trappolonia la città invisibile



Le Città Invisibili: Trappolonia
Data di pubblicazione: 02.07.2009

Autore: Bottini, Fabrizio

Un commento alla privatizzazione di uno spazio pubblico milanese, per andare al di là della denuncia per lo scempio architettonico. Scritto per eddyburg.it

A Milano, centralissimo Corso Vittorio Emanuele, si polemizza sullo scempio commerciale di un’architettura moderna, ma forse il problema è più ampio, e riguarda il rapporto fra chi è padrone e chi non lo è …

Da qualche giorno o settimana, le pagine di cronaca locale milanese (forse anche nazionale) riportano le reazioni indignate del mondo della cultura per lo scempio perpetrato dall’ennesimo refurbishment commerciale a un edificio famoso. Non solo famoso, andrebbe aggiunto, ma anche di notevole rilevanza per chiunque non percorra quella via con gli occhi incollati esclusivamente alle vetrine: è infatti uno dei rarissimi punti in cui, con l’artificio dello “scalone” progettato ad hoc, si interrompe l’uniformità delle pareti continue che fanno assomigliare tanto la via a un qualunque shopping mall. Appunto, pensa l’operatore commerciale: questo è un difetto gravissimo: scopo obbligatorio del passeggio è lo shopping, e per convogliare al massimo il bestiame umano verso i punti di svuotamento delle carte di credito ci vogliono barriere invalicabili, solide e sicure. Altro che scaloni, passaggi laterali, scorci prospettici “veri” che distraggono dal sacro rito!

Il Comune naturalmente approva l’abolizione della servitù di pubblico passaggio e l’incorporazione di quel “vuoto” in una bottega: basta cittadini, solo clienti. E del resto l’intera gestione dei corridoi commerciali è coscientemente orientata proprio a questo, come dimostrano anni di dichiarazioni più o meno episodiche ma tutte inequivocabili sull’uso della Galleria, la quale Galleria non a caso brilla nella pubblicistica internazionale di settore come “the first shopping mall”.

Ma il medesimo dibattito internazionale (quello scientifico, non schierato sul fronte del portafoglio) ha da parecchi anni incorporato un concetto di massima: sempre diffidare della riqualificazione monopolizzata dal commercio, la cosiddetta retail-led-regeneration, o quantomeno far di tutto per evitare l’invasione degli ultracorpi in città. Perché il centro commerciale, inteso come conglomerato spaziale-organizzativo-culturale, è un vero e proprio organismo alieno, cresciuto per qualche generazione negli ambienti privi di anticorpi del suburbio, dove ha fatto il bello e il cattivo tempo ingollandosi territorio, economia, immaginario, tutto quanto. Ora sbarca in città senza alcuna intenzione di rinunciare al vizietto, salvo mandare in avanscoperta qualche loquace faccia di bronzo, o utile anima candida pure in buona fede, tipo quelli convinti che il centro commerciale è “la piazza del terzo millennio”. Peccato che all’ingresso delle piazze di solito ci sono tizi grossi con auricolare dall’aria decisa solo quando c’è qualche comizio di estrema destra. Peccato che nelle piazze ci si possa andare anche a farsi i fatti propri il pomeriggio di Natale. Eccetera. Insomma, il centro commerciale NON È una piazza, come ad esempio confermano le cronache quotidiane dei quartieri dove sempre per via della magica parolina “riqualificazione” o anche della irresistibile “sicurezza” si sono consegnati gli spazi a quelle misteriose entità denominate Business Improvement District, le quali se manca una forte e strutturata presenza pubblica diventano una specie di amministrazione municipale ombra che nessuno ha eletto, e che spadroneggia dispoticamente.

Dal punto di vista dello spazio, il passante distratto non si accorge immediatamente del trucco: città era, e città rimane, mica fanno atterrare uno di quegli scatoloni grigi con le insegne al neon in pieno centro! Possono permettersi ottimi progettisti, volendo, e anche dei pianificatori in grado di dosare nel tempo le trasformazioni più importanti. C’è il primo intervento, quello che l’amministrazione pubblica faceva penare da lustri, ovvero arredo urbano nuovo, abolizione delle barriere architettoniche, spazi puliti e illuminati bene, public art, qualche iniziativa di strada … Però, in parallelo o poco dopo, ci sono anche altre piccole-grandi trasformazioni, che in linea di massima puntano tutte al medesimo obiettivo: dalla via al mall, dalla piazza alla food-court, e dulcis in fundo alla costituzione di un rete di percorsi reale o potenziale a cul-de-sac, magari con la scusa dell’efficienza dei servizi di pulizia e manutenzione, in realtà per adattare l’intero distretto controllato dalla nuova cupola alla logica di cui sopra.

E la pubblica amministrazione tace, o applaude. Come a Liverpool, dove un enorme progetto della Grosvenor è stato oggetto di studi e controstudi, tutti concordi nell’affermare che le vie, apparentemente intatte nella loro planimetria a griglia continua urbana, finivano invece per assomigliare in realtà alle navate claustrofobiche di un baraccone di periferia, solo un po’ rilucidate. Da noi, per adesso, non siamo nemmeno a quel punto, nonostante l’aggressione avanzi parallela: c’era addirittura l’ex sindaco di Roma, che diceva serafico “sono contrario alle piccole gallerie di quartiere”, figuriamoci i liberistissimi amministratori di Milano davanti a qualche raffica di termini finanziario-progettistici retail-led-qualcheccosa!

Tocca accontentarsi dell’opposizione degli amanti del bello, che avranno pure le loro sacrosante ragioni, nella difesa dello “scalone” griffato BBPR, ma è un po’ come scagliarsi contro il Ponte di Messina perché non ha la pista ciclabile ….