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L'ipocrisia, un affare di guerra



 TOMMASO DI FRANCESCO - il Manifesto | 15 Maggio 2012 


        Parla il generale Fabio Mini: «Il problema moderno è l'individuazione 
di ciò che degenera in guerra e che conduce gli strumenti militari pubblici a 
servire interessi di privato profitto»

Un lucido e attualissimo pamphlet «Perché siamo così ipocriti sulla guerra» 
(ed. Chiarelettere, 84 pp, 7 eur)o di cruda denuncia dello strumento della 
guerra, a partire dal suo impianto ingannevole ed «ipocrita»; scritto da un 
«tecnico» che più politico e più controcorrente non si può: il generale Fabio 
Mini, già comandante generale della Nato in Kosovo. A lui abbiamo rivolto 
alcune domande, mentre la guerra conferma ad ogni ora la sua attualità e con 
essa l'inesistenza della sinistra (vecchia e nuova) che nemmeno si accorge di 
questa centralità.
Se, come lei scrive, l'ipocrisia è l'ombra sporca che precede, gestisce e 
memorizza la guerra legittimandola dentro una nuvola di buoni sentimenti e 
scopi «umanitari», com'è possibile che questa evidenza, troppo spesso 
supportata da «media indipendenti», alimenti i governi e i potenti sostenuta 
dai poteri sovranazionali che su questa ipocrisia dovrebbero vigilare?
L'ipocrisia non ha limiti e soprattutto fa comodo sia a chi ha la coscienza 
sporca sia a chi vorrebbe non sporcarsela. Di questi tempi è anche diventata un 
placebo per la pubblica opinione che conta molto e per questo è diventata 
l'obiettivo privilegiato delle manovre di manipolazione dell'informazione. 
Lei elenca molti fatti bellici della storia del XX secolo, dalla atomiche 
americane su Hiroshima e poi su Nagasaki, ma anche eventi degli ultimi venti 
anni (dall'Iraq alla Somalia, dal Kosovo all'Afghanistan, fino alla Libia) che 
hanno contrassegnato spesso il trionfo della menzogna, l'assassinio della 
verità come prima vittima di guerra, con l'emergere dei falsi pretesti... 
Come generale della Nato voglio ricordare in particolare i colloqui di 
Rambouillet che nel 1999 avrebbero dovuto e potuto evitare la guerra in Kosovo 
ma sono saltati per la strumentalizzazione di un falso massacro: quello di 
Racak. I cadaveri c'erano davvero ma non erano i tragici resti di una 
esecuzione di massa di civili innocenti. Erano il frutto di una sceneggiatura 
da parte dell'Uck, che in quel periodo già godeva del sostegno di molte 
diplomazie e servizi segreti occidentali. In una notte, una cinquantina di 
corpi di combattenti e di civili morti negli scontri con le forze di sicurezza 
serbe furono ammucchiati in un fosso. Il capo della Missione di Verifica 
dell'Osce Walker non aspettò né di vedere i corpi né di verificare le cause dei 
decessi. Rilasciò dichiarazioni di fuoco parlando di eccidio, genocidio e 
massacro. La stampa internazionale fece il resto, ma sembrava che tutti non 
aspettassero altro per iniziare la guerra. Le condizioni imposte ai serbi a 
Rambouillet con il pretesto di Racak erano semplicemente inaccettabili. 
Lei scrive che la scelta dell'ipocrisia da parte dei governi nell'approccio 
alla guerra deriva dal fatto che essa rappresenta un grosso affare. È possibile 
che stiamo andando verso una mega-ipocrisia, vale a dire la preparazione di 
un'altra guerra (qualcuna già si annuncia) «umanitaria», ma in realtà 
considerata proficua e necessaria come innesco di un trend di investimenti 
utili ad una sortita dalla crisi del capitalismo globale?
Questo è in effetti lo scenario più probabile per tutte le attuali crisi 
internazionali, dall'affare della Corea del Nord alla Siria passando ovviamente 
per l'Iran e tutto il Mediterraneo. Gli affari sono una costante delle cause 
delle guerre e l'attuale crisi economica globale può essere collegata ai grossi 
affari fatti dai promotori delle guerre ai danni sia delle vittime sia degli 
attori principali. Il discutibile principio economico che vede il debito come 
uno strumento di raccolta di risorse è diventato un' ideologia ancora più 
ipocrita e dannosa inventando il «debito sovrano» proprio per finanziare le 
guerre. L'ipocrisia è anche un po' ironica perché un debito non rende nessuno 
sovrano, ma fa diventare schiavi. Se poi la guerra viene intesa in senso lato e 
«senza limiti» materiali e concettuali allora la stessa crisi globale è una 
guerra in cui le istituzioni statali, anche le più forti, sono vittime di bande 
di affaristi. 
Com'è che nella coscienza collettiva e nell'opinione pubblica, questi 
fenomeni, pur manifestandosi come un dejà vu, diventino la normalità, perché 
«così è la guerra...», dimenticando che le armi possono ritorcersi contro chi 
le usa (come addestrare fuori casa terroristi che poi tornano, in proprio, a 
saldare il conto; o come la gran quantità di spostati sociali che ormai sono 
diventati i veterani di guerra)? E com'è che, nel confronto e vanto delle 
civiltà, i nostri crimini occidentali di guerra, siano cancellati? Lei ricorda 
in particolare i bombardamenti con le cluster bomb sulle città jugoslave e il 
fosforo su Falluja...
La gente di tutto il mondo sta vivendo nello smarrimento. Molti principi sono 
caduti, i miti non servono più a unire patos, etos ed etnos, ma diventano 
disgreganti e fallaci. La gente ha bisogno di «normalità» e grazie 
all'ipocrisia cade facilmente nella trappola di considerare normale anche ciò 
che non lo è. La guerra è sempre stato un fatto eccezionale, ma il bisogno di 
normalità rende la stessa guerra un evento normale, consueto, utile e perfino 
eticamente giustificato. Da questo punto ogni eccesso è somatizzato e tutto ciò 
che avviene in guerra è normale: dall'eroismo al massacro. Noi occidentali per 
definizione ci riteniamo esenti dai crimini di guerra collettivi: attribuiamo 
questi reati agli avversari di turno e processiano i nostri criminali come 
semplici «mele marce». La soglia di «normalità» è spacciata per sicurezza. 
Lei sottolinea i limiti del pacifismo, che arriva sempre dopo - anche se negli 
Stati uniti contro la guerra del Vietnam, per vastità e intensità, diventò 
«fronte interno». Dobbiamo tentare allora il «pacifismo preventivo»? E quanto 
vale ancora l'impianto della nostra Costituzione che, alla fine della Seconda 
guerra mondiale e del ruolo ambiguo che in essa ha giocato l'Italia, bandisce 
la scelta della guerra «nel dirimere le controversie internazionali»?
Intanto dobbiamo denunciare le mistificazioni e non ci dobbiamo stancare di 
ragionare con la nostra testa. Il pacifismo preventivo è un concetto analogo 
alla guerra preventiva. Entrambi vorrebbero prevenire la guerra ma in realtà ne 
accettano la normalità. La guerra è normale anche perché gli strumenti di 
guerra, gli eserciti, sono stati banalizzati, i soldati si sentono pacifisti e 
vengono impiegati per ogni esigenza non tanto eccezionale, ma che non conviene 
o non si vuole risolvere con altri mezzi. La pletora di «emergenze» che vengono 
militarizzate, i commissari straordinari, le leggi speciali, gli «stati di 
eccezione» hanno reso le forze armate dei normali esecutori ai quali si può 
chiedere tutto e comodi alibi per l'impotenza o l'incapacità. Allo stesso tempo 
hanno reso comune quell'intervento militare che sanzionava ogni vera emergenza 
nazionale. La nostra Costituzione ha ripreso un concetto del nuovo diritto 
internazionale e ripudia la guerra «come strumento di risoluzione delle 
controversie» fra stati. E infatti non ci sono più guerre fra stati, quindi 
l'articolo 11 fa il suo mestiere. Tuttavia con la complicità dell'ipocrisia 
molte operazioni militari e alcune missioni «d'ingerenza umanitaria» finiscono 
per assolvere gli stessi compiti che un tempo avevano le guerre coloniali, di 
aggressione e di conquista. Il problema moderno non è più la dichiarazione 
formale di guerra, ma l'individuazione di ciò che «de facto» è guerra, ciò che 
degenera in guerra e ciò che conduce gli strumenti militari pubblici a servire 
interessi di privato profitto. Anche il pacifismo dovrebbe servire a questo e 
non semplicemente a denunciare il militarismo che è comunque una deviazione 
ideologica. Da militare rivendico il diritto della guerra di essere un fatto 
eccezionale che riguarda tutti i cittadini e di riservare ai militari il 
rispetto che si deve a coloro che s'impegnano a rischiare la vita per garantire 
la sicurezza. Rivendico anche il dovere dei militari di delineare le 
caratteristiche «de facto» delle missioni che la politica intende assegnare. 
Spetta a noi verificare i limiti di liceità, modalità e normalità delle 
operazioni militari. Abbiamo il dovere di definire la fattibilità delle 
missioni in base alle risorse disponibili e soprattutto la probabilità di 
successo nel raggiungimento degli scopi. Sempre a noi spetta il dovere di dirlo 
chiaramente sapendo che averlo detto non esonera nessuna catena decisionale o 
di comando dalle responsabilità.