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Giovanni Iapichino da Viterbo commenta l'articolo di Paolo D'Arpini sul Darwinismo
Premessa son contento di aver ricevuto un commento da Giovanni Iapichino, un viterbese
che stimo, sull'articolo da me pubblicato sul Darwinismo.
(Whois : http://ws.arin.net/cgi-bin/whois.pl?queryinput=93.148.77.171 )
L'articolo aveva ed ha lo scopo di commemorare il bicentenario della nascita di Darwin,
che ricorre quest'anno, ed allo stesso tempo cercare di analizzare criticamente il
"materialismo" insito nella sua visione evoluzionista. Personalmente non sono un
creazionista e nemmeno ritengo valida la teoria del big bang. Non posso fare a meno,
però, di far risalire l'esistenza di tutto ciò che è alla presenza vivificante di uno
"spirito" onnipresente, al di là del concetto di tempo-spazio. Anche non credendo alla
legge di causa-effetto non si può far a meno -secondo me- di considerare che tutto ciò
che si manifesta è indissolubilmente legato in un contesto in cui ogni cosa è causa ed
effetto contemporaneamente. Questo "tutto" indifferenziato è lo "spirito" al quale faccio
riferimento.
Vi invito a leggere attentamente sia il mio testo che il commento di Giovanni Iapichino -
che potete trovare anche sul sito del Circolo all'URL:
http://www.circolovegetarianocalcata.it/2009/04/09/darwin-schopenhauer-la-teoria-dei-quanti-dello-spazio-tempo-e-dell%e2%80%99assoluto-a-temporale%e2%80%a6-vari-modi-descrittivi-per-la-realta-empirica-e-metafisica/#comments
Articolo di Paolo D'Arpini:
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Darwin, Schopenhauer, la teoria dei quanti, dello spazio-tempo e dell’assoluto
a-temporale… Vari modi descrittivi per la realtà empirica e metafisica
Proprio un secolo e mezzo fa, nel 1859, Charles Darwin pubblicava il suo ancora oggi
controverso ma rivoluzionario “Origine della specie”, le polemiche non si son ancora
acquietate ma quel che suona strano –secondo me- è l’opposizione virulenta opposta alla
teoria evoluzionista dai cosiddetti “creazionisti” (o credenti) di matrice religiosa, e
più avanti spiegherò i motivi del mio stupore. Debbo far presente che non mi considero
-strettamente parlando- un seguace della teoria Darwiniana, nel senso che al massimo la
considero una spiegazione strumentale alla dimostrazione della cosiddetta realtà
empirica… o della casualità.
L’ipotesi evoluzionista è basata sull’osservazione del processo trasformativo della
materia e della vita conseguente alla modificazione od espansione dello spazio/tempo. In
un certo senso questa teoria deve in ogni caso tener conto di un “inizio” e pertanto è
vicina all’altra teoria della creazione progressiva del mondo, comunque basata sulla
presenza di un Dio creatore da cui l’universo viene creato. Secondo la speculazione del
Big Bang l’inizio del momento creativo viene posto nell’esplosione primordiale del nucleo
originario della materia, in seguito al quale incomincia pian piano il processo
manifestativi della vita. Infatti i religiosi apprezzano molto la teoria del Big Bang
come “dimostrazione” della volontà creatrice di Dio ma dovrebbero altrettanto accettare,
per essere coerenti con i loro credo, anche il processo evoluzionistico delle varie forme
vitali prefigurato da Darwin e dai suoi successori. D’altronde se fosse vera la creazione
“ad personam” fatta da Dio per ogni organismo vivente, separato da ogni altro (un pesce è
un pesce, una asino è un asino, un uomo è un uomo, etc.), si potrebbe supporre una certa
parzialità da parte dell’Altissimo, non solo per la scala gerarchica fra le varie specie
ma anche perché alcune forme vitali sono addirittura scomparse dalla faccia della terra
come se fossero “invise” o “trascurate” dal creatore stesso, il che non mi pare un segno
di giustizia verso le creature….
Ma lasciamo da parte queste considerazioni e per un solo attimo lasciatemi illustrare
altre elucubrazioni, di carattere filosofico, sortite dalla mente analitica di
Schopenhauer, un filosofo contemporaneo di Darwin, che per altro molto piacque ai
religiosi che in lui vedevano un “giudicatore del creato”, un moralista che sapeva
distinguere fra bene e male, che sapeva raggiungere un traguardo: “.. se uno correndo
tutto i giorno, giunge a sera, può dirsi soddisfatto… Ebbene, ora ce l’ho fatta, il
crepuscolo della mia vita diventa l’alba della mia fama” (Senilia pag. 84 del manoscritto
originale del 1856).
Egli si definiva nelle sue memorie uno “sprezza-uomini” uno che disprezzava la stupidità
umana apprezzando per contro la sua intelligenza personale. Questa sorta di orgoglio
intellettuale separativo è sicuramente poco “evoluzionista” ed infatti la sua “arte di
conoscere se stessi” è tutta rivolta alla conoscenza della “persona” come entità avulsa
dal contesto, un’individualità “prescelta”, evidentemente da Dio. E questo
atteggiamento piacque molto ai dottori della chiesa che -anch’essi- si sentono
“benedetti” e privilegiati e protetti per la loro fede in Dio (per altro cieca).
Dal punto di vista della realtà assoluta (ma anche da quello quantistico, fino ad un
certo punto dell’analisi) la creazione può essere “progressiva” solo nell’ambito del
divenire nello spazio tempo ma, come evidenziò anche Einstein, questo concetto
dell’esistenza spazio temporale è puramente figurativo, non ha cioè vera sostanza essendo
un relativo configurarsi di eventi costruiti e proiettati nella mente. Perciò nella
visione della assoluta Esistenza-Coscienza la creazione è un “apparire”, che si manifesta
simultaneamente, sia pur considerata dall’osservatore uno svolgimento conseguente allo
scorrere del tempo nello spazio. La manifestazione è di fatto un semplice riflesso nella
mente del percepente che riesce a captarla ed elaborarla solo attraverso il “fermarla”
nella coscienza. Un singolo fotogramma della totale manifestazione che, sia pur sempre
presente nella sua interezza, viene illuminato dalla coscienza individuale, visto nella
mente e srotolato nel contesto spazio tempo e denominato “processo del divenire”. Da ciò
se ne deduce che la descrizione evoluzionista di Darwin è “relativa” tanto quanto la
visione “creazionista” dei più retrivi religiosi. Con buona pace del filosofo
Schopenhauer.
Ho immaginato anche una sorta di equazione per visualizzare quanto qui espresso. Se
prendiamo il tutto come insieme, in cui ogni cosa appare e si manifesta, e lo definiamo 1
(Uno) in qualsiasi modo aggiungendo o togliendo a questo Uno sempre l’Uno resta. Esempio:
1 + 1 = 1 – oppure 1 – 1 = 1 Ma d’altronde questo concetto è stato già espresso molto
chiaramente in una Upanishad in cui è detto: “Se dal tutto togli il tutto solo il Tutto
rimane”
Paolo D’Arpini
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Commento di Giovanni Iapichino:
Gentile Paolo D’Arpini, sovente mi capita di leggere le Sue riflessioni ed ascoltarLa nel
corso di incontri organizzati dall’Associazione Giordano Bruno di Viterbo. Spesso
condivido quel che dice, meno spesso quel che scrive.
Colgo l’occasione per esprimere un mio punto di vista diverso rispetto a quanto da Lei
scritto sul Darwinismo.
Per me, ma ovviamente a dirlo sono anche più illustre personalità, la teoria darwianiana
è stata una delle poche ad essere stata confermata da conoscenze derivate da scienze
relativamente più giovani, vedi la genetica. Forse è la teoria che in maniera più decisa
e violenta ha fatto aprire gli occhi a (parte) dell’umanità sulla reale consistenza della
realtà. Affermare che l’esistenza dell’uomo, al pari delle altre specie animali e
vegetali, non è frutto di cause astoriche o metafisiche, ma solamente prodotto di “casi”
naturalistici, mette ovviamente in discussione ogni visione causalistica ed escatologica
del mondo. Questo dovrebbe far riflettere soprattutto chi si batte quotidianamente contro
tutti i tentativi di oscurare la realtà al fine di imporre “regimi culturali” che
giustifichino religioni e filosofie idealistiche.
Attenzione, qui non si tratta di sostituire a visioni della vita metafisiche il
darwinismo, che ovviamente non è nato per questo, ma solamente di approfondire tutte le
conoscenze che la scienza ci mette a disposizione per guardare bene negli occhi la realtà
che ci circonda. Questo per un “illuminato” dovrebbe essere quasi un imperativo
categorico, altrimenti si rischia solo di creare delle alternative a quelle che sono le
“spiritualità dominanti” organizzate in religioni o sette e rimanere sullo stesso piano
interpretativo. La scienza ha dei limiti e non può spiegare tutto, ma questo non è un
buon motivo per superare i limiti attuali delle nostre conoscenze scientifiche con le
favolette, gioco questo ben conosciuto dai teologi. Pertanto cerchiamo di definire sempre
il campo delle nostre definizioni e dibattiti, evitando di forzare l’entrata di argomenti
che mal si accostano all’argomento centrale con cui ha aperto la riflessione, vedi p.e.
la relatività di Einsten, perchè il rischio è di dire e giustificare tutto ed il contario
di tutto.
Dobbiamo stare molto attenti quando citiamo la parole spiritualismo o spiritualità, se
poì per giustificare la loro scelta si deve ricorrere a qualche forma di impianto
teologico-metafisico non sostenibile. Il credere a qualcosa di non dimostrabile può
essere una semplice deriva della nostra struttura neurale e cognitiva che ha pemesso
l’uomo di sopravvivere fino ad oggi (a noi ed altra specie): renderci conto di questo per
alcuni è un brusco risveglio, per altri potrebbe essere un invito a guardare il mondo e
tutti gli altri esseri viventi con maggiore rispetto ed amore.
Rendendomi conto che queste poche parole non possono avere esaurito un dibattito che
meriterebbe lunghe sessioni di discussione, chiudo questo mio commento con la speranza di
continuarlo nei prossimi tempi.
Le porgo i miei migliori saluti
Giovanni Iapichino