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NEWS: Giornali Internet 22/04/01
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CACCIA
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«Vanno abbattuti più caprioli e camosci» Durnwalder: «C'è un esubero di
ungulati»
Verrà modificata la direttiva provinciale. Il presidente Stocker punta sulla
formazione dei più giovani
di Marco Rizza
www.altoadige.kataweb.it/altoadige/arch_22/bolzano/cronaca/az601.htm
LANA. «La mia proposta sarà di modificare le direttive provinciali per
aumentare il numero di abbattimenti, perché sul territorio c'è un esubero di
ungulati (cervi, camosci e caprioli) che provocano ingenti danni alle
coltivazioni. D'altronde, se il nostro sistema di caccia non funzionasse,
non avremmo tutta questa selvaggina»: così Luis Durnwalder, intervenendo
all'assemblea generale dell'Associazione cacciatori, ha commentato i dati
sugli abbattimenti dell'anno appena trascorso. «Gli attuali piani di
abbattimento - ha proseguito il presidente della Giunta - prevedono che si
possa eliminare tra il 10 e il 15% della selvaggina che abita l'Alto Adige;
alle condizioni attuali, invece, sarebbe auspicabile elevare al 15% la
soglia minima». L'elaborazione delle nuove direttive deve avvenire in
collaborazione con l'Osservatorio faunistico provinciale ma, secondo
Durnwalder, «è importante come prima cosa convincere i cacciatori a fare di
più. Qui da noi è ancora diffusa una concezione di tutela faunistica
(secondo cui, ad esempio, le femmine sono intoccabili) che rischia di essere
fuorviante. La nostra è una caccia di selezione, rigorosamente programmata
in difesa della salute dell'ecosistema (da qualche anno, ad esempio, c'è il
problema degli stambecchi e dei camosci affetti da rogna) e la produttività
delle coltivazioni. L'anno scorso sono stati abbattuti poco più di 15 mila
tra caprioli, camosci e cervi; ma se questa cifra si rivelasse troppo bassa
per garantire l'equilibrio dell'ambiente, non capisco perchè non dovrebbe
essere aumentata». Un'altra polemica riguarda l'inizio della stagione
venatoria, in Alto Adige molto anticipata rispetto ad altre regioni (si
aprirà il primo maggio): «Anche qui si dimostra che il nostro sistema di
caccia funziona meglio che altrove. Prolungare la stagione di caccia non
significa aumentare indiscriminatamente il numero di abbattimenti, che è
chiaramente stabilito dalle direttive provinciali: significa invece
permettere un maggior controllo e una più accurata selezione. Una stagione
di caccia breve comporta superficialità, mentre da noi un cacciatore può
rinunciare un giorno ad abbattere un animale e tornare con calma più
avanti». Anche il presidente dell'associazione Klaus Stocker, nel corso
della sua relazione, ha voluto sottolineare il ruolo dei cacciatori
altoatesini nella salvaguardia della fauna e dell'ambiente. Secondo Stocker,
l'impegno sempre maggiore nella formazione dei nuovi cacciatori (sono 309 i
cacciatori di età compresa tra i 21 e i 30 anni) e nell'aggiornamento di chi
cacciatore lo è già (l'età media del cacciatore altoatesino è di 53 anni)
avrebbe infatti aumentato il senso di responsabilità di tutta la comunità
venatoria. Un'impressione, quella del presidente Stocker, che verrebbe
confermata dai numeri: oltre alle 144 riserve che gestisce direttamente,
infatti, l'associazione spende annualmente per l'organizzazione della
sorveglianza più di quattro miliardi - l'anno scorso, tra l'altro, hanno
prestato servizio 80 guardiacaccia gestiti dall'associazione stessa. Ma
ancora più importanti sono le considerazioni sullo "stato di salute" della
selvaggina locale. Caprioli e cervi, soprattutto, si troverebbero in Alto
Adige in ottime condizioni, mentre tra i camosci si sta da tempo diffondendo
la rogna sarcoptica che (indipendentemente dall'intervento dei cacciatori)
non fa ben sperare per il loro futuro. La popolazione dei caprioli, invece,
sembra essersi diffusa e stabilizzata su buoni livelli; stesso discorso per
i cervi che anzi, espandendosi rapidamente oltre le frontiere "tradizionali"
della Val Venosta, starebbero creando notevoli danni alle coltivazioni e ai
boschi. Se l'eccessiva diffusione degli ungulati ha causato un aumento degli
abbattimenti totali negli ultimi quattro anni (da 14114 a 15281), ancora più
impressionanti sono le cifre riguardanti le volpi e i merli. Il numero
totale degli abbattimenti dal 1996 a oggi è infatti più che raddoppiato: da
circa duemila a 4855 per quanto riguarda le volpi (un incremento che
l'associazione cacciatori spiega col rischio di epidemie che un'eccessiva
densità di volpi può causare) e da 8400 a poco più di 21 mila per quanto
riguarda i merli, animali indicati come particolarmente dannosi per le
coltivazioni.
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LE CIFRE
Le doppiette sono 5600
m.r.
www.altoadige.kataweb.it/altoadige/arch_22/bolzano/cronaca/az602.htm
LANA. I cacciatori attivi in Alto Adige sono 5537. Di questi, 1176 sono di
età compresa tra i 51 e i 60 anni; 1165 tra i 61 e i 70 anni; 1107 tra i 41
e i 50; 90 sono i cacciatori oltre gli 81 anni e 6 quelli d'età inferiore ai
20. L'età media è di 53 anni. 119 sono le donne cacciatrici, di cui 34
casalinghe. La categoria più rappresentata nella comunità venatoria è quella
degli agricoltori (1174), seguita dai pensionati e dagli artigiani; da
segnalare anche la presenza di 23 studenti e di 4 sacerdoti.
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«Capanni abusivi, pericolo per il Padule»
Il Centro di ricerca risponde a Roberto Franchini (An) sulle aree protette
www.iltirreno.kataweb.it/iltirreno/arch_22/montecatini/cronaca/zm508.htm
PESCIA. Il Centro di ricerca e documentazione del Padule risponde
all'intervento di Roberto Franchini (An) in merito alle visite effettuate
nei territori palustri. «Il Centro opera da 10 anni per la tutela e la
valorizzazione dell'area umida, mettendo sempre al primo posto la
salvaguardia di un ambiente naturale. I percorsi proposti, così come tempi e
modalità delle visite, sono attentamente valutati da personale specializzato
(biologici, tecnici faunistici), dell'impatto sull'ambiente ed in
particolare sull'avifauna». «Per questo non abbiamo mai neppure ipotizzato
un turismo di massa nella riserva naturale - prosegue il testo firmato dal
presidente del Centro, Luigi Turini - tant'è vero che i gruppi sono composti
da un massimo di 20-25 persone sotto la responsabilità di una guida
ambientale autorizzata e riconosciuta ai sensi della Legge Regionale
42/2000. La modesta quota di 8.000 lire serve al Centro per coprire i costi
di questa attività che non è finanziata in altro modo. Nel caso specifico
della gita di Pasquetta l'accusa di Franchini è particolarmente ridicola in
quanto erano presenti in tutto 30 partecipanti, da noi divisi in due gruppi
di 15 persone ciascuno condotti alternativamente nell'area delle Morette e
nell'area Righetti, in ambedue i casi i gruppi hanno percorso, come di
consueto, gli argini perimetrali, non causando alcun disturbo all'avifauna
nidificante. Riguardo alla manifestazione dei cacciatori che si sarebbe
tenuta in Padule per impedire la visita, in verità abbiamo visto solo un
gruppo di persone (potevano essere cacciatori o meno) che banchettavano
seduti ad un tavolo nei pressi del ponte delle Morette. C'erano, è vero, dei
cartelli plastificati affissi abusivamente a firma "i cacciatori", ma il
messaggio riportato non faceva altro che dare il benvenuto e augurare buon
divertimento ai visitatori, con qualche nota polemica sull'acquisto
dell'area protetta ma nessun cenno ad ipotetici danni alla fauna locale.
Piuttosto, durante la visita di Pasquetta abbiamo potuto constatare un
gravissimo episodio che pone in serio pericolo la sopravvivenza di una delle
principali emergenze naturalistiche del Padule. Ignoti, in assoluto
disprezzo delle più elementari norme di rispetto per l'avifauna nidificante,
hanno costruito un grande capanno sopraelevato proprio in mezzo alla colonia
degli aironi (garzaia). Non sappiamo se si tratta di un capanno per
l'osservazione o per la fotografia, ma in ambedue i casi si tratta di una
struttura che rischia di danneggiare la garzaia più importante dell'Italia
centromeridionale, causando l'abbandono del sito da parte di animali già
intenti nella cova o il mancato insediamento di uccelli, come il Mignattaio,
che stanno arrivando proprio in questi giorni dai quartieri di svernamento
africani. Nella mattinata seguente abbiamo segnalato il problema alla
polizia di Pistoia chiedendo di rimuovere subito il manufatto in
applicazione del regolamento vigente nelle aree contigue della Riserva
naturale». «Ci stupisce - conclude l'intervento del presidente Turini - che
a Franchini, il quale sostiene di avere buoni informatori in Padule, sia
sfuggita una vicenda così eclatante e ci auguiamo che una volta tanto, ci
sostenga in questa nostra azione per la salvaguardia dell'avifauna del
Padule».
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MOSTRA DEL CUCCIOLO
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LO DICO AL TIRRENO
«La mostra dei cuccioli sarebbe da vietare»
Giovanni Capecchi Stefano Di Cecio
www.iltirreno.kataweb.it/iltirreno/arch_22/pistoia/cronaca/zp205.htm
PISTOIA. Sulla mostra del cucciolo all'ex Breda sentiamo la necessità di
manifestare delle forti perplessità. Il nostro Comune, ormai da alcuni anni,
tenta di portare avanti una politica di tutela degli animali e promuove
iniziative volte a combattere l'abbandono dei cani e il conseguente
randagismo: tra queste, oltre alle campagne di informazione realizzate alla
vigilia del periodo estivo, ci limitiamo a ricordare la convenzione,
rinnovata recentemente, con l'Associazione pistoiese protezione animali. In
un comune attento alla tutela degli animali una iniziativa come la «Mostra
del cucciolo» non dovrebbe trovare accoglienza. È noto infatti come il
«materiale» esposto sia generalmente costituito da cuccioli provenienti
dall'estero e come moltissimi di questi animali, allontanati prematuramente
dalle madri, trasportati per chilometri e chilometri da una mostra
all'altra, tenuti per intere giornate in piccoli spazi si ammalino e
muoiano. Questa mostra viene organizzata, tra l'altro, proprio nel periodo
in cui la competente commissione consiliare sta discutendo la proposta di
«Regolamento comunale di tutela degli animali e di polizia veterinaia»
presentata dal gruppo dei Verdi ed elaborata insieme alle associazioni
ambientaliste e animaliste in cui si legge, all'articolo 17: «Sono vietate
le mostre mercato di cuccioli di animali da compagnia e le mostre di animali
appartenenti a specie esotiche». Ci auguriamo che questo regolamento venga
approvato dal consiglio comunale anche per evitare il ripetersi di
iniziative come la «Mostra del cucciolo» che rappresentano una autentica
violenza nei confronti degli animali.
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GLI ANIMALISTI
«Mostra dei cuccioli non ci andate»
www.iltirreno.kataweb.it/iltirreno/arch_22/pistoia/cronaca/zp305.htm
PISTOIA. «Non andate alla mostra del cucciolo, gli animali in queste
manifestazioni vengono trattati male». Questo l'appello lanciato da un
gruppo di animalisti dell'Una e della Protezione animali di Pistoia che ieri
hanno effettuato, per l'intero pomeriggio, un volantinaggio di fronte alla
mostra in corso all'ex Breda. Gli animalisti fanno anche appello al sindaco
perché non conceda più gli spazi per questo genere di manifestazioni.
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RANDAGISMO
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Cani trasferiti, ma non adottabili
Le cento bestiole raccolte da Gabriella Boato ora sono al "Girasole" di
Porpetto
www.messaggeroveneto.kataweb.it/messaggeroveneto/arch_22/udine/udc/udc4.html
La soluzione, per ora, è di quelle caratterizzate dal classico colpo al
cerchio e alla botte, insieme: i cani di Gabriella Boato hanno sì lasciato
il canile di via Lumignacco per finire all'allevamento "Il girasole" di
Porpetto ma, per ora (queste sono le assicurazioni date), non possono essere
adottati. Ieri a Porpetto c'erano la stessa Gabriella e Laura Pontini,
rappresentante locale dell'Organizzazione per la protezione degli animali:
feste a non finire per la "pasionaria" delle bestiole a quattro zampe. «Le
condizioni ora sono buone - ha detto Laura Pontini - c'è tanto spazio e i
cani si muovono in tutta libertà, tutto il contrario di quel lager che è il
canile di via Lumignacco. A parte due bestiole ridotte pelle e ossa, forse
per lo stress e un paio di cani feriti alle zampe, tutti gli altri stanno
bene. Il loro futuro? L'uffico ecologia del Comune mi ha detto ieri che, per
ora, non sono adottabili». «Non saranno mai adottabili» ha aggiunto
solamente Gabriella Boato. E' giusto ricordare un po' questa storia: dopo un
anno e più di permanenza "sopportata" al rifugio messo in piedi da Gabriella
Boato in via Lonzano a Laipacco, il comune di Udine si muove ufficialmente.
Prima parte un'ordinanza di "ritiro" dei cani («Un provvedimento quanto meno
strano, che non esiste» ha spiegato l'avvocato Giorgio Weil che difende
Gabriella) Poi, il sequestro amministrativo vero e proprio, per non aver
applicato ai cani i regolari microchip: «Anche se questo secondo
provvedimento mi era stato tenuto nascosto - spiega ancora il legale
udinese - e solo Gabriella Boato, qualche giorno dopo, me l'ha riferito.
Perché questa mancanza?». La permanenza in via Lumignacco è durata, come di
norma, sessanta giorni: 19 febbraio, 20 aprile, appunto. E venerdì mattina,
puntuali come impiegati svizzeri, gli addetti al canile hanno provveduto a
trasferire, alle 7,30 di mattina, in due viaggi, i cento cani di Gabriella
Boato da via Lumignacco all'allevamento "Il girasole" di Porpetto. In attesa
di quanto sarebbe potuto succedere in questo fine settimana, Giorgio Weil
aveva presentato una denuncia penale nei confronti del personale di polizia
municipale, dei carabinieri del Noe, il nucleo operativo ecologico, del
personale veterinario dell'Asl Medio Friuli e di quant'altri avevano
praticamente messo in atto il sequestro dei cento cani del rifugio di
Gabriella Boato. La motivazione era semplice: per Weil le autorità
amministrative possono sì fare sequestri, perquisizioni e ispezioni ma,
senza l'autorizzazione del giudice, non possono farlo in una privata dimora.
E la roulotte inserita nell'area recintata di via Lonzano (della quale la
Boato è usufruttuaria) per il legale è una privata dimora. Ma il timore era,
a questo punto, tutto per la scadenza dei 60 giorni: «Ci risulta che i cani
potrebbero diventare adottabili - diceva ancora Weil - invece la nostra tesi
è che il "materiale" oggetto di un sequestro non può certo essere donato, e
quindi dovrebbe essere "congelato". Tanto più che molti cani sono di
proprietà della Boato, regolarmente iscritti all'anagrafe canina, anche se
sprovvisti di microchip». Al di là del possesso legale o meno, resta il
fatto dell'amore viscerale di Gabriella Boato per le sue bestiole, raccolte
in tanti anni di attività contro il randagismo, ma anche contro le
condizioni di vita delle stesse bestiole nei cosiddetti canili autorizzati.
Un amore riconosciuto soprattutto dai tanti attivisti delle associazioni
animalistiche di tutta Italia: un centinaio tra fax ed e mail (è un dato
vero, non esagerato) provenienti da ogni parte d'Italia è arrivato in questi
giorni in redazione e anche agli indirizzi elettronici del sindaco Cecotti e
dell'assessore all'ambiente Croattini. Tutti con una sola richiesta:
«Restituite i cento cani a Gabriella Boato».
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Premio assegnato a chi si prende carico di un animale. I risparmi sono
utilizzati per iniziative sociali
Emergenza randagi, scatta il "bonus" Sempre più Comuni si affidano alla
formula delle adozioni per contenere le spese
www.messaggeroveneto.kataweb.it/messaggeroveneto/arch_22/pordenone/pna/pna1.
html
Tra le amministrazioni locali della provincia pordenonese è in atto una
"gara" di sensibilità nei confronti di un problema, il randagismo, che ha
ripercussioni di una certa rilevanza anche sui bilanci esangui dei Comuni.
Da qualche giorno per i residenti di Chions (dove, tra l'altro, è insediato
da anni un grande canile gestito da un'associazione privata) è disponibile
un apposito modulo, in base al quale a chi adotterà un cane sarà assegnato,
da parte del Comune, un premio "una tantum" di 800.000 lire. «L'assegnazione
in denaro - sottolineano gli amministratori chionsesi - sarà effettuata non
appena verrà data dimostrazione di presa in carico del cane». E si aggiunge:
«Il 50 % dei risparmi che saranno realizzati dal Comune con l'adozione del
cane verranno utilizzati per finanziare iniziative sociali». Nel corso del
2000 il Comune di Chions aveva impegnato 53 milioni - pari a 1.198.000 lire
per animale - per il sostentamento dei randagi assegnati all'ente locale e
custoditi a Villotta.Chions si va ad aggiungere ad una piccola pattuglia di
amministrazioni che hanno sperimentato questa strada per venire a capo del
fenomeno randagismo, solitamente assurto agli onori delle cronache nel
periodo estivo quando gli abbandoni di animali raggiungono cifre record,
anche nella nostra provincia. Nel corso del '98 le guardie cinofile
provinciali avevano catturato circa 650 animali, un anno dopo erano 600, lo
scorso anno il quantitativo s'è abbassato: ma il problema sussiste tuttora.
E non riguarda soltanto i cani.
Tra Pordenone e Cordenons, in un'area di 2.300 metri quadrati, opera l'
associazione "Dingo" che dà ospitalità soprattutto ai felini. Da quando ha
aperto i battenti, nel '95, ha accolto quasi 700 gatti oltre ad alcuni cani,
segno di un fenomeno dai contorni piuttosto allarmanti. Gestire tutti questi
animali costa. Per la vaccinazione dei gatti si spendono 40.000 lire
all'anno senza contare i medicinali e, ovviamente, i pasti. Spese maggiori
si affrontano con i cani, circa 1.200.000 lire all'anno. Conti salati ai
quali si sta cercando di porre rimedio. I primi ad utilizzare in provincia
il sistema della una tantum con il cane in "adozione" sono stati gli
amministratori di Clauzetto i quali, nel gennaio dello scorso anno, hanno
deliberato di destinare i risparmi ottenuti per promuovere adozioni a
distanza in favore dei bambini del terzo mondo «che - si sottolineava
provocatoriame nell'apposita delibera - non hanno nemmeno un briciolo di
tutela rispetto alla situazione dei cani randagi in questa regione».
All'esperienza di Clauzetto si sono accodate altre amministrazioni dell'area
montana. L'ultima, in ordine di tempo, è stata Travesio la quale ha adottato
la stessa formula di Chions. E altre stanno seguendo su questa strada. Si
attende, ora, una positiva risposta da parte della comunità.
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Città vietata ai cani
Associazioni in rivolta: pochi spazi destinati agli animali
www.messaggeroveneto.kataweb.it/messaggeroveneto/arch_22/pordenone/pna/pna2.
html
I migliori amici dell'uomo non hanno vita facile a Pordenone. Dopo i litigi
tra le associazioni ambientaliste e l'amministrazione comunale, per la
scarsa attenzione che, a loro giudizio, veniva riservata a cani e gatti, non
è cambiato molto, anzi in molti casi per gli animali la città è off limits.
E' il caso dei principali parchi cittadini, a partire da quello di via San
Valentino. Dopo il duro braccio di ferro tra l'ex sindaco, Alfredo Pasini, e
i sodalizi che tutelano i piccoli quattrozampe, l'ordinanza emessa allora
vieta ancora oggi ai quadrupedi di poter entrare nel parco. Sotto accusa le
feci, che costituirebbero un pericolo per la salute pubblica. Ma dove
l'accesso è consentito e sono state installate delle apposite macchine per
la distribuzione di sacchetti e palette, finalizzate a raccogliere gli
escrementi, in molti casi le attrezzature non funzionano con buona pace di
coloro che intendono rispettare la legge, senza però privarsi della
compagnia degli animali. Nelle classifiche redatte dalle associazioni,
Pordenone, quindi, non può che meritare un voto basso. Manca una generale
cultura di attenzione, che si deve anche, però, ai proprietari, che, troppo
spesso, lasciano che gli animali facciano i loro bisogni sui marciapiedi,
senza preoccuparsi di coloro che passeranno dopo e che, magari, potranno
solo consolarsi con il detto popolare che sostiene che certi calpestii
portano fortuna. Uno dei casi emblematici di scarsa collaborazione,
riscontrati negli ultimi anni, è quello con l'associazione "Dingo", che era
stata sfrattata dall'amministrazione comunale dalla sede che era stata loro
concessa. Da qui la protesta, con tanto di gatti randagi portati ai piedi
della loggia municipale.
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De Francesco, una vita per i gatti
«Con la Ledar contro il randagismo»
«Ma per il Comune esistono solo i problemi del centro»
Roberto Massaro
http://www.nuovavenezia.kataweb.it/nuovavenezia/arch_22/venezia/marghera/vmr
04.htm
MARGHERA. C'è qualcosa che non va nella lotta al randagismo nel comune di
Venezia. A denunciarlo è Alessandro de Francesco, presidente della Ledar,
Lega per la difesa degli animali randagi, da anni impegnato tra Mestre e
Marghera nealla cura di quasi duecento gatti, dislocati in 25 colonie
censite dall'Usl. Ma ora De Francesco non ce la fa più. «Spendo un milione
al mese della mia pensione per sfamare e curare i gatti della terraferma -
spiega - Oltretutto utilizzo la mia auto per andare a recuperare
personalmente i gatti malati o vittime di incidenti che mi vengono
segnalati». De Francesco ha chiesto più volte un aiuto al comune. «Non
voglio elemosinare niente - continua - dato che la lotta al randagismo e la
salute degli animali cittadini è sotto diretta responsabilità dei sindaci».
La legge parla chiaro: i comuni dovrebbero intervenire fornendo strutture
adeguate e stanziando fondi destinati al cibo, ai ricoveri, alle
sterilizzazioni, alle disinfestazioni dei gattili. «A Venezia - accusa
ancora De Francesco - sembra esistano solo i gatti del centro storico, per i
quali vengono spesi ogni anno quasi duecento milioni». Facendo un rapido
calcolo De Francesco giunge alla conclusione che per a Mestre e Marghera non
c'è trippa per gatti (come si diceva nella Roma papalina), si prospettano
ulteriori tempi di vacche magre. «A Venezia i 170 milioni del 1999 sono
serviti a sfamare e curare circa 120 gatti. Io - sottolinea De Francesco -
mi occupo di quasi duecento bestiole: alla mia richiesta di contributo per
47 milioni all'anno, il comune deve ancora rispondere». Il presidente della
Ledar mette all'indice anche la scelta di realizzare un canile-gattile tra
Dese e Marcon che verrà a costare circa 10 miliardi. «Certo che se chi lo
gestirà - ironizza De Francesco - vuole il collegamento ad internet e
l'acqua calda con idromassaggio, 10 miliardi non bastano». Lui, intanto, si
adatta in un appezzamento di terreno privato, a Fusina, recintato alla
bell'e meglio, dove ospita una trentina di gatti, tutti a corrergli incontro
quando scende dall'auto e apre il bagagliaio, sempre pieno di cose buone.
«Io da solo non ce la faccio più - conclude De Francesco - e cerco dei
volontari che possano aiutarmi». Chi lo desiderasse può contattare la Ledar
allo 041-916393.
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San Gavino.
Finora vani i tentativi di catturarlo, domani la Asl ci riprova
Caccia al cane "morsicatore". Randagio bianco-nero terrorizza un quartiere
www.unionesarda.it/unione/2001/22-04-01/MEDIO%20CAMPIDANO/PRO02/A02.html
San Gavino Da circa due mesi un cane senza padrone, di razza meticcia (conil
pelo bianco e nero), va in giro in paese e spesso aggredisce le persone, in
alcuni casi arriva anche a morderle. Il cane "morsicatore", come è stato
battezzato, mette in fuga passanti e ciclisti. Una delle ultime aggressioni
risale a qualche giorno fa. «Ero in bicicletta - racconta Daniela Rais, al
sesto mese di gravidanza, quando all'improvviso è sbucato il cane che mi ha
morsicato». «A me è successo alcuni mesi fa - dice Pina Angei - ero in
bicicletta, quando il cane mi ha morso alla caviglia, mi sono poi dovuta
recare in tutta fretta al pronto soccorso».L'animale si aggira minaccioso
tra le vie Porrino, Perosi, Paganini, Bellini, Puccini, Boito, Verdi,
Silesu, Mascagni. In questa zona tra l'altro vi è anche una delle sedi
dell'Istituto Magistrale e il campo sportivo vicino all'ospedale,
frequentato da molti sportivi, tra cui tanti bambini. «C'è stato qualche
tentativo di cattura - sottolineano alla Polizia municipale del paese - ma
il cane è riuscito a scappare».
Imprendibile, dunque. «Sono stato chiamato più di un mese e mezzo fa, ma il
tentativo di cattura del cane non è andato a buon fine. Il cane è riuscito a
scappare nelle vicine campagne ed il nostro intervento è stato disturbato da
alcune persone che pensavano invece di aiutarci», dice Roberto Chinarello,
titolare della Dog Hotel di Assemini, convenzionata con il Comune per la
custodia dei cani randagi. «Nel 1999 abbiamo catturato a San Gavino almeno
35 cani randagi, facendo opera di prevenzione, tanto che l'anno successivo
il randagismo a San Gavino è diminuito. Ma il servizio di cattura spetta al
servizio veterinario della Asl di Sanluri». «Stiamo cercando di catturarlo -
a tutti i costi - sottolinea Aldo Serru, responsabile del servizio
veterinario della Asl di Sanluri - Il servizio è attivo da circa 20 giorni,
c'è una squadra di tre operatori che sta cercando praticamente ogni giorno
di catturare il cane. Ci riproveremo domani e speriamo che sia la volta
buona». Insomma, un cane ribelle che sta mettendo a repentaglio la vita di
un quartiere. «Alcuni anziani che solitamente andavano in chiesa ci hanno
rinunciato per paura del cane o comunque riducono le loro uscite
all'essenziale», racconta Giorgio Pia, studente di 22 anni. L'appuntamento è
per domani. Riusciranno a catturare il cane "morsicatore"?
Simone Bonanomi
Lega Abolizione Caccia - Bergamo