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felicità sostenibile, nuove strategie per ambiente ed economia



dall'espresso.it
giugno 2009
 
Felicità sostenibile
Crisi economica e inquinamento globale sono nati insieme. E insieme vanno combattuti. Con strategie che guardano al profitto ma anche all'ambiente
DI GIORGIO RUFFOLO

Un modo perverso per uscire  dalla crisi economica è il di-I sanno ecologico. Ambedue  le crisi, quella economici e quella ecologica, costituiscono uno minaccia gravissima per l'umanità c dovrebbero essere affronfate con un nuovo tipo di economia che eviti sia l'indebitamento della finanza sia quello con la natura. Tra la crisi finanziaria e quella ambientale, come ha osservato Wolfgang Sachs su "Lettera internazionale", c'è un torte parallelismo. Ambedue nascono,» appunto, da un indebitamento. La crisi finanziaria è stara provocata dalla diffusione di falsi crediti, che non trovavano riscontro nell'economia reale e non potevano quindi essere restituiti. Anche la crisi ecologica nasce da crediti fasulli che non possono essere restituiti: i danni irreversibili arrecati alla biosfera. Insomma, anche in questo caso si tratta di prestiti senza copertura. Ia domanda che dovrebbe nascere da questo enorme sconquasso della crisi finanziaria non e quella che leggiamo ogni giorno sui giornali: quanto durerà? L'altra, successiva: come fare ripartire al più presto la crescita? Ma piuttosto dovremmo chiederci: quale la connessione di questa crisi con il tipo di sviluppo che caratterizza la nostra economìa; e l'altra domanda, fondamentale: è realizzabile una economia che eviti sia l'indebitamento del denaro sia quello con la natura?
 
Incominciamo con quest'ultimo. Ci sono, dice Sachs, quattro modi di affrontare il pro-
blema della scarsità ecologica. Il primo e quello privatistico. Quando si prevedono condizioni eccezionali di scarsità alimentare, ogni famiglia cerca di far provviste senza curarsi d altro. Allo stesso modo ogni paese può far provvista  delle risorse naturali disponibili senza curarsi delle conseguenze che ne deriveranno per gli altri. lì secondo modo e quello di forzare 1' offerta: per esempio, cercando petrolio in posti sempre più remoti o carbone in strati sempre più profondi. -Si tratta, tn pratica, di non riconoscere il problema della scarsità. Ia terza risposta e quella dell efficienza. Si utilizzano tecnologie produttive che tendono a minimizzare 1 uso delle risorse, come il risparmio energetico. La quarta, e più radicale, non investe i mezzi dell economìa, ma i suoi fini. Ci si impegna a ridurre La domanda di modificare le nostre aspirazioni, anziché le nostre operazioni non si esce necessariamente dal regno dell economia, ma di quell economia che si e emancipata da osm fine superiore per diventare
essa stessa un fine:

come dice Serge- Latouche -....-
Non st iratta pero. direi, di   decrescita . ma di a-crescita : di una condizione che gli economisti classici definivano stato stazionario. Che non e affatto uno stato statico, ma una condizione nella quale il progresso si misura non quantitativamente (crescita), ma qualitativamente .Si tratta di sviluppo sostenibile, nel senso che ciò che cresce non e' la quantità di beni, ma la capacità di goderne; non l'avere, ma l'essere; una dimensione non fisica, ma propriamente culturale, che non incide sugli equilibri ecologici. In pratica, è un mix tra le due ultime risposte, quella dell'efficienza e quella della sufficienza, che dovrebbe guidare le politiche di una economia sostenibile. Al contrario, il capitalismo ha contribuito alla insostenibilità attraverso la dilatazione della finanza. Credito e finanza sono stati elementi fondamentali del capitalismo moderno. Le innovazioni tecnologiche sono alla radice del suo sviluppo e 1 introduzione delle grandi innovazioni tecnologiche e stata resa possi-
bile dalla creazione di credito da parte delle banche: un nesso posto in grande rilievo soprattutto dall'economista Joseph Schumpeter. Ma fino a metà del secolo scorso la direzione di questo rapporto era orientata in un senso: dalla banca all' industria, dalla finanza all'i economia. La globalizzazione, con la conseguente liberazione > dei movimenti mondiali del capitale, ha ; portato con se la finanziarizzazione dell' economia, un enorme espansione del
mercato finanziano e I inversione di senso , di quel rapporto: dall economia reale alI economia finanziaria. I titoli rappresentativi della ricchezza sono
diventati ricchezza essi stessi e il loro valore è aumentato indipendentemente dal valore delle attività economiche reali. Gli americani entrati in massa nella Borsa hanno cessato di risparmiare e si sono progressivamente indebitati per finanziare consumi con carte di credito e per acquistare case grazie a crediti generosamente elargiti dalle banche.
L'indebitamento, non il risparmio, è diventato il motore di quello che Edward Lutt-wak ha definito turbocapitalismo. un capitalismo sfrenato che ha sostituito a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, quello regolato degli anni cinquanta e Sessanta: quello che uno storico non certo sospetto di simpatia per il capitalismo, Eric Hob-shawn, aveva definito l'età dell'oro.
La crisi che stiamo attraversando ha dimostrato che questo capitalismo e' insostenibile, la crisi di una economia ipermercati zzata, nella quale il mercato dà segni sballati, sia per quanto riguarda il valore dei titoli rappresentativi della ricchezza, sia per quanto riguarda il valore delle risorse naturali. Il costo di quegli errori, in definitiva, e' la collettività che lo paga, ieri i liberisti affermavano con arroganza che lo Stato non è la soluzione, ma il problema. Con altrettanta arroganza oggi chiedono allo Stato la soluzione del problema. Ieri indicavano il mercato finanziario come il luogo ideale per investire risparmi e pensioni. Oggi, che risparmi e pensioni si sono volarilizzati, ci dicono che i prezzi dei titoli, scesi verso lo zero, non sono significativi della realtà e che lo Stato deve riscattarli a prezza più elevati, riattivando la fiducia nel mercato (non ci sono limiti all'indecenza). Sempre sul numero di "Lettera Internazionale" citato prima, il "banchiere dei poveri" Muhammad Yunus affronta il tema della crisi al giusto livello e con il tono giù
sto. Che non è quello degli economisti giocolieri. Dice Yunus che questa mega-crisi deve essere presa come un'opportunità di ridisegnare l'economia e il sistema finanziario a livello globale. Egli non contesta il "quadro teorico" del capitalismo, al quale non si è contrapposto alcun modello alternativo valido, ma la sua incompletezza. Del messaggio di Adam Smith, dice, si è trascurato dì raccoglierne la meta. La sua "Ricchezza delle nazioni" ha infatti monopolizzato l'attenzione, lasciando ampiamente ignorata la sua "Teoria dei sentimenti morali". E cita un passo di quel bellissimo libro: «Per quanto egoista si possa ritenere l'uomo, sono chiaramente presenti nella sua natura alcuni principi che lo rendono partecipe delle fortune altrui e che rendono per lui necessaria l'altrui felicità, nonostante da essa non ottenga altro che il piacere di contemplarla. A questo principio fanno capo la pietà, la compassione e le diverse emozioni che proviamo per la miseria altrui, sia se ne siamo testimoni diretti, sia che la rappresentiamo -....- nium
Scrivendo "La ricchezza delle nazioni", Smith non aveva dimenticato la "Teoria dei sentimenti morali" (tra l'altro, ne curò una nuova edizione anni dopo di quella). L'hanno dimenticata tanti suoi entusiastici adepti. Ricordiamo invece la lezione che abbiamo appreso, proprio sul conto di Adam Smith, da economisti veri come Federico Caffè, Giorgio Fuà e Paolo Sylos Labini. Tornando a Mohammed Yunus, la sua idea che si possa completare il messaggio di Smith in quello che ho definito un capitalismo ben temperato, l'idea di un mercato sociale che si ispiri non alla massimizzazione del profitto, ma alla diffusione del benessere e della "felicità" è di quelle che corrispondono alle istanze profonde della storia di un tempo. E questa è proprio la storia del nostro tempo. Il capitalismo può cambiare. La sua an-
sia di futuro non è necessariamente legata al denaro. Noi italiani abbiamo conosciuto figure e storie di capitani di industria che hanno costruito concrete ricchezze perseguendo ideali più ambiziosi del denaro, anche se perfettamente compatibili con quello. C'è bisogno di evocare Enrico Mattei? E Adriano Olivetti? Si può trascendere il capitalismo seguendo la sua stessa logica: ma c'è bisogno di uomini all'altezza. Che non sono quelli capaci solo di fare quattrini. E quelli capaci soltanto di compiacerli.