Imputato: il diritto alla vita



Imputato: il diritto alla vita
 di Riccardo Cascioli

Una potente lobby internazionale ha scelto come strategia le iniziative giudiziarie per imporre ai singoli Paesi la legalizzazione di aborto, eutanasia ed unioni omosessuali. Dall’America Latina all’Europa sempre più spesso i giudici scavalcano governi e parlamenti su questo tema. Un orizzonte da tenere presente nel dibattito italiano sul “fine vita”.

[Da «il Timone» n. 77, Novembre 2008]

«Alla legge, alla legge», è il grido che si è alzato dopo la sentenza della Corte di Cassazione dell’ottobre 2007 e della Corte di Appello di Milano del luglio 2008 sul caso Eluana Englaro che, di fatto, aprono la porta all’eutanasia. La Cassazione, chiamata a pronunciarsi sul caso della giovane lecchese in coma dal 1992 in seguito a incidente stradale e alimentata con un sondino, ha detto che questo si può staccare a due condizioni: se lo stato vegetativo è irreversibile, cioè se la scienza medica stabilisce che Eluana non potrà mai tornare indietro, e se si accerta che lei non avrebbe mai accettato sostegni vitali per vivere in condizioni simili, preferendo piuttosto morire. La Corte di Appello di Milano ha poi decretato che nel caso di Eluana le condizioni ci sono. Da qui la scelta, anche della Conferenza episcopale italiana, di invocare un intervento legislativo in modo da evitare la deriva dell’eutanasia.

La scelta non è stata indolore e numerose sono state le polemiche e i dibattiti al proposito tra chi difende il diritto alla vita, cattolici e non.
Non vogliamo qui entrare nel cuore della discussione sui contenuti di una eventuale legge sul “fine vita” (come la chiamano il presidente delta Conferenza episcopale italiana, card. Angelo Bagnasco e il sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella) o sul “testamento biologico”, come la chiamano un po’ quasi tutti gli altri.
Vogliamo invece affrontare la questione da un’angolazione diversa, iniziando dall’atto che ha dato il via al dibattito, ovvero la sentenza della Cassazione, sono stati in molti a stigmatizzare questa invasione di campo del giudici che — con il pretesto dell’interpretazione — di fatto ridisegnano la legge a modo toro saltando il Parlamento, espressione della volontà popolare e unico organo legittimato a decidere le leggi.

La domanda che dobbiamo porci allora è: possiamo ritenere questa “invasione di campo” un semplice incidente? O è parte di una strategia più ampia per forzare le leggi e imporre in questo modo princìpi e norme che attraverso la volontà popolare non passerebbero così facilmente?

Sicuramente in Italia dai tempi di Tangentopoli assistiamo a un continuo tentativo del potere giudiziario sostituirsi al potere politico, e questo ha senza dubbio creato un’abitudine, un’inclinazione. In questo caso, il discorso sarebbe più o meno questo: “Visto che di testamento biologico ed eutanasia si parla tempo ma in Parlamento non si arriva a nulla, ci pensiamo noi con una bella sentenza, che diventa un precedente per tutti i casi analoghi”. In fondo si tratterebbe di un incidente dovuto a una anomalia tutta italiana.

Per verificare la correttezza di questa ipotesi è necessario confrontare ciò che sta avvenendo nel nostro Paese con ciò che avviene altrove. Ed è allora che scopriamo che a livello internazionale già da anni opera una potente ed efficace lobby contro la vita che ha scelto la via giudiziaria per scardinare le legislazioni nazionali che ancora resistono alla cultura della morte. Il massimo dello sforzo si concentra sull’aborto, che si vuole “promuovere” a diritto umano universale, ma per l’eutanasia la strada non è diversa. Senza contare che se davvero l’aborto venisse riconosciuto quale diritto fondamentale, lo stesso principio dell’autodeterminazione si applicherebbe tale a quale all’eutanasia.

Ad esempio, negli Stati Uniti ha sede una organizzazione, The Center for Reproductive Rights (CRR), che può contare sull’apporto di decine e decine di avvocati che studiano sia la singole legislazioni nazionali sia le convenzioni internazionali al solo scopo di trovare i cavilli che permettano di forzare le leggi e di fornire le interpretazioni “corrette” ai documenti firmati dai governi sotto l’egida dell’ONU. Il CRR è collegato a numerose organizzazioni non governative nazionali che si avvalgono della sua consulenza: obiettivo principale sono le legislazioni dell’America Latina — che ancora sono le più favorevoli alla vita — ma il CRR ha avuto una parte importante anche nella prima stesura delta Costituzione del neonato stato del Kosovo, dove si cercava di introdurre in modo subdolo sia l’aborto sia il matrimonio omosessuale. Solo pochi mesi fa, in marzo, il CAR ha pubblicato un documento (“Bringing Rights to Bear”, fare dei diritti una realtà) in cui intende dimostrare che, in base a una sane di raccomandazioni fatte dalle Commissioni ONU, i singoli Paesi sarebbero obbligati a legalizzare l’aborto in quanto parte degli impegni giuridici internazionali sottoscritti.

Il CRR, creato nel 1992, è da sempre in prima linea nel condurre una strategia “mascherata” per ridefinire il diritto alla vita, ma è soprattutto dopo la metà degli anni ‘90 che la sua azione ha moltiplicato la propria efficacia. Il motivo e soprattutto nel fatto che l’azione del CRR diventava strategica per un gruppo di agenzie dell’ONU che, dopo le Conferenze internazionali del Cairo (sulla popolazione, 1994) e di Pechino (sulla donna, 1995), aveva deciso una strategia per integrare l’ideologia radicale nel diritto internazionale in materia di diritti umani (della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ai trattati più recenti). Tale strategia è il risultato di una conferenza tenutasi nel dicembre 1996 a Glen Cove, New York, organizzata da Fondo Onu per la Popolazione (UNFPA), Alto Commissariato per i Diritti umani e Divisione Onu per la Promozione della Donna (DAW). Tutti i dettagli di questo incontro e della strategia messa in atto si possono leggere in un interessante libro bianco pubblicato dal Catholic Family and Human Rights Institute (scaricabile dal sito dell’istituto www.c-fam.org) dal titolo “Rights by Stealth”. Ciò che è comunque importante sapere è che in questa strategia è fondamentale il ruolo delle organizzazioni non governative che in ogni Paese si incaricano poi di pressare governi e parlamenti, anche attraverso iniziative giudiziarie. L’America Latina è piena di esempi al proposito e non solo per quel che riguarda l’aborto: basti ricordare che in Colombia l’eutanasia è stata introdotta da una sentenza della Corte Costituzionale undici anni fa malgrado la forte opposizione sociale. Tanto che soltanto in questi mesi il Parlamento sta dando seguito a quella sentenza con una legge che, al momento in cui scriviamo, attende l’approvazione definitiva in Parlamento.

La stessa strategia viene seguita nell’ambito dell’Unione Europea, come ad esempio nel tentativo di eliminare la possibilità dell’obiezione di coscienza del personale sanitario in materia di aborto (cfr. Il Timone, n. 51, pp. 18-19) o di imporre la legalizzazione dei matrimoni omosessuali.

Se questo è l’orizzonte in cui ci si muove, appare evidente che se ne debba tenere ben conto in Italia nel momento in cui si propone una legge sul fine vita. Non c’è dubbio che qualsiasi minimo cedimento nella direzione voluta dalla succitata lobby non potrà che incoraggiare altre iniziative giudiziarie e rafforzare il “partito della morte”.

® Il Timone
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