolo e si cominciasse a ragionare. In fretta.