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SADDAM. E BUSH?
- Subject: SADDAM. E BUSH?
- From: "Valentino R" <semjase at tin.it>
- Date: Sun, 31 Dec 2006 17:02:48 +0100
Domenica, 31 Dicembre 2006 - 13:30
-
di Fabrizio Casari
Pare che Bush dormisse mentre il raìs iracheno
dormiva. L'amico di un tempo, promosso a tiranno da nuovi equilibri, deve
avergli dato l'ultima seccatura, svegliandolo nel cuore della notte. L'uno, il
rais, un tempo alleato poi promosso a tiranno, scalciava nella botola del nuovo
Iraq. L'altro, il tiranno di oggi e amico di un tempo, sbadigliava, costretto ad
una alzataccia. Le ultime parole del rais assunto a vittima devono averlo
rassicurato: non parlavano della famiglia reale statunitense, la dinastia Bush.
Parlavano dell'Iraq. Non citavano il Brent o l'indice Dow Jones, stringevano il
Corano. Pronto, il tiranno di oggi e l'amico di un tempo, sonnolento quanto
gaudente, ha definito l'uscita di scena del nemico di oggi "un atto di
giustizia". Di più, "una pietra miliare nella costruzione della democrazia". Ma
Saddam l'ha battuto sul tempo ancora una volta: ha incitato gli iracheni
all'unità contro gli invasori, prima ancora che il dormiente texano potesse
proclamare la
sua vittoria in Iraq. Il rais è morto da presidente, il texano
ha parlato da proconsole.
La morte di Saddam annuncia una vittoria che
non ci sarà mai. Al suo posto, la vendetta. Tremila morti e sessantamila feriti
dopo la proclamazione della "guerra terrore", dall'Afghanistan all'Iraq proprio
il terrore abita pervicacemente ovunque ci sia l'inquilino non gradito, il
marines "liberatore". Appare evidente come l'uccisione di Saddam possa apparire
l'atto di nascita di una democrazia per un paese che, appese ad una forca o
fritte su una sedia elettrica, è abituato a sistemare tutte le sue
contraddizioni. Dichiara la morte degli incompatibili per coprire il marcio di
un sistema che, come un virus inarrestabile, mentre espone il mondo all'orrore
dei tempi sbagliati dell'unilateralismo a stelle e strisce, consuma l'ultimo
margine di credibilità e di leadership di una potenza ormai, più che inutile,
dannosa.
Saddam aveva scelto di non recitare la parte che la Casa Bianca
aveva previsto. Ha scelto di sottrarsi ad un destino modello Noriega (il
generale panamense un tempo alleato, poi arcinemico degli Usa arrestato a
seguito dell'invasione di Panama, detenuto a Miami e condannato all'ergastolo
ndr). Invece di tacere ha deciso di parlare; piuttosto che ammettere le sue
colpe ha messo in discussione la legittimità della Corte che lo giudicava e le
vergogna delle procedure dibattimentali. Come già avvenuto con Milosevic, le
farse processuali a scopo formale si sono dimenate nel deserto del diritto,
proprio nello stesso tempo in cui Washington rifiuta la costituzione del
Tribunale Penale Internazionale. Anzi, coerentemente almeno in questo, rifiuta
un possibile Tribunale Internazionale per i crimini di guerra proprio perché, se
vi fosse, non potrebbero esistere quelli ordinati a la carte, come Casa Bianca
chiede. E mette nero su bianco nelle sue leggi che nessun cittadino
americano,
militare o civile che sia, potrà mai essere giudicato da una
Corte non statunitense, certificando una superiorità giuridica che poggia solo
sulla supremazia militare. Suoi sono gli "interessi vitali", sue le leggi, sue
le Corti, perché sue sono anche le "guerre sante"; contro il terrore a parole,
contro il diritto con le armi.
In un estremo atto di codardia, Saddam è
stato giustiziato dai boia iracheni dopo che era stato deposto dagli americani,
catturato dagli americani, processato da giudici scelti dagli americani,
condannato alla pena capitale come richiesto dagli americani, giustiziato
rapidamente su ordine degli americani. I boia, però, almeno quelli, ce l'hanno
messi gli iracheni. Boia probabilmente formatisi proprio alla scuola del rais,
certo non avaro di truculenze, individuali o collettive che fossero. Anche per
questo forse era diventato così amico della dinastia texana. Che lo incontrava,
l'omaggiava e lo sosteneva. Lo armava, lo istigava e lo difendeva finché l'Iraq,
pure apparentemente lontano da Washington, muoveva la maggiore carneficina
dell'area negli ultimi trent'anni aggredendo l'Iran.
Che Saddam fosse un
satrapo sanguinario non toglie nulla alla gravità di una guerra illegittima, ad
una occupazione illegale, a milioni di morti che dal 1991 ad oggi hanno scandito
la discesa agli inferi dell'Iraq. Uccisi da guerre, embarghi ed invasioni, gli
iracheni non appaiono mai nella contabilità dei morti innocenti. Eppure sono
milioni, due generazioni che hanno interrotto discendenze e futuro per la sete
di petrolio e di gloria della dinastia texana.
Saddam ha ucciso i
dissidenti, invaso a scopo espansionistico i paesi confinanti, utilizzato armi
battereologiche contro le minoranze, terrorizzato la popolazione. Si è
arricchito e ha teorizzato la distruzione di intere etnie. Ma è stato aiutato a
farlo proprio da coloro che l'hanno mandato a morire. "Pietra miliare della
democrazia" ha definito Bush la sua morte. Ma di quale democrazia? La versione
da esportazione non pare un esempio fulgido di quella che Churcill definiva il
minore dei mali: guerre illegittime ed invasioni illegali, torture e utilizzo di
armi proibite, occupazioni di territori altrui, instaurazione di governi
illegittimi, rastrellamenti di popolazioni. E anche sulla facciata destinata
all'interno, non c'è da esserne fieri: abolizione dell'habeas corpus,
intercettazioni e detenzioni illegali, sequestri di cittadini e menzogne diffuse
a piene mani, teorizzazioni di guerre sante (definite scontro di civiltà) e
arricchimenti smodati dei suoi messimi vertici,
interdizione a fini
politici dei codici civili e penali.
Se dunque Saddam è stato processato
e impiccato per i crimini commessi, cosa dovrebbe riservare la storia per George
Bush? Di quale Norimberga ci sarà bisogno per chi ha calpestato i fondamentali
del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli? Non ci sarà,
purtroppo, nessuna Norimberga per l'inquilino della Casa Bianca. Nè é
ipotizzabile che siano gli americani a chiedere al mondo un giudizio sulle loro
politiche. Gli Stati Uniti, da Lincoln a Bob Kennedy, amano risolvere in casa le
contraddizioni insanabili tra opinioni ed interessi, mentre all'estero
preferiscono invadere quelli che alle loro opinioni e ad i loro interessi non
obbediscono. Oggi, l'interesse dell'inquilino della casa Bianca è quello di
giocarsi il tutto per tutto davanti agli elettori. Di dimostrare a loro che è
capace di andare fino in fondo. Diversamente da chi, in Viet-Nam, dovette
ritirarsi e diversamente anche da suo padre, al quale consegna il trofeo che
testimonia l'età adulta del figlio
ritenuto incapace.
Il prezzo
da pagare per le proiezioni dionisiache del clan dei texani arriverà sul conto
scoperto della stabilità della regione mesopotamica. Gli sciiti, nemici giurati
di Saddam finché era in vita, lo arruoleranno tra i martiri dell'Islam. I
sunniti, che grazie a Saddam si erano trasformati da minoranza in onnipotenza,
lo eleggeranno a simbolo della resistenza. Il rigetto per una esecuzione senza
legge fiancheggerà l'odio per la prepotenza. Tyllerand riteneva che un errore
fosse molto peggio di un crimine, ma quando errore e crimine marciano insieme, è
difficile stabilire la graduatoria.
In una assurda gerarchia tra vergogne
diverse, l'unica certezza è che, per ora, ha vinto l'ingiustizia mascherata da
idiozia.
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