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Dadicato a chi non vota.





Da La Repubblica di Bologna del 25 Aprile 2001


"Più delle politiche, ma meno delle comunali" La conclusione di uno studio
del professor Corbetta dell'Istituto Cattaneo
Il partito dell'astensione

LUCIANO NIGRO 
"L'astensionismo? Crescerà rispetto alle ultime politiche, ma penso che sarà
inferiore alle comunali e alle regionali. Quanto peserà politicamente? Poco,
ritengo che sarà quasi ininfluente". Piergiorgio Corbetta, presidente
dell'istituto Cattaneo di Bologna, uno dei più importanti studiosi della
materia, è giunto a questa conclusione dopo aver confrontato una montagna di
dati. Niente sondaggi, solo voti reali: i risultati di tutte le
consultazioni elettorali sotto le Due Torri nell'ultimo quarto di secolo. E
la conclusione di ogni grafico è sempre la stessa. A differenza del
ballottaggio del Œ99 per il sindaco, quando un terzo degli elettori in gran
parte di sinistra rimase a casa, questa volta non l'astensionismo si
rivelerà un'arma spuntata.
Si rassegni, il signor Vladimir Fava che sulle colonne di Repubblica
invitava a disertare le cabine elettorali per non dover scegliere tra due
poli che considera due mali. Non sarà con il "non voto" che gli elettori
insoddisfatti riusciranno a fare sentire la propria voce. Non il 13 maggio,
almeno. Alle urne, è facile prevedere che si recherà più dell'80 per cento
dei bolognesi iscritti alle liste. Una percentuale di lusso in tempi di
crisi della politica. Da leccarsi i baffi se si pensa che negli Usa il 50%
rappresenta già un traguardo, che in Europa già da un decennio si viaggia
sotto la soglia dell'80% e che anche l'Italia quasi certamente questa volta
la supererà. 
A Bologna sotto quel muro, a dire il vero, ci si è già andati qualche volta.
Alle comunali del Œ99 si scese a quota 78,9% (al ballottaggio addirittura al
66,9%). Alle regionali del 2000 votò il 77,7% dei bolognesi. E alle
suppletive del collegio 12 ai seggi si presentarono 65 elettori su cento.
Per quanto importante, però, quell'elezione non aveva la capacità di
attrazione di un appuntamento preparato da 12 mesi di campagna elettorale. E
in Italia, come a Bologna, le elezioni del nuovo Parlamento sono in assoluto
le più sentite.
Su quali elementi, professor Corbetta, fonda la sua previsione? "La crescita
dell'astensionismo è un fenomeno studiato a fondo. Dopo gli anni 50 della
grande partecipazione, il numero dei votanti si è ridotto in tutto il mondo.
Negli anni sessanta si è manifestato negli Usa, poi in Gran Bretagna e nel
resto d'Europa. In Italia l'ondata è arrivata più tardi. Inizia nella
seconda metà degli anni Settanta e diventa più rapido negli anni Œ90".
Il caso bolognese in questo senso è emblematico. Alla fine degli anni
Novanta (è cosa recente anche nella nostra memoria), più che diminuire, la
partecipazione al voto sembra precipitare. Il drastico calo del dieci per
cento nel Œ99 (al primo turno delle comunali) confermato l'anno dopo alle
regionali, fa immaginare (basta osservare il grafico) un'imminente caduta
della curva dell'affluenza al voto anche alle politiche.
Le ragioni del calo di affluenza? "Da noi diversi cambiamenti hanno avuto
un'accelerazione in anni recenti, - osserva Corbetta . - Basti pensare al
crollo della maternità. Ma questa tendenza sembra strutturale, difficilmente
modificabile". 
E alle politiche è prevedibile che si perda una grossa fetta di elettori
rispetto a 10 anni fa? "Ritengo improbabile un calo di 910 punti come quello
che si è verificato alle elezioni comunali e alle regionali. Il non voto
raggiungerà forse il 20% complessivamente se consideriamo anche un 45% di
schede bianche e le nulle. Ma non dimentichiamo che alle ultime politiche
sotto le Due Torri i votanti furono più del 92 per cento".
Da che cosa dipende l'astensionismo? E sarà determinante sul risultato
elettorale? "Difficile dirlo con certezza perché l'astensionismo si
maschera, chi non vota non si confessa nei sondaggi. L'impressione però -
dice Corbetta - è che sotto il profilo politico, sociale e demografico sia
piuttosto indifferenziato. Avanza a macchia d'olio in tutta la società.
Semmai sembra esservi una leggera prevalenza tra le casalinghe, gli anziani,
le persone meno scolarizzate. Non credo che avrà gravi ripercussioni, salvo
casi molto particolari". Sta parlando di Bologna? "Certo, al ballottaggio,
due anni fa, oltre all'astensionismo strutturale che si era già manifestato
al primo turno, è emerso un secondo genere di non voto, quello di protesta,
questo sì colorato politicamente che ha colpito soprattutto la sinistra
perché in quella direzione era indirizzato il dissenso delle 38.000 persone
che non presero parte al ballottaggio".
Perché ritiene invece che l'astensionismo che si è manifestato nelle altre
competizioni non abbia un colore? "Perché non è dovuto a qualcosa che è
cambiato nella società, ma a qualcosa che ha trasformato la politica".
Sarebbe a dire? "I partiti non sono più capaci di mobilitare come una
volta". Vuol dire che non ci sono più i pullman che li vanno a prendere
nelle case? "Certo, non ci sono i pullman, le parrocchie, perfino, il voto
mafioso che le preferenze si portavano dietro. Così i settori più marginali,
non vengono più catturati dalla mobilitazione dei partiti". E i giovani?
"Anche questo è un mito. Non c'è alcun dato empirico che dimostri che i
giovani votano meno. Per questo ritengo che l'astensionismo finisca per
avere normalmente un'incidenza assai limitata sul risultato politico delle
elezioni".