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[AgireOra] [PROTESTA] I gesuiti e gli animali - aggiunta: articolo completo
- Subject: [AgireOra] [PROTESTA] I gesuiti e gli animali - aggiunta: articolo completo
- From: Marina Berati <marina.berati@mclink.it> (by way of niseema@tin.it)
- Date: Thu, 16 Oct 2003 21:30:54 +0200
In riferimento al messaggio appena inviato, aggiungo il testo completo
dell'editoriale di Civilta' Cattolica "incriminato".
Ciao a tutti,
Marina Berati
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EDITORIALE DI CIVILTA’ CATTOLICA
I DELITTI CONTRO GLI ANIMALI
In queste ultime settimane si è parlato molto di cani pitbull che hanno
assalito e morso in maniera grave alcune persone, in particolare alcuni
bambini. Si è così riproposto l’antico problema del rapporto uomo-animali.
Tanto più che il 15 gennaio 2003, la Camera dei deputati ha approvato —
rinviandola poi al Senato per l’approvazione definitiva — una proposta di
legge che introduce nel Codice penale un nuovo titolo riguardante «i
delitti contro gli animali». La proposta, avanzata dal deputato di Forza
Italia, on. I. Perlini, e giudicata dal presidente della Commissione
Giustizia, on. G. Pecorella, di «estrema importanza» per combattere la
criminalità organizzata, è stata approvata dalla Camera all’unanimità.
La maggiore esultanza l’hanno espressa gli animalisti. Così — informa il
Corriere della Sera (16 gennaio 2003) — la Lega antivivisezione (LAV) parla
di «uno storico passo in avanti che non permetterà più di farla franca a
chi usa cani per i combattimenti o tortura gatti». Gli animalisti affermano
che con questa legge «l’Italia si adegua finalmente agli altri Paesi
europei, tutelando gli animali in quanto soggetti di diritti» Il
presidente di Legambiente, E. Realacci, giudica questa legge «una spallata
alle ecomafie», perché colpirà i delitti contro gli animali connessi alla
criminalità organizzata. Aggiunge O. Grazioli: «Quando questa legge andrà
in vigore saremo un Paese certamente più civile e più riconoscente verso
chi cammina con noi lungo questo corto tratturo che chiamiamo vita»
(Libero, 16 gennaio 2003).
In realtà, i reati previsti dalla proposta di legge sono di quattro specie:
maltrattamenti, combattimenti tra animali, abbandoni e impiego di cani e
gatti per ricavarne pelli e pellicce. «Maltratta» gli animali chi li tratta
in modo crudele, sottoponendoli a sevizie, a fatiche o a lavori
insopportabili rispetto alla loro natura. La pena inflitta a chi maltratta
gli animali varia da 3 a 12 mesi di carcere e da 2.500 a 10.000 euro di
multa. Maggiore severità è prevista per chi organizza spettacoli,
manifestazioni e feste, in cui gli animali siano sottoposti a sevizie:
carcere da 4 mesi a 2 anni e multe da 3.000 a 15.000 euro. Per i
combattimenti clandestini e le competizioni non autorizzate tra gli animali
in cui sia messa in pericolo la loro vita e la loro integrità fisica, le
pene per chi li organizza, e anche per chi addestra gli animali a tale
scopo, variano da 2 a 4 anni di carcere e le multe da 25.000 a 100.000
euro. Anche i proprietari sono puniti col carcere da 1 a 3 a!
nni e con una multa da 20.000 a 80.000 euro. Per chi scommette su tali
combattimenti c’è la reclusione da 3 mesi a 2 anni e una multa da 5.000 a
25.000 euro. Per chi abbandona un cane o un gatto è previsto l’arresto fino
a un anno e un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. La stessa pena è comminata a
chi fa vivere un animale in condizioni «incompatibili» con la propria
natura. È vietato infine l’impiego di cani e di gatti per ricavarne pelli e
pellicce. La pena prevista va da 3 mesi a un anno di carcere e la multa da
25.000 a 100.000 euro.
* * *
A proposito di questa proposta di legge, che dovrà ora essere discussa e
approvata dal Senato, si può notare che è di un’eccessiva severità: un anno
di carcere e un’ammenda da 1.000 a 10.000 euro per chi abbandona un cane o
un gatto è veramente eccessivo. Probabilmente, questa eccessività della
legge da una parte e, dall’altra, la sua minuziosità la renderanno
inapplicabile: nel caso poi che si tentasse di applicarla, darebbe luogo
presso i tribunali a un contenzioso senza fine: infatti, come si fa a
definire con precisione «giudirica» quali siano, per un particolare
animale, le condizioni di vita «incompatibili» con la propria natura? A
nostro parere, il «delitto» che bisognava colpire è quello dell’allevamento
e dell’addestramento alla ferocia di cani — come i pitbull — che
costituiscono un grave pericolo per la vita e l’integrità fisica delle
persone e che servono per deliziare persone che traggono grande piacere
(sadico?) nell’assistere a combattimenti tra animali che si!
sbranano e si uccidono.
Sempre a proposito di questa proposta di legge, si è tornati a parlare — da
parte degli animalisti — dei «diritti degli animali», rifacendosi alla
«Dichiarazione universale dei diritti dell’animale», lanciata dall’UNESCO a
Bruxelles il 27 gennaio 1978. In essa si afferma nel 1° articolo che «tutti
gli animali nascono eguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti
all’esistenza». Si afferma poi nell’ultimo articolo — il 14 b) — che «i
diritti dell’animale devono essere difesi dalla legge come i diritti
dell’uomo». Così, da una parte, si dichiara che tutti gli animali hanno lo
stesso diritto all’esistenza; dall’altra, i diritti dell’animale, sotto il
profilo giuridico, vengono posti sullo stesso piano dei diritti dell’uomo,
perché devono essere «difesi dalla legge» con lo stesso impegno.
Se si esaminano con un minimo di attenzione e di realismo questi due
articoli, ci si rende conto che non hanno senso. Infatti dicendo che
«tutti» gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi
diritti all’esistenza, si deve concludere che nessun animale anche se
dannoso all’uomo e agli altri animali può essere ucciso. Così, poiché la
zanzara, la mosca, la vipera sono animali, hanno diritto a vivere e dunque
non possono essere uccise. Il topo e il gatto hanno lo stesso diritto alla
vita e quindi il gatto, mangiando il topo, lede il relativo diritto alla
vita. Lo stesso fanno il lupo che mangia la pecora, il leone che sbrana una
gazzella, il pesce grosso che mangia il piccolo, il falco che uccide altri
uccelli. In tal modo, la natura è un’immensa fucina di «delitti contro la
vita», perpetrati sia dagli animali a danno di altri animali, sia
dall’uomo, che non rispetta il diritto di tutti — si badi, di «tutti» — gli
animali alla vita. E infatti, se l’uomo e gli !
animali hanno lo stesso diritto alla vita, né l’animale può uccidere
l’uomo né questi può uccidere un animale, qualunque esso sia, utile o
dannoso. Questi esempi mostrano l’assurdità dell’affermazione che «tutti»
gli animali hanno «gli stessi diritti all’esistenza».
Non è poi vero che i diritti degli animali «devono essere difesi dalla
legge come i diritti dell’uomo». In realtà, gli animali non hanno diritti.
Il diritto è una prerogativa dell’essere spirituale. E il motivo profondo è
che il diritto è una prerogativa della persona, in quanto essere
spirituale, e non soltanto materiale, il quale, a differenza dei minerali,
è vivente e, a differenza delle piante, è senziente, per cui prova piacere
e dolore, ma è un soggetto che, oltre ad essere vivente e senziente, è
intelligente e libero, cosciente e responsabile, capace di comprendere ciò
che è bene e ciò che è male, e quindi di determinarsi liberamente per il
bene e per il male, per il bene proprio e degli altri o per la rovina
propria e degli altri. Ora, per poter essere se stesso e per poter agire
liberamente e responsabilmente, per essere quindi una persona umana, come
richiede la sua natura, l’uomo deve poter godere di «diritti», cioè di
possibilità che gli permettono di realizzarsi!
come persona: possibilità che gli altri devono rispettare, in quanto la
persona è, nel campo della realtà creata, un assoluto, un essere in sé e
per sé, che non può mai servire come mezzo per raggiungere un fine che non
sia il suo bene o non serva al suo bene.
In conclusione, i diritti sono legati al carattere spirituale e personale
dell’uomo. Perciò gli animali, che non sono esseri spirituali e personali,
non hanno «diritti». Non si può quindi parlare in assoluto di «diritti
degli animali». Ciò però non può voler dire che gli animali siano, come
pensava Cartesio, macchine senzienti né che siano, come i minerali e le
piante, esseri di cui l’uomo possa disporre a suo piacere e a suo
vantaggio, senza tener conto che essi provano piacere e dolore, gioia e
sofferenza, fatica e stanchezza. Si tratta infatti di esseri che nel piano
divino della creazione sono destinati a vivere, a crescere, a riprodursi e
riempire la terra, secondo la parola di Dio agli animali creati «secondo la
loro specie»: «Siate fecondi e moltiplicatevi e riempite le acque dei mari:
gli uccelli poi si moltiplichino sulla terra» (Gn 1,22). D’altra parte,
l’uomo non è il padrone e il dominatore della creazione, ma il suo custode.
Non può perciò essere il distruttore !
della creazione, ma il suo amministratore saggio e prudente.
* * *
Indubbiamente, nella concezione cristiana, tra l’uomo e gli animali c’è una
differenza radicale, che non è soltanto di grado (l’uomo è più
intelligente, più capace degli animali), ma è di natura: l’uomo non è un
animale superiore, più perfetto degli altri animali, bensì non è un
animale, perché, pur essendo simile agli animali sotto il profilo anatomico
e sensitivo, ha un’anima spirituale immortale che nessun animale possiede.
Perciò, parlando dell’uomo, non si può dire, come fanno gli animalisti,
«l’uomo e gli altri animali», quasi che l’uomo sia un animale tra gli
altri, sia pure superiore, ma si deve dire «l’uomo e gli animali». L’uomo
infatti è un «essere a parte», perché, creato «a immagine e somiglianza di
Dio» (Gn 1,26), è il centro e il fine di tutta la creazione.
Perciò, tutti gli esseri creati — quindi anche gli animali di ogni specie —
sono stati creati da Dio perché l’uomo se ne serva per tutte le sue
necessità fisiche e spirituali. È detto nel libro della Genesi (9,1-3):
«[Dopo il diluvio] Dio benedisse Noè e i suoi figli e disse loro: “Siate
fecondi e moltiplicatevi e riempite la terra. Il timore e il terrore di voi
sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli
uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono
messi in vostro potere. Quanto si muove e ha vita vi servirà di cibo: vi do
tutto questo, come già le verdi erbe”». Tutta la creazione è posta quindi
in potere dell’uomo; ma non si tratta di un potere «dispotico»,
irragionevole e crudele, bensì di un potere «umano», che sia cioè
ragionevole e rispettoso di tutti gli esseri creati, in particolare degli
animali che non sono nocivi alla sua vita, alla sua salute e ai suoi beni.
Questo significa che è contro il disegno creatore di Dio — e quindi non è
lecito all’uomo — sottoporre gli animali a maltrattamenti e atti crudeli,
sia privandoli di ciò di cui hanno bisogno per vivere, sia sottoponendoli a
fatiche e a sofferenze ingiustificate. Se la loro soppressione è
necessaria, essa deve essere istantanea o almeno senza sofferenze troppo
prolungate. Qui si pone il problema della sperimentazione animale. Questa —
osserva il prof. S. Garattini, direttore dell’Istituto «Mario Negri» di
Milano — «è ancora indispensabile se vogliamo ottenere quei progressi
terapeutici che tutti auspicano [...]. Tutti i moderni laboratori
utilizzano tecniche in vitro [...]. Tuttavia queste tecniche non sono
affatto alternative, ma solo complementari alle verifiche che per ora vanno
fatte necessariamente in vivo. D’altra parte, chi avrebbe il coraggio di
sperimentare sull’uomo un farmaco di cui non si conoscono le reazioni
indotte particolarmente in varie specie animali», che !
«oggi più di ieri vengano trattati in modo da evitare ogni sofferenza o
stress? Storicamente l’impiego degli animali è stato indispensabile per il
progresso della medicina. Se si riesce oggi a salvare delle vite attraverso
trapianti d’organo è grazie alla sperimentazione animale. Se gli
antibiotici possono evitare le epidemie del passato è grazie alla
sperimentazione animale. Se abbiamo farmaci anti-ipertensivi, anti-ulcera,
anti-depressivi e tanti altri per ridurre la mortalità, per curare malattie
e migliorare la qualità della vita è ancora grazie alla sperimentazione
animale».
Non ha senso, perciò, l’art. 8 della Dichiarazione universale dei diritti
dell’animale: «La sperimentazione animale che implica una sofferenza fisica
e psichica è incompatibile con i diritti dell’animale, sia che si tratti di
una sperimentazione medica, scientifica, commerciale, sia di ogni altra
forma di sperimentazione».
Profondamente immorale è invece l’allevamento e l’addestramento di animali
al combattimento tra loro, sia perché alcuni tra gli animali così allevati
o addestrati costituiscono un grave pericolo per la vita e l’incolumità
delle persone, sia perché la loro crudeltà è sfruttata per soddisfare e
sviluppare istinti sadici e sanguinari per fini commerciali, come le
scommesse. In realtà, sembra che i combattimenti clandestini tra animali
fruttino 775 milioni di euro all’anno.
Un caso particolare di maltrattamento degli animali è costituito dagli
allevamenti in batterie: gli animali vengono sottoposti alla «zootecnia
intensiva», che significa ammassamento di molti animali in spazi
ristrettissimi, tali da non potersi muovere, come avviene per i polli, per
le galline ovaiole (25 per metro quadrato), per le mucche da latte, per i
vitelloni da ingrasso. Il desiderio di maggiori guadagni ottenuti
economizzando al massimo gli spazi vitali impone agli animali da
allevamento gravi sofferenze, che potrebbero essere risparmiate con un
senso più vivo di umanità ad esseri che meritano rispetto e amore in quanto
sono creature di Dio.
* * *
Ma se, da una parte, dobbiamo denunciare in certe persone la mancanza di
umanità verso gli animali (tra queste persone metteremmo volentieri i
cacciatori che uccidono non per bisogno, come i cacciatori del passato, per
i quali la caccia era un mezzo per procurarsi il cibo, ma per divertimento,
distruggendo i pochi animali che riescono a sopravvivere all’avvelenamento
della terra, dell’acqua e dell’aria, causato da prodotti chimici, e in tal
modo impoverendo la natura che diventa sempre più muta); dall’altra,
dobbiamo denunciare le enormi e inutili spese che si fanno per gli animali
domestici, specialmente per i cani e per i gatti. È bene che ci siano nelle
case italiane cani e gatti e altri animali domestici: costituiscono una
gioiosa compagnia per tutti, ma in particolare per le persone anziane, che
spesso vivono sole, e per i bambini, per i quali la presenza in casa di un
cane o di un gatto, oltreché svilupparne l’affettività e frenarne la
naturale aggressività, ha una fun!
zione propriamente educativa. È necessario anche che gli animali
domestici siano nutriti, curati e protetti; soprattutto, non siano
abbandonati in certe circostanze, come durante le vacanze.
Il fatto grave, invece, è che per i cani e i gatti si fanno spese per
nutrirli con cibi costosissimi, confezionati appositamente per essi; oppure
per vestirli con cappottini firmati. Ci informava in una cronaca il
Corriere della Sera (15 dicembre 2000) che il cappotto Burberrys’ per cani
di piccola taglia costava circa 100.000 lire, e che il trench coat per
bassotto, di colore beige firmato Burberrys’, costava 600.000 lire. Ci
informava, inoltre, della «collezione Gucci Dog, composta da ciambella,
cappotto in cashemire da mezzo milione, fino alla cuccia in pelle nera
intrecciata (3 milioni circa): il tutto in vari colori nelle boutique Gucci
di tutto il mondo».
Di fronte a queste autentiche pazzie, moralmente condannabili, c’è il
dramma, presentato ogni anno dall’UNICEF, dei milioni di bambini che
muoiono di fame o per malattie curabili, come le infezioni respiratorie, la
malaria, il morbillo, la malnutrizione, le malattie intestinali. Negli
ultimi tempi, ogni anno muoiono nel mondo 11 milioni di bambini sotto i
cinque anni: 30.000 al giorno, 1.270 all’ora, 21 ogni minuto, tre ogni
secondo. A motivo delle guerre, negli ultimi dieci anni, oltre due milioni
di bambini sono morti, sei-sette milioni hanno subìto ferite e gravi
mutilazioni, oltre 12 milioni sono rimasti senza casa, 11 milioni hanno
perduto i genitori a causa dell’AIDS.
Queste cifre spaventose mettono in risalto la situazione di grave
ingiustizia in cui versa il mondo di oggi. Le spese pazzesche che si fanno
per gli animali ne sono un segno piccolo — staremmo per dire, trascurabile,
se posto a confronto con altri assai più gravi — ma significativo di una
mentalità distorta, che dev’essere condannata e corretta. È infatti
comprensibile che ci si affezioni ad animali domestici che sanno essere
compagni di vita, fedeli e affettuosi, forse più di certi parenti anche
assai stretti; ma non è giusto fare di essi dei piccoli idoli, a cui si
sacrificano beni che dovrebbero servire a soddisfare le necessità vitali di
tante persone, in particolare di tanti bambini, che l’egoismo e lo spreco
dei Paesi ricchi condannano a una morte atroce.
La Civiltà Cattolica
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