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menzogne radioattive
Le rivelazioni e le accuse di Padre Bejamin
Un muro di ipocrisia dietro al quale gli Stati e le organizzazioni
mondiali si trincerano. Un prete che da dieci anni lotta per fare
conoscere la verità. Padre Jean-Marie Benjamin sulla questione “uranio
impoverito” lancia accuse al vetriolo.
Cosa pensa dell’ultima indagine medica condotta da una commissione di
esperti del ministro della Difesa, presieduta dal professor Franco
Mandelli?
Sono molto inquadrati, io so indirettamente che hanno avuto delle
raccomandazioni sul risultato finale… L’inchiesta Mandelli, come tutte le
inchieste che faranno, non potrà mai ammettere che abbiamo inquinato
l’Europa per gli anni a venire. Vorrebbe dire riconoscere che l’Italia è
colpevole, che l’Europa e che la Nato sono colpevoli.
Dopo che la fulminea Desert Storm americana mise a tacere la boria di
Saddam Hussein e il deserto tornò alla sua immobilità millenaria, lei si
chiese cosa era accaduto alle popolazioni e ai bambini iracheni e iniziò
a viaggiare verso il sud dell’Iraq, la parte più colpita del Paese. Qual
è la sua testimonianza?
Denuncio un alto tasso di radioattività e di contaminazione
radioattiva ormai da due anni. Quando non hanno più potuto nascondere che
gli A10 sparano proiettili all’uranio impoverito, non hanno più potuto
negare. Fin dal 1999 ho provato a coinvolgere le autorità italiane, senza
riuscirci.
Da anni lei chiede di inviare in Iraq una commissione di esperti, ma
né l’Unione europea né il Governo italiano hanno mai inviato alcuna
delegazione. Perché?
La ragione è molto semplice: dovrebbero ammettere che ormai il 40-48
per cento del territorio è al momento contaminato dall’espansione delle
tempeste di sabbia, con una prospettiva spaventosa di decessi e di
aumenti di malattie fino al 700 per cento. Nessuno studia l’inquinamento
delle falde acquifere, o dell’ecosistema. Migliaia di proiettili
radioattivi sono caduti sul territorio e oltre 2000 carri armati sono
stati colpiti dai missili all’uranio. Quei carri ora stanno arrugginendo
nel deserto: una ruggine radioattiva che si disperde in polvere nelle
tempeste di sabbia contaminando l’ambiente.
Nel ’90 i giornali erano come impazziti. Qualche giornalista esprimeva
la propria ammirazione per una guerra lampo “con pochi morti e un buon
risultato”. È stato così?
L’effetto dell’esplosioni durante la guerra del Golfo ha provocato
oltre 50mila morti fra i bambini nel sud dell’Iraq. L’effetto secondario
della contaminazione, che durerà per molti secoli, farà danni ben
maggiori. In Iraq aumentano del 200 per cento le leucemie, il cancro, le
malformazioni dei bambini.
Ma i mezzi di informazione oggi la stanno appoggiando?
Ho fatto venire la settimana scorsa a Roma alcuni esperti iracheni:
la Rai ha passato il servizio all’1.20 di mattina e i media non hanno
diffuso assolutamente i dati emersi nella conferenza stampa. I comandi
militari non possono pubblicare notizie di questo genere, vista la
posizione della Nato, che è quella del Pentagono. Hanno persino bloccato
l’informazione sul Washington Post quando stavano per pubblicare uno
speciale. E la Nato va anche a fare ironia dicendo che «l’uranio
impoverito non inquina più di un cellulare».
Cosa è emerso dalla relazione degli scienziati di Baghdad?
Gli esperti iracheni che lavorano nelle basi hanno costituito
stazioni di prelievo e hanno identificato la presenza di particelle
radioattive nel sangue dei pazienti. Il ministro iracheno della Sanità ha
scritto all’Oms, all’Agenzia atomica di Vienna, al Segretario generale
delle Nazioni Unite chiedendo l’invio di esperti. Nessuno ha risposto,
nessuno viene inviato in Iraq.
Fra i politici italiani con cui lei ha avuto modo di parlare, chi si è
dimostrato più disponibile?
Il ministro della Difesa Sergio Mattarella mi ha incontrato due mesi
fa: ho presentato tre chili di documentazione. Mi ha risposto che
dobbiamo aspettare le commissioni di inchiesta, ma ha ammesso che sulla
vicenda c’è stata poca trasparenza. L’unico che si è mosso attualmente è
il ministro per le Politiche Comunitarie Gianni Mattioli che ha scritto
alla commissione europea per l’ambiente raccomandando di inviare una
commissione in Iraq. Solo andando sul luogo si può capire meglio il
problema: e non si può più dire – come accade sempre più spesso - che i
documenti del ministero iracheno sono inaffidabili. Qualcosa si muove, ma
dietro a tutto questo ci sono pressioni: non vogliono annullare
l’embargo.
Quali interessi ci sono oggi a mantenere l’embargo?
Con l’embargo non si sentono in dovere di dare assistenza ai malati:
dovrebbero ammettere i danni della guerra del Golfo e indennizzare
l’Iraq. Anche i soldati americani potrebbero richiedere un risarcimento.
È una tale montagna di denaro quella che dovrebbero pagare che
sminuiscono il problema, negando la presenza di radioattività e di
pericoli per la salute. Quello che si verifica nel sud dell’Iraq può
verificarsi anche nel cuore dell’Europa.
Una sporca questione di soldi, quindi, giustificata dalla distanza
geografica e culturale con la terra delle mille e una notte. Ma la
situazione nei Balcani non sembra essere differente: è così?
Nei Balcani, in Kosovo e in Bosnia, ma soprattutto in Serbia, si è
trovato del plutonio: c’era uranio impoverito nel penetratore dei
proiettili, ma negli esplosivi c’era anche plutonio e persino elementi
chimici vietati dalle convenzioni internazionali. Gli Stati vicini hanno
paura che questi effetti si sappiano per evitare che la popolazione del
Kosovo fugga dal proprio Paese: cominciano a esserci famiglie che hanno
avuto bambini con malformazioni.
Lei dice che l’America ha prima negato e poi sminuito il problema
della radioattività in Iraq. Fino a quando continuerà a farlo?
Non possono più negare. Ramsey Clark (l’ex ministro della giustizia
statunitense - ndr) è andato nel sud dell’Iraq al confine con l’Arabia
Saudita: hanno messo una tuta e delle maschere, hanno rilevato dalle
strumentazioni emissioni radioattive con valori 2000 volte sopra la
norma. La persona che ha fatto queste misurazioni, l’esperto che ha fatto
i rilevamenti, si è contaminato restando un’ora vicino a questi carri
armati...
Se gli effetti sull’uomo si stanno manifestando con malattie e
malformazioni genetiche, le conseguenze sulla natura sono incerte. Lei ha
testimonianze di alterazioni visibili sull’ambiente?
C’è un industriale di Terni che, grazie ad accordi con la commissione
delle sanzioni, vende sementi al ministero iracheno dell’Agricoltura. I
semi di pomodori piantati al sud hanno generato frutti di 800 grammi,
grandi come meloni. Tutto diventa di dimensioni enormi, che cos’è se non
radioattività? Abbiamo chiesto di fare le foto e di avere una
documentazione.
In tutto questo il Vaticano la sta appoggiando?
Il Papa difende la pace. Mi ha inviato personalmente gli auguri per
quanto faccio per il popolo iracheno. Mi danno la benedizione e io vado
avanti con i miei mezzi: i diritti d’autore, una fondazione. Il difficile
non è tanto lavorare, ma far vedere che il problema esiste, che non è una
fiction: la cosa più difficile è abbattere la montagna di
ipocrisia.
Il generale Carlo Jean afferma in una nostra
intervista che l’affare “uranio impoverito” è frutto delle
esagerazioni dei giornali. Cosa replica al generale? (Padre Benjamin ride
di gusto. Ma è una risata amara a cui risponde con un invito
provocatorio, ndr)
Gli offro il viaggio e lo invito a fare una passeggiata nel deserto.
Io parto il 26 marzo con un aereo per Baghdad. Lo invito a condizione che
faccia queste tre cose: salire su un carro armato colpito da proiettili
all’uranio impoverito, mangiare uno dei polli che mangiano i cittadini di
Bassora in una trattoria del posto e bere un bicchiere d’acqua. La stessa
acqua che bevono i bambini. È una politica completamente idiota quella di
negare l’evidenza. Ma arriverà il momento in cui saranno costretti ad
ammettere. In Iraq hanno visto arrivare un sacco di giornalisti negli
ultimi tempi. Al sud dell’Iraq la popolazione comincia a capire. Ed è
molto preoccupata.
Daniele Passanante
Fonte:
http://news2000.iol.it/index_speciale2.jhtml?speciale=uranio&pagina=39.jhtml&sommario=14.jhtml