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Campagna antiproibizionista



INVITO AD ADERIRE ALLA CAMPAGNA ANTIPROIBIZIONISTA

PER ADESIONI: MICHELA GESUALDO mailto: mgesuald@ilmanifesto.it

Signor giudice ho piantato un seme.
Questa primavera partirà una campagna di disobbedienza civile che prevede il
diretto coinvolgimento dei consumatori e non, in un percorso di
autodenuncia.
Invitiamo tutti a piantare un seme di cannabis per poi consegnare
collettivamente la piantina un mese dopo nelle opportune sedi , al termine
di una giornata di mobilitazione generale con autodenuncia.
Riteniamo che la coltivazione della cannabis sia un diritto naturale come
per il basilico o l'uva, e che l'autodenuncia sia il modo più forte per
rivendicarlo e portare finalmente il proibizionismo sul banco degli
imputati.
Sul piano del diritto è sempre più evidente l'insostenibilità della
persecuzione di reati relativi alla sfera del comportamento privato.Oggi il
quadro internazionale sembra assumere coscienza di tutto ciò con il varo di
nuove norme e nuovi costumi legali, sopratutto in europa ma anche in Canada
e in California dove la riabilitazione della cannabis passa attraverso il
reinserimento nella farmacopea ufficiale per le sue innumerevoli proprietà
terapeutiche.
Anche in Italia il non senso legislativo  è compensato dall'accumularsi di
sentenze giuridiche non punitive, producendo nell'ultimo periodo una lunga
lista di assoluzioni per i canapicultori, purtroppo dissonanti con il quadro
poliziesco e politico.
E' di pochi giorni fa la proposta antiproibizionista della procura di
Catanzaro in occasione dell'apertura dell' anno giudiziario.
Il numero dei consumatori di cannabis in Italia è di alcuni milioni , una
rilevante fetta della polazione attiva discriminata anzi perseguitata per un
costume che attiene alla sfera del personale, costretti : all'angoscia del
fermo poliziesco, ad alimentare le narcomafie e a consumare prodotti
scadentissimi rispetto a ciò che si potrebbero autoprodurre.
Sono ormai decenni che la conoscenza di questa sostanza è penetrata a più
livelli nel DNA di questa società, riteniamo quindi sia giunta l'ora di
farsi interpetri di questo sentimento diffuso per  lanciare il mese
dell'orgoglio "tiaccaciniano", invitando tutti ad uscire allo scoperto per
rivendicare il diritto a usare per scopi ludici o curativi la cannabis ed i
suoi derivati.
La campagna verterà su due punti fondamentali :
1) Il ripristino dell'oggettività scientifica per uscire dall 'oscurantismo
con il riconoscimento delle proprietà terapeutiche della cannabis, per il
reinserimento nella farmacopea ufficiale.
2) Una battaglia di diritto per l'avanzamento delle libertà civili, per
l'affermazione del rispetto dovuto alla dignità dei consumatori, per il fine
di coltivare ciò che si consuma.
E' giunto il momento di saldare il fronte dell'antiproibizionismo attivo al
consumatore silenzioso e senza volto che vive quotidianamente sulla propria
pelle gli effetti del proibizionismo offrendo a tutti l'occasione di
partecipare ad una battaglia di libertà per l'affermazione del proprio
diritto ad utilizzare e coltivare liberamente la piu divertente delle piante
medicinali che la natura ha messso a disposizione del genere umano.

Csioa Villaggio Globale, Il Manifesto, Carta, Agricantus, Ice Badile Studio,
Gianni Troiani (c.naz  Baraldini ), Dino Frisullo ( pres.SenzaConfine ),
Franca Rame e Dario Fo, Enrico Flatzer ( dir. Radio K-Bologna ), Guido
Blumir.
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      Giurisprudenza e sentenze
( da  HYPERLINK http://www.fuoriluogo.it www.fuoriluogo.it )

      A cura di
      Angelo Averni
      e Tato Grasso

      L'ORIENTAMENTO DELLA GIURISPRUDENZA IN ORDINE ALLA ILLICEITÀ PENALE
DELLA COLTIVAZIONE DI SOSTANZE STUPEFACENTI FINALIZZATA ALL'USO PERSONALE

      Con il referendum popolare del 18 aprile del 1993 ed il conseguente
D.P.R. 171/93 sono state abrogate fra l'altro le sanzioni penali per i
consumatori di stupefacenti previste dall'art. 76 del Testo unico delle
leggi in materia di disciplina delle sostanze stupefacenti e psicotrope,
prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza,
approvato con il D.P.R. del 9 ottobre 1990 n. 309.

      Pertanto, le condotte di importazione, acquisto e detenzione di
sostanze stupefacenti per uso personale sono soggette alle sole sanzioni
amministrative ai sensi dell'art. 75 del d.P.R. 309/90.

      Questa situazione ha indotto la giurisprudenza, sia di merito sia di
legittimità, a porsi il quesito, alla luce del risultato del ripetuto
referendum, se l'attività della coltivazione finalizzata all'uso personale
possa o non rientrare nelle condotte depenalizzate.

      In questi anni, a partire dal 1993, sul punto si sono registrate
decisioni diametralmente opposte sia da parte della giurisprudenza di merito
sia da parte di quella di legittimità; le decisioni hanno riguardato
essenzialmente la pianta di Cannabis indica.

      La Corte di Appello di Catanzaro con la decisione del 23/3/1994, Noia,
si pronunciò nel senso che la coltivazione di stupefacenti, (Cannabis
indica), destinata ad uso personale, doveva ritenersi depenalizzata alla
luce del risultato del referendum, dovendo essa ricomprendersi nella nozione
di detenzione, latamente intesa.

      La decisione fu annullata dalla Corte di Cassazione, sezione VI, con
la sentenza del 29/9/1994, la quale ritenne che l'interpretazione estensiva
data dai giudici di merito non era accettabile in considerazione della
mancanza di presupposti necessari ed in considerazione della tassatività
delle prescrizioni contenute negli artt. 73 e 75 del d.P.R. n. 309/90, che
implicano una scelta ponderata e precisa del legislatore.

      Tuttavia la stessa Corte di Cassazione, sezione VI, con sentenza n.
6317 del 3/5/1994, Polisena, aveva in precedenza ritenuto di considerare la
coltivazione di Cannabis indica, destinata all'uso personale, come una
fattispecie depenalizzata rientrante nelle condotte previste dall'art. 75
del d.P.R. 309/90.

      Sul fronte del merito, il Giudice delle Indagini Preliminari (d'ora in
avanti G.I.P.) del Tribunale di Cuneo Gianoglio, con sentenza del
22/11/1994, assolse l'imputato perché la coltivazione di stupefacente (nella
specie tre piante di Cannabis indica), destinata all'uso personale,
rientrava, a seguito del risultato del referendum citato, nella condotta di
detenzione, interpretata estensivamente.

      Altri giudici di merito ritennero di investire incidentalmente la
Corte Costituzionale sulla possibile violazione dei principi di parità di
trattamento e di ragionevolezza in relazione all'art. 3 della Costituzione
che la condotta della coltivazione ad uso personale, di cui all'art. 73 del
d.P.R. 309/90, avesse nei confronti delle condotte depenalizzate di
importazione, acquisto e detenzione.

      Con sentenza del 23 dicembre 1994 n. 443, la Corte Costituzionale
respinse il ricorso con la motivazione che il giudice di merito rimettente
non aveva verificato "la possibilità di un'esegesi adeguatrice del dato
normativo impugnato in forza della quale l'operata depenalizzazione della
condotta di "detenzione" fosse interpretativamente estensibile alle condotte
di "coltivazione" e "fabbricazione" ".

      Pertanto, la decisione della Consulta sembrava propendere per la tesi
della depenalizzazione della condotta di coltivazione per uso strettamente
ed esclusivamente personale.

      Tuttavia la Corte di Cassazione, sezione VI, con sentenza n. 913 del
15/3/1995, Paoli, RV. 201631, ritenne che la condotta della coltivazione
destinata all'uso personale costituisse una fattispecie penalmente
rilevante.

      La stessa Cortedi Cassazione, sezione VI, con sentenza n. 3353 del
12/7/1994, Gabriele, RV. 199152, distinse tra "coltivazione in senso
tecnico-agrario" ovvero imprenditoriale costituita da una serie di elementi
(disponibilità del terreno, preparazione dello stesso, semina, governo dello
sviluppo delle piante, ubicazione dei locali destinati alla custodia dei
prodotti), ritenuta penalmente rilevante ai sensi degli artt. 26-28 del
d.P.R. 309/90, e "coltivazione domestica", costituita dalla messa a dimora
in vaso di poche piante nella propria abitazione, e ritenne che la seconda
andrebbe ricompresa nella "detenzione ad uso personale" e soggetta quindi
alle sanzioni amministrative di cui all'art. 75 del d.P.R. 309/90, alla luce
del risultato del referendum del 18/4/1993 (d.P.R. 5/6/1993, n.171).

      La giurisprudenza di merito registrò anch'essa decisioni contrastanti:
per un verso il Tribunale di Modena, con decisione del 19/12/1994, Novelli,
ritenne che la coltivazione era condotta distinta dalla mera detenzione
perché la prima comportava comunque un accrescimento della sostanza (nella
specie Cannabis indica) non previsto nella detenzione e, di conseguenza,
reputò la coltivazione una condotta penalmente rilevante.

      In altro senso si pronunciò il G.I.P. del Tribunale di Vicenza che,
con la decisione del 29/7/1994, Rovolon, affermò che, a seguito del
referendum, la coltivazione di sostanza stupefacente non costituiva reato in
difetto della prova che fosse destinata allo spaccio, considerando
implicitamente depenalizzata la coltivazione ad uso personale.

      Alcuni giudici di merito sollevarono nuovamente ricorso, in via di
eccezione, dinanzi alla Corte Costituzionale sul presupposto della lesione
del principio della parità di trattamento e dell'irragionevolezza ai sensi
dell'art. 3 della Costituzione tra fattispecie analoghe, (acquisto,
importazione e detenzione da un lato, coltivazione dall'altro), tutte
finalizzate all'uso personale.

      Con sentenza del 24 luglio 1995 n. 360, la Corte costituzionale
respinse il ricorso escludendo la disparità di trattamento ritenendo la non
comparabilità delle diverse condotte prese in esame dalla legge ed
affermando: "Costituisce poi questione meramente interpretativa, rimessa
altresì al giudice ordinario, la identificazione, in termini più o meno
restrittivi, della nozione di "coltivazione" che, sotto altro profilo,
incide anch'essa sulla linea di confine del penalmente illecito".

      Pertanto, la Consulta lasciò volutamente aperti ampi spazi
interpretativi nei quali la giurisprudenza di merito e di legittimità
continuò ad avere opposti orientamenti.

      La Corte di Cassazione, sezione VI, in una successiva pronuncia in
data 7 novembre 1996, Garcea, ritenne l'attività di coltivazione penalmente
rilevante a prescindere dalla destinazione di uso che il coltivatore (nella
specie di Cannabis indica) ne intendesse fare.

      Il Tribunale di Teramo, con la decisione del 25/9/1996, Santarelli,
giudicò penalmente rilevante la sola condotta di coltivazione "in senso
tecnico-agrario" o "imprenditoriale", confinando nell'area depenalizzata la
condotta di "coltivazione domestica".

      Secondo una notizia riportata dal quotidiano "Corriere della Sera"
dell'11 aprile 1997, il GIP Sergio Piccinni Leopardi assolse una ragazza
perché la coltivazione di qualche pianta (nella specie cinque vasi di
Cannabis indica) destinata all'uso personale non costituiva reato.

      Nello stesso senso si pronunciò il G.I.P. del Tribunale di Ravenna con
decisione del 30/1/1998, Mingozzi, ritenendo la condotta della "coltivazione
domestica" compresa nelle condotte depenalizzate dell'art. 75 del d.P.R.
309/90.

      In senso diametralmente opposto si pronunciò invece il Tribunale di
Chieti in data 23/1/1998, De Nino, affermando che non si possono
discriminare le condotte a seconda delle diverse modalità di coltivazione
(in vaso, in terreno, in serra, o altrove) trattandosi solo di differenti
modalità della stessa azione, e considerò la coltivazione come condotta
penalmente rilevante.

      Il G.I.P. del Tribunale di Venezia, Galasso, con sentenza del
8/5/1998, ritenne invece che "la coltivazione domestica, che si risolve
nella messa a dimora di poche piante per uso personale, integra un'ipotesi
di detenzione per uso personale, come tale depenalizzata e colpita solo con
sanzioni amministrative".

      Emise una decisione dello stesso tenore anche il Tribunale di
Macerata, secondo la notizia riportata dal "Giornale di Sicilia" del
18/12/1997, affermando che la coltivazione "di una o poche piante alla volta
depone nel senso della destinazione all'uso personale" ed assolse due
giovani perché "il fatto non costituisce reato".

      Più di recente, secondo quanto riportato dal "Giornale di Sicilia" del
21/3/1999, il Tribunale di Termini Imerese ha assolto un giovane sorpreso a
coltivare sei piante di Cannabis indica con la motivazione che la
coltivazione era destinata all'uso personale.

      Il G.I.P. del Tribunale di Campobasso in data 7/8/1999, secondo la
notizia riportata dal quotidiano "Nuovo Molise" del giorno 8/8/1999, n. 187,
ha assolto un giovane accusato di coltivazione di canapa indiana.

      Il Giudice dell'Udienza Preliminare del Tribunale di Firenze, dott.ssa
Pioli, con sentenza in data 22/12/1999, n. 722/99, ha assolto l'imputata,
richiamandosi alla sentenza di Cassazione, sezione VI, 3/5/1994, n. 6317 e
alla sentenza della Corte Costituzionale n. 360 del 21/7/1995, perché la
condotta di coltivazione per uso personale (nella specie tre piante di
Cannabis indica) non costituisce reato.

      Secondo la notizia riportata dal quotidiano "La Repubblica" in data
13/5/2000, è stato assolto un giovane nella cui abitazione erano state
rinvenute quattro piante di Cannabis indica perché destinate ad uso
personale.

      Ultimamente è di nuovo intervenuta la Corte di Cassazione, sezione IV,
con sentenza 10 marzo - 5 aprile 2000, n. 4209, la quale, aderendo
all'impostazione più restrittiva, ha sostenuto che: "L'attività di
coltivazione (nella specie 18 piante di Cannabis sativa), costituisce reato
a prescindere dall'uso che il coltivatore intende fare della sostanza
ricavabile, dal momento che la coltivazione e la detenzione costituiscono
due condotte del tutto distinte e l'articolo 75 del d.P.R. 309/90, come
modificato dal d.P.R. 171/93 all'esito del referendum del 18 aprile 1993,
non fa alcun riferimento all'attività di coltivazione".

      La dottrina di Giuseppe Amato (La disparità con la detenzione di
minime quantità impone l'intervento della Corte Costituzionale, in "Guida al
diritto", 3 giugno 2000, pp. 70-71), commentando tale ultima decisione,
acutamente rileva che se gli imputati fossero stati sorpresi a detenere la
sostanza ricavata dalle piantine, dopo la raccolta, sarebbero stati
sicuramente assolti ai sensi dell'articolo 75 del d.P.R. 309/90; ma, dato
che l'intervento delle forze dell'ordine è avvenuto prima di tale
operazione, la condotta di coltivazione è stata ritenuta di rilevanza
penale. Detta conclusione appare "inaccettabile" ad avviso dell'autore, che
postula un ulteriore pronunciamento della Corte Costituzionale per la
evidente lesione che presuppone del principio della parità di trattamento ai
sensi dell'articolo 3 della Costituzione.

      La giurisprudenza di merito si e' recentemente arricchita di altri due
pronunciamenti: il Tribunale del riesame di Cagliari , con sentenza del
28/7/2000 e, ultimo in ordine cronologico, il Tribunale di Ferrara, secondo
quanto riportato dal giornale La Nuova Ferrara del 13/9/2000, hanno entrambi
sostenuto che la coltivazione di poche piante di Cannabis indica, destinata
al solo consumo personale, e' da considerarsi come una condotta rientrante
nella "detenzione" e quindi compresa nella previsione dell'articolo 75 del
T.U. 309/90 e soggetta a semplici sanzioni amministrative.

      Pertanto, a fronte di tali opposti orientamenti giurisprudenziali, è
atteso sia in sede giurisprudenziale sia in sede dottrinale un intervento da
parte del legislatore, volto a dirimere in modo definitivo i contrasti in
atto.