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[AgireOra] [PROTESTA] I gesuiti e gli animali - aggiunta: articolo completo



In riferimento al messaggio appena inviato, aggiungo il testo completo 
dell'editoriale di Civilta' Cattolica "incriminato".

Ciao a tutti,
       Marina Berati

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EDITORIALE DI CIVILTA’ CATTOLICA


I DELITTI CONTRO GLI ANIMALI


In queste ultime settimane si è parlato molto di cani pitbull che hanno 
assalito e morso in maniera grave alcune persone, in particolare alcuni 
bambini. Si è così riproposto l’antico problema del rapporto uomo-animali. 
Tanto più che il 15 gennaio 2003, la Camera dei deputati ha approvato — 
rinviandola poi al Senato per l’approvazione definitiva — una proposta di 
legge che introduce nel Codice penale un nuovo titolo riguardante «i 
delitti contro gli animali». La proposta, avanzata dal deputato di Forza 
Italia, on. I. Perlini, e giudicata dal presidente della Commissione 
Giustizia, on. G. Pecorella, di «estrema importanza» per combattere la 
criminalità organizzata, è stata approvata dalla Camera all’unanimità.
La maggiore esultanza l’hanno espressa gli animalisti. Così — informa il 
Corriere della Sera (16 gennaio 2003) — la Lega antivivisezione (LAV) parla 
di «uno storico passo in avanti che non permetterà più di farla franca a 
chi usa cani per i combattimenti o tortura gatti». Gli animalisti affermano 
che con questa legge «l’Italia si adegua finalmente agli altri Paesi 
europei, tutelando gli animali in quanto soggetti di diritti» Il 
presidente  di Legambiente, E. Realacci, giudica questa legge «una spallata 
alle ecomafie», perché colpirà i delitti contro gli animali connessi alla 
criminalità organizzata. Aggiunge O. Grazioli: «Quando questa legge andrà 
in vigore saremo un Paese certamente più civile e più riconoscente verso 
chi cammina con noi lungo questo corto tratturo che chiamiamo vita» 
(Libero, 16 gennaio 2003).
In realtà, i reati previsti dalla proposta di legge sono di quattro specie: 
maltrattamenti, combattimenti tra animali, abbandoni e impiego di cani e 
gatti per ricavarne pelli e pellicce. «Maltratta» gli animali chi li tratta 
in modo crudele, sottoponendoli a sevizie, a fatiche o a lavori 
insopportabili rispetto alla loro natura. La pena inflitta a chi maltratta 
gli animali varia da 3 a 12 mesi di carcere e da 2.500 a 10.000 euro di 
multa. Maggiore severità è prevista per chi organizza spettacoli, 
manifestazioni e feste, in cui gli animali siano sottoposti a sevizie: 
carcere da 4 mesi a 2 anni e multe da 3.000 a 15.000 euro. Per i 
combattimenti clandestini e le competizioni non autorizzate tra gli animali 
in cui sia messa in pericolo la loro vita e la loro integrità fisica, le 
pene per chi li organizza, e anche per chi addestra gli animali a tale 
scopo, variano da 2 a 4 anni di carcere e le multe da 25.000 a 100.000 
euro. Anche i proprietari sono puniti col carcere da 1 a 3 a!
  nni e con una multa da 20.000 a 80.000 euro. Per chi scommette su tali 
combattimenti c’è la reclusione da 3 mesi a 2 anni e una multa da 5.000 a 
25.000 euro. Per chi abbandona un cane o un gatto è previsto l’arresto fino 
a un anno e un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. La stessa pena è comminata a 
chi fa vivere un animale in condizioni «incompatibili» con la propria 
natura. È vietato infine l’impiego di cani e di gatti per ricavarne pelli e 
pellicce. La pena prevista va da 3 mesi a un anno di carcere e la multa da 
25.000 a 100.000 euro.
* * *
A proposito di questa proposta di legge, che dovrà ora essere discussa e 
approvata dal Senato, si può notare che è di un’eccessiva severità: un anno 
di carcere e un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro per chi abbandona un cane o 
un gatto è veramente eccessivo. Probabilmente, questa eccessività della 
legge da una parte e, dall’altra, la sua minuziosità la renderanno 
inapplicabile: nel caso poi che si tentasse di applicarla, darebbe luogo 
presso i tribunali a un contenzioso senza fine: infatti, come si fa a 
definire con precisione «giudirica» quali siano, per un particolare 
animale, le condizioni di vita «incompatibili» con la propria natura? A 
nostro parere, il «delitto» che bisognava colpire è quello dell’allevamento 
e dell’addestramento alla ferocia di cani — come i pitbull — che 
costituiscono un grave pericolo per la vita e l’integrità fisica delle 
persone e che servono per deliziare persone che traggono grande piacere 
(sadico?) nell’assistere a combattimenti tra animali che si!
   sbranano e si uccidono.
Sempre a proposito di questa proposta di legge, si è tornati a parlare — da 
parte degli animalisti — dei  «diritti degli animali», rifacendosi alla 
«Dichiarazione universale dei diritti dell’animale», lanciata dall’UNESCO a 
Bruxelles il 27 gennaio 1978. In essa si afferma nel 1° articolo che «tutti 
gli animali nascono eguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti 
all’esistenza». Si afferma poi nell’ultimo articolo — il 14 b) — che «i 
diritti dell’animale devono essere difesi dalla legge come i diritti 
dell’uomo». Così, da una parte, si dichiara che tutti gli animali hanno lo 
stesso diritto all’esistenza; dall’altra, i diritti dell’animale, sotto il 
profilo giuridico, vengono posti sullo stesso piano dei diritti dell’uomo, 
perché devono essere «difesi dalla legge» con lo stesso impegno.
Se si esaminano con un minimo di attenzione e di realismo questi due 
articoli, ci si rende conto che non hanno senso. Infatti dicendo che 
«tutti» gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi 
diritti all’esistenza, si deve concludere che nessun animale anche se 
dannoso all’uomo e agli altri animali può essere ucciso. Così, poiché la 
zanzara, la mosca, la vipera sono animali, hanno diritto a vivere e dunque 
non possono essere uccise. Il topo e il gatto hanno lo stesso diritto alla 
vita e quindi il gatto, mangiando il topo, lede il relativo diritto alla 
vita. Lo stesso fanno il lupo che mangia la pecora, il leone che sbrana una 
gazzella, il pesce grosso che mangia il piccolo, il falco che uccide altri 
uccelli. In tal modo, la natura è un’immensa fucina di «delitti contro la 
vita», perpetrati sia dagli animali a danno di altri animali, sia 
dall’uomo, che non rispetta il diritto di tutti — si badi, di «tutti» — gli 
animali alla vita. E infatti, se l’uomo e gli !
  animali hanno lo stesso diritto alla vita, né l’animale può uccidere 
l’uomo né questi può uccidere un animale, qualunque esso sia, utile o 
dannoso. Questi esempi mostrano l’assurdità dell’affermazione che «tutti» 
gli animali hanno «gli stessi diritti all’esistenza».
Non è poi vero che i diritti degli animali «devono essere difesi dalla 
legge come i diritti dell’uomo». In realtà, gli animali non hanno diritti. 
Il diritto è una prerogativa dell’essere spirituale. E il motivo profondo è 
che il diritto è una prerogativa della persona, in quanto essere 
spirituale, e non soltanto materiale, il quale, a differenza dei minerali, 
è vivente e, a differenza delle piante, è senziente, per cui prova piacere 
e dolore, ma è un soggetto che, oltre ad essere vivente e senziente, è 
intelligente e libero, cosciente e responsabile, capace di comprendere ciò 
che è bene e ciò che è male, e quindi di determinarsi liberamente per il 
bene e per il male, per il bene proprio e degli altri o per la rovina 
propria e degli altri. Ora, per poter essere se stesso e per poter agire 
liberamente e responsabilmente, per essere quindi una persona umana, come 
richiede la sua natura, l’uomo deve poter godere di «diritti», cioè di 
possibilità che gli permettono di realizzarsi!
   come persona: possibilità che gli altri devono rispettare, in quanto la 
persona è, nel campo della realtà creata, un assoluto, un essere in sé e 
per sé, che non può mai servire come mezzo per raggiungere un fine che non 
sia il suo bene o non serva al suo bene.
In conclusione, i diritti sono legati al carattere spirituale e personale 
dell’uomo. Perciò gli animali, che non sono esseri spirituali e personali, 
non hanno «diritti». Non si può quindi parlare in assoluto di «diritti 
degli animali». Ciò però non può voler dire che gli animali siano, come 
pensava Cartesio, macchine senzienti né che siano, come i minerali e le 
piante, esseri di cui l’uomo possa disporre a suo piacere e a suo 
vantaggio, senza tener conto che essi provano piacere e dolore, gioia e 
sofferenza, fatica e stanchezza. Si tratta infatti di esseri che nel piano 
divino della creazione sono destinati a vivere, a crescere, a riprodursi e 
riempire la terra, secondo la parola di Dio agli animali creati «secondo la 
loro specie»: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari: 
gli uccelli poi si moltiplichino sulla terra» (Gn 1,22). D’altra parte, 
l’uomo non è il padrone e il dominatore della creazione, ma il suo custode. 
Non può perciò essere il distruttore !
  della creazione, ma il suo amministratore saggio e prudente.
* * *
Indubbiamente, nella concezione cristiana, tra l’uomo e gli animali c’è una 
differenza radicale, che non è soltanto di grado (l’uomo è più 
intelligente, più capace degli animali), ma è di natura: l’uomo non è un 
animale superiore, più perfetto degli altri animali, bensì non è un 
animale, perché, pur essendo simile agli animali sotto il profilo anatomico 
e sensitivo, ha un’anima spirituale immortale che nessun animale possiede. 
Perciò, parlando dell’uomo, non si può dire, come fanno gli animalisti, 
«l’uomo e gli altri animali», quasi che l’uomo sia un animale tra gli 
altri, sia pure superiore, ma si deve dire «l’uomo e gli animali». L’uomo 
infatti è un «essere a parte», perché, creato «a immagine e somiglianza di 
Dio» (Gn 1,26), è il centro e il fine di tutta la creazione.
Perciò, tutti gli esseri creati — quindi anche gli animali di ogni specie — 
sono stati creati da Dio perché l’uomo se ne serva per tutte le sue 
necessità fisiche e spirituali. È detto nel libro della Genesi (9,1-3): 
«[Dopo il diluvio] Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate 
fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi 
sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli 
uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono 
messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do 
tutto questo, come già le verdi erbe”». Tutta la creazione è posta quindi 
in potere dell’uomo; ma non si tratta di un potere «dispotico», 
irragionevole e crudele, bensì di un potere «umano», che sia cioè 
ragionevole e rispettoso di tutti gli esseri creati, in particolare degli 
animali che non sono nocivi alla sua vita, alla sua salute e ai suoi beni.
Questo significa che è contro il disegno creatore di Dio — e quindi non è 
lecito all’uomo — sottoporre gli animali a maltrattamenti e atti crudeli, 
sia privandoli di ciò di cui hanno bisogno per vivere, sia sottoponendoli a 
fatiche e a sofferenze ingiustificate. Se la loro soppressione è 
necessaria, essa deve essere istantanea o almeno senza sofferenze troppo 
prolungate. Qui si pone il problema della sperimentazione animale. Questa — 
osserva il prof. S. Garattini, direttore dell’Istituto «Mario Negri» di 
Milano — «è ancora indispensabile se vogliamo ottenere quei progressi 
terapeutici che tutti auspicano [...]. Tutti i moderni laboratori 
utilizzano tecniche in vitro [...]. Tuttavia queste tecniche non sono 
affatto alternative, ma solo complementari alle verifiche che per ora vanno 
fatte necessariamente in vivo. D’altra parte, chi avrebbe il coraggio di 
sperimentare sull’uomo un farmaco di cui non si conoscono le reazioni 
indotte particolarmente in varie specie animali», che !
  «oggi più di ieri vengano trattati in modo da evitare ogni sofferenza o 
stress? Storicamente l’impiego degli animali è stato indispensabile per il 
progresso della medicina. Se si riesce oggi a salvare delle vite attraverso 
trapianti d’organo è grazie alla sperimentazione animale. Se gli 
antibiotici possono evitare le epidemie del passato è grazie alla 
sperimentazione animale. Se abbiamo farmaci anti-ipertensivi, anti-ulcera, 
anti-depressivi e tanti altri per ridurre la mortalità, per curare malattie 
e migliorare la qualità della vita è ancora grazie alla sperimentazione 
animale».
Non ha senso, perciò, l’art. 8 della Dichiarazione universale dei diritti 
dell’animale: «La sperimentazione animale che implica una sofferenza fisica 
e psichica è incompatibile con i diritti dell’animale, sia che si tratti di 
una sperimentazione medica, scientifica, commerciale, sia di ogni altra 
forma di sperimentazione».
Profondamente immorale è invece l’allevamento e l’addestramento di animali 
al combattimento tra loro, sia perché alcuni tra gli animali così allevati 
o addestrati costituiscono un grave pericolo per la vita e l’incolumità 
delle persone, sia perché la loro crudeltà è sfruttata per soddisfare e 
sviluppare istinti sadici e sanguinari per fini commerciali, come le 
scommesse. In realtà, sembra che i combattimenti clandestini tra animali 
fruttino 775 milioni di euro all’anno.
Un caso particolare di maltrattamento degli animali è costituito dagli 
allevamenti in batterie: gli animali vengono sottoposti alla «zootecnia 
intensiva», che significa ammassamento di molti animali in spazi 
ristrettissimi, tali da non potersi muovere, come avviene per i polli, per 
le galline ovaiole (25 per metro quadrato), per le mucche da latte, per i 
vitelloni da ingrasso. Il desiderio di maggiori guadagni ottenuti 
economizzando al massimo gli spazi vitali impone agli animali da 
allevamento gravi sofferenze, che potrebbero essere risparmiate con un 
senso più vivo di umanità ad esseri che meritano rispetto e amore in quanto 
sono creature di Dio.
* * *
Ma se, da una parte, dobbiamo denunciare in certe persone la mancanza di 
umanità verso gli animali (tra queste persone metteremmo volentieri i 
cacciatori che uccidono non per bisogno, come i cacciatori del passato, per 
i quali la caccia era un mezzo per procurarsi il cibo, ma per divertimento, 
distruggendo i pochi animali che riescono a sopravvivere all’avvelenamento 
della terra, dell’acqua e dell’aria, causato da prodotti chimici, e in tal 
modo impoverendo la natura che diventa sempre più muta); dall’altra, 
dobbiamo denunciare le enormi e inutili spese che si fanno per gli animali 
domestici, specialmente per i cani e per i gatti. È bene che ci siano nelle 
case italiane cani e gatti e altri animali domestici: costituiscono una 
gioiosa compagnia per tutti, ma in particolare per le persone anziane, che 
spesso vivono sole, e per i bambini, per i quali la presenza in casa di un 
cane o di un gatto, oltreché svilupparne l’affettività e frenarne la 
naturale aggressività, ha una fun!
  zione propriamente educativa. È necessario anche che gli animali 
domestici siano nutriti, curati e protetti; soprattutto, non siano 
abbandonati in certe circostanze, come durante le vacanze.
Il fatto grave, invece, è che per i cani e i gatti si fanno spese per 
nutrirli con cibi costosissimi, confezionati appositamente per essi; oppure 
per vestirli con cappottini firmati. Ci informava in una cronaca il 
Corriere della Sera (15 dicembre 2000) che il cappotto Burberrys’ per cani 
di piccola taglia costava circa 100.000 lire, e che il trench coat per 
bassotto, di colore beige firmato Burberrys’, costava 600.000 lire. Ci 
informava, inoltre, della «collezione Gucci Dog, composta da ciambella, 
cappotto in cashemire da mezzo milione, fino alla cuccia in pelle nera 
intrecciata (3 milioni circa): il tutto in vari colori nelle boutique Gucci 
di tutto il mondo».
Di fronte a queste autentiche pazzie, moralmente condannabili, c’è il 
dramma, presentato ogni anno dall’UNICEF, dei milioni di bambini che 
muoiono di fame o per malattie curabili, come le infezioni respiratorie, la 
malaria, il morbillo, la malnutrizione, le malattie intestinali. Negli 
ultimi tempi, ogni anno muoiono nel mondo 11 milioni di bambini sotto i 
cinque anni: 30.000 al giorno, 1.270 all’ora, 21 ogni minuto, tre ogni 
secondo. A motivo delle guerre, negli ultimi dieci anni, oltre due milioni 
di bambini sono morti, sei-sette milioni hanno subìto ferite e gravi 
mutilazioni, oltre 12 milioni sono rimasti senza casa, 11 milioni hanno 
perduto i genitori a causa dell’AIDS.
Queste cifre spaventose mettono in risalto la situazione di grave 
ingiustizia in cui versa il mondo di oggi. Le spese pazzesche che si fanno 
per gli animali ne sono un segno piccolo — staremmo per dire, trascurabile, 
se posto a confronto con altri assai più gravi —  ma significativo di una 
mentalità distorta, che dev’essere condannata e corretta. È infatti 
comprensibile che ci si affezioni ad animali domestici che sanno essere 
compagni di vita, fedeli e affettuosi, forse più di certi parenti anche 
assai stretti; ma non è giusto fare di essi dei piccoli idoli, a cui si 
sacrificano beni che dovrebbero servire a soddisfare le necessità vitali di 
tante persone, in particolare di tanti bambini, che l’egoismo e lo spreco 
dei Paesi ricchi condannano a una morte atroce.

La Civiltà Cattolica




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