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NEWS: Giornali Internet 23/04/01
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CACCIA
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Coldiretti: capi abbattuti avevano segno del marchio
Cinghiali d’allevamento immessi nelle campagne
http://www.lastampa.it/LST/ULTIMA/LST/NOVARA/NOVARA/CINGHIALI.htm
BORGOMANERO
Le guardie provinciali abbattono trenta cinghiali e scoprono sulle orecchie
i segni del marchio d’allevamento. La denuncia arriva dalla Coldiretti: l’
episodio è avvenuto sulle colline fra Borgomanero ed il Piano Rosa di
Cureggio. Qui la polizia dell’amministrazione provinciale, che regolarmente
esegue battute ai cinghiali, ha ucciso una trentina di capi.
La prima sorpresa è stata la scoperta che gli animali non erano selvatici ma
recavano sulle orecchie i segni del marchio che hanno i capi d’allevamento.
Al ritorno ai loro mezzi, le guardie hanno trovato la seconda sorpresa:
gomme a terra e veicoli danneggiati. «Un’altra conferma - dice la
Coldiretti - che i cinghiali vengono immessi abusivamente nei campi».
«Quanto è accaduto conferma i nostri sospetti. Qualcuno libera gli animali
sulle nostre colline - dice Paolo Rovellotti, presidente della Coldiretti -
e questo lo si nota dai segni trovati sui capi abbattuti. Erano i due fori
che vengono praticati in tutti gli allevamenti di qualsiasi genere per il
riconoscimento sanitario degli animali: ogni capo viene così identificato
facilmente. In questo caso però il contrassegno è stato tolto, prima che gli
animali venissero lasciati liberi».
La Coldiretti sottolinea lo sforzo compiuto dalla Provincia nella lotta ai
cinghiali, ma chiede che vengano sensibilizzati tutti i cacciatori per
denunciare chi appositamente alleva questi animali per metterli poi in
libertà: «L’agricoltura provinciale - dice Rovellotti - ha subito danni
molto pesanti a causa della devastazione dei cinghiali».
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«Atc, basta coi politici senza poltrona»
La sezione locale del Wwf ribadisce le critiche al presidente Niccolai
Wwf sezione di Pistoia
http://www.iltirreno.kataweb.it/iltirreno/arch_23/pistoia/cronaca/zp104.htm
PISTOIA. Riguardo all'intervento del presidente della Federcaccia di
Pistoia, Giovanni Pratesi, inerente le critiche mosse dal Wwf all'Atc
pistoiese nella persona del suo presidente, Roberto Niccolai, ci sentiamo in
dovere di fare alcune precisazioni.
Innanzitutto il Wwf non ha chiesto le dimissioni di Niccolai, anche perché
il suo mandato è scaduto da quasi un anno, ma caso mai la sua non riconferma
nel comitato di gestione dell'Atc in qualità di rappresentante della
Provincia. Nel sollecitare il rinnovo dell'organo di gestione dell'ente il
Wwf ha invitato l'amministrazione provinciale a scegliere come propri
rappresentanti dei tecnici qualificati e al di sopra delle parti (ricordiamo
a tale riguardo che l'altro rappresentante della Provincia nel comitato di
gestione uscente è un noto esponente del mondo venatorio). Al di là del caso
specifico, tale istanza è motivata anche dal fatto che a rappresentare
l'ente pubblico e ad assumere la carica di presidente degli Atc è spesso un
illustre politico rimasto senza «poltrona» a seguito delle precedenti
elezioni.
Fatta questa premessa di carattere generale veniamo rapidamente alla
gestione Niccolai sulla quale il Wwf ha espresso un giudizio
complessivamente negativo (il che non significa che a nostro avviso l'Atc
non abbia compiuto anche interventi positivi).
Su segnalazione delle nostre guardie sono stati bloccati lavori non
autorizzati di sbancamento e rimozione di ceppaie in località Collina di
Treppio eseguiti per conto dell'Atc presso uno dei villaggi della comunità
degli Elfi, nonostante la ferma opposizione di questi ultimi, che su quei
terreni praticano agricoltura di sussistenza e allevamento di bestiame.
Malgrado ciò l'Atc ha intenzione di riprovarci, ancora una volta in
prossimità di un villaggio degli Elfi, in località Aldaia.
Rispetto al padule di Fucecchio, uno degli ambienti più preziosi del nostro
territorio, l'Atc non ha promosso nessuna forma di caccia programmata, salvo
fare applicare la deroga che consente di dimezzare la distanza fra un
appostamento fisso di caccia e l'altro (da 400 a 200 metri), con il
risultato di consentire una presenza doppia di capanni per la caccia ai
migratori acquatici. Nonostante le numerose sollecitazioni del Wwf l'Atc non
ha ancora provveduto a realizzare il regolamento della caccia nelle aree
contigue alla riserva naturale, così come previsto dalla legge regionale
49/95.
Niccolai non ha dimostrato equilibrio nel rappresentare tutte le posizioni
presenti all'interno dell'ente che presiede e spesso le sue dichiarazioni
hanno ingenerato la percezione di trovarci di fronte al rappresentante di
una associazione venatoria piuttosto che al presidente dell'Atc.
Teniamo inoltre a sottolineare come in questa fase l'associazione non
intende dare adito a polemiche (non intendevamo nemmeno rendere pubblica la
lettera a cui Pratesi fa riferimento nel suo intervento, qualcun altro lo ha
fatto scorrettamente al nostro posto!), ma ricercare un costruttivo e leale
confronto su questioni aperte, di comune interesse con il mondo venatorio.
Spero non sia sfuggita ad esempio la proposta formulata dal Wwf per
assicurare un maggior grado di protezione al padule di Fucecchio, proposta
che non esclude affatto l'attività venatoria alla quale andrebbe poco meno
del 70% del territorio nella sola parte del padule ricadente in provincia di
Pistoia.
Vi è poi l'ipotesi del parco delle Tre Limentre sul quale per il momento
abbiamo assistito solo ad un atteggiamento di chiusura, tutt'altro che
costruttivo.
Concludiamo riportando un dato recentemente fornito dalla Regione Toscana:
la provincia di Pistoia con una superficie di territorio protetto inferiore
al 2% (contro il dato nazionale del 9,3%) si colloca all'ultimo posto quanto
a percentuale di superficie protetta!
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STAMBECCHI
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AVVISTAMENTI
Sono ormai un'ottantina gli stambecchi delle Dolomiti
Andrea Bressan
http://www.corrierealpi.kataweb.it/corrierealpi/arch_23/belluno/cronaca/bl20
1.htm
CALALZO DI CADORE. Sarebbero ormai un'ottantina, e la buona notizia sta nel
fatto che si troverebbero in buona salute e a proprio agio nelle Dolomiti
cadorine: è la colonia di stambecchi, ormai stanziale in queste montagne,
che oltre vent'anni fa furono «importati» dalla Svizzera per essere
reintrodotti nella parte settentrionale del Bellunese.
Un'altra nota lieta, per naturalisti, studiosi e semplici appassionati
dell'ambiente, è che sono ormai oggetto di facili avvistamenti, specie in
alcuni particolari periodi dell'anno e nonostante la natura schiva che li
contraddistingue, come comprovano negli ultimi tempi numerose testimonianze.
L'inverno sembra infatti aver spinto sensibilmente a valle la comunità di
questi animali, facilmente distinguibili per le lunghe corna ad anelli, che
attualmente ammonta a circa 80 esemplari: la loro presenza è stata rilevata
di recente lungo le pendici dell'Antelao, in Val d'Oten, nelle montagne del
Comelico. «Nella stagione fredda», precisa Giuseppe Zandegiacomo Mazzon, da
35 anni guardiacaccia ad Auronzo, «si aggirano preferibilmente sui rilievi
attorno a Calalzo, Lozzo e Borca; in estate sono invece soliti spostarsi in
un'area limitrofa, e per buona parte appartenente al territorio auronzano,
come le Marmarole e la zona sopra la foresta di Somadida». E' così facile
vederli? «Abbastanza, con un po' di pazienza ed esperienza, in ogni caso è
ancora presto per assistere alla loro "piccola migrazione", perché in quota
c'è ancora moltissima neve. Ma presto si sposteranno, e sarà possibile
notarne i movimenti in un vasto territorio da Lozzo alle Marmarole, alla
stessa Somadida».
Sono quassù ormai da vent'anni: «Io stesso», ricorda il guardiacaccia, «ho
partecipato alle operazioni per il loro trasferimento dalla Svizzera, nei
pressi di Saint Moritz: ne abbiamo lasciati liberi circa una ventina,
suddivisi tra Cortina e San Vito, negli anni si sono evidentemente
moltiplicati». E nelle Dolomiti bellunesi sembrano trovarsi bene.
«Recentemente abbiamo riscontrato un solo caso di rogna», conclude Mazzon,
«in un unico esemplare, a Calalzo: si tratta di una malattia contagiosa e
per gli stambecchi spesso letale, anche se per loro fortuna possono contare
su una maggiore resistenza rispetto ad altri animali con caratteristiche non
troppo dissimili, come i camosci. La speranza è che non vi siano presto da
riscontrare altri casi analoghi». Se lo stambecco, cadorino e non, si trova
a dover fare i conti con alcune malattie tipiche della sua natura, per lo
meno non è costretto a temere l'uomo: si tratta di una specie protetta, come
l'aquila e l'orso.
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ALIMENTAZIONE
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Uccisa dalla meningite trasmessa da carne bovina?
Una donna di 68 anni, morta a febbraio. La Procura avvia un'inchiesta
f.p
http://www.mattinopadova.kataweb.it/mattinopadova/arch_23/padova/cronaca/mc1
04.htm
Due mesi fa una donna che abita in un comune della cintura fu stroncata da
una forma di meningite di tipo batterico. Ad ucciderla, di fatto, un agente
patogeno (il micro-organismo denominato Listeria monocitica), probabilmente
annidato in alcune parti bovine. Le risultanze degli accertamenti sono state
inviate alla Procura della Repubblica di Padova, chiamata ad accertare quale
dinamica abbia provocato il decesso.
I fatti. Ai primi di febbraio una pensionata di 68 anni (non sono state rese
note le generalità) comincia ad avvertire sintomi riconducibili ad una
classica influenza: mal di testa, febbre alta, nausea. Ad un certo punto i
dolori al capo diventano sempre più acuti e persistenti. I familiari,
comprensibilmente preoccupati, decidono di ricoverarla nella Casa di Cura di
Abano. Ai medici basta poco per capire la gravità del caso: è meningite. Le
difese immunitarie della donna appaiono deboli. Ogni terapia a base di
penicillina tentata per strapparla alla morte risulta vana. E' il 19
febbraio.
Entra in scena l'istituto di Igiene e Profilassi dell'Usl 16. Si scopre il
responsabile di questo caso letale di meningite: un batterio denominato
Listeria monocytogenes, presente nei vegetali in decomposizione, nel suolo,
nei foraggi e nell'insalata cavolo crudo. Ma lo si può trovare pure nel
latte, nel formaggio messicano, nonché negli intestini di alcuni animali.
Generalmente si riesce a contrastarlo efficacemente, ma nei fisici
debilitati tutto può accadere.
Queste le fasi della tragica vicenda. Il 6 gennaio di quest'anno la
pensionata e sua figlia dapprima acquistano un bovino in un macello
autorizzato, poi se lo fanno sezionare dal macellaio di fiducia. Le parti
vengono poste nel congelatore di casa.
La morte dell'anziana richiede risposte precise. Nella macelleria
ispezionata si trovano tracce di batteri. Anche negli utensili da lavoro? Il
negozio viene disinfestato da cima a fondo. Gli esperti escludono che il
batterio-killer sia stato trasmesso alla vittima attraverso i coltelli.
Ieri mattina alla Casa di Cura di Abano erano di turno il medico del Pronto
Soccorso Safar Oussana, ematologo, e Fabio Ancona, guardia medica, fratello
del professor Ermanno. Entrambi ricordano benissimo la vicenda della donna
morta per meningite.
«Simili casi non sono frequenti - rileva il dottor Oussana - Ogni anno in
Italia i decessi dovuti alla Listeria monocytogenes risultano, al massimo,
dieci. Infatti, quando due mesi fa si è verificato il caso in oggetto, tutti
noi ci siamo meravigliati. La signora ricoverata nel reparto di rianimazione
è stata veramente sfortunata. Su di lei si è probabilmente scatenata anche
una serie di concause che l'hanno portata alla morte».
Resta da chiedersi se davvero il batterio-killer si annidava nei coltelli
della macelleria, dove venne lavorato e diviso in pezzi il bovino acquistato
dalla famiglia della donna poi deceduta. «Non credo - aggiunge Safar
Oussan - E' molto difficile che tale ipotesi sia fondata. La Listeria
monocytogenes privilegia l'intestino di molti animali, tra cui quelli di
suini e bovini».
«In genere - precisa il dottor Ancona - la Listeria monocytogenes è
pericolosa solo per le persone già affette da linfomi, diabete, etilismo o
per pazienti sottoposti a terapie a base di cortisone. Evidentemente la
vittima era già un'immunodeficitaria grave. Il batterio in causa non
minaccia le persone in condizioni normali».
M.Gabriella Bergo
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RANDAGISMO
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Al palo i microchip per Fido
Usati al posto dei tatuaggi solo sui cani che espatriano
http://www.iltirreno.kataweb.it/iltirreno/arch_23/viareggio/cronaca/lv105.ht
m
VIAREGGIO. I microchip di identificazione sono già stati acquistati. Insieme
alle siringhe per iniettarli nel corpo del cane. Anche il lettore ottico per
riconoscerli è già nelle mani del servizio veterinario dell'Asl Versilia.
Che, però, non può sostituire il sistema di identificazione dei cani
attraverso il tatuaggio sulla coscia con quello più rapido (e meno doloroso)
del microchip. Per un motivo semplice: manca la legge regionale. E oggi
siringa e microchip possono essere utilizzati solo per identificare i cani
destinati a viaggiare in Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca o in
Australia. Dove l'identificazione dei cani avviene ormai solo attraverso il
microchip. Il lettore ottico già acquistato dall'Asl assolve solo a questa
funzione: identificare i cani in arrivo dal nord Europa o da regioni, come
il Veneto, che hanno già sostituito il tatuaggio (9 cifre) con il microchip.
«La legge nazionale sull'anagrafe canina - conferma il dottor Roberto
Pieroni, del servizio veterinario dell'Asl - demanda alla Regione la scelta
del metodo di identificazione dei cani. E la Toscana, con la normativa del
1998, ha confermato come proprio sistema di identificazione degli animali
l'iscrizione all'anagrafe canina (in carico al servizio veterinario
dell'Asl, ndr) e il tatuaggio. È per questo che non possiamo cambiare metodo
di identificazione. Fra l'altro noi veterinari dell'Asl siamo più favorevoli
all'utilizzo del microchip che del tatuaggio per una serie di motivi: è più
rapido e quindi ci consentirebbe di registrare più cani, crea meno stress
all'animale, potrebbe essere adottato anche per i cuccioli di almeno un
mese, consentirebbe di svolgere questo compito con meno personale».
Attualmente, infatti, per tatuare un cane - sotto anestesia - devono essere
presenti due tecnici e un veterinario. «Con l'introduzione del microchip,
che anche l'ordine dei veterinari della Lucchesia sponsorizza - riprende
Pieroni - questo lavoro potrebbe essere svolto solo dal veterinario. E
questo consentirebbe di demandare l'incarico ai colleghi che svolgono la
libera professione. Solo che senza una legge regionale che modifichi il
sistema di identificazione canina abbiamo le mani legate». Per
l'approvazione di questa legge - ribadisce Pieroni - ci sono molte pressioni
(anche da parte dei padroni dei cani che hanno segnalato il problema al
Tirreno), ma finora non si è arrivati a niente. «Uno dei motivi per cui
questa legge è ancora al palo - commenta Pieroni - è che il cambio
dell'anagrafe canina costerebbe un po' di soldi. Al di là dell'acquisto (a
prezzi contenuti) di siringhe, microchip e lettori, infatti, le Asl
dovrebbero attrezzarsi con un sistema informatico in grado di gestire la
registrazione dei microchip. Noi in Versilia, in realtà, abbiamo già un
sistema che consente la registrazione dei cani identificati sia con il
tatuaggio che con il microchip (una ventina, a oggi). Ma altre Asl, non
molte per fortuna, ancora oggi gestiscono l'anagrafe canina con registri
cartacei». La Regione Veneto ha speso circa 4 miliardi per cambiare sistema
di identificazione dei cani, ma i vantaggi a livello di servizio sono
evidenti. La Toscana, invece, è ancora al palo. Con malumore dei veterinari
e anche dei padroni degli animali, timorosi dell'effetto che l'anestesia per
il tatuaggio può avere sui loro cani.
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Simone Bonanomi
Lega Abolizione Caccia - Bergamo