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Donne nelle prigioni libiche
- Subject: Donne nelle prigioni libiche
- From: "luisa.rizzo" <luisa.rizzo at alice.it>
- Date: Mon, 26 Jan 2009 08:53:40 +0100
Donne nelle prigioni libiche, Lampedusa (Italia), agosto 2007
(interviste raccolte da Sara Prestianni)
http://www.storiemigranti.org/spip.php?article67
Fatawhit, Eritrea : “Avevamo già lasciato le coste libiche da
tre giorni, quando siamo arrivati all’altezza delle piattaforme
petrolifere. D’un tratto in mezzo al mare sorgono delle piattaforme
immense da cui escono lingue di fuoco. Proprio da là è uscita una nave
che ci ha accostato. Non so di quale paese fosse, credo che l’equipaggio
fosse per metà libico e per metà italiano. E’ stata quella barca che ci
ha scortato fino alle coste libiche e ci ha lasciato nelle mani della
polizia. Siamo stati prima portati per 2 mesi alla prigione di Djuazat, 1
mese a Misratah e 8 mesi a Kufra. Il trasferimento da una prigione
all’altra si effettuava con un pulmino dove erano ammassate 90 persone.
Il viaggio è durato tre giorni e tre notti, non c’erano finestre e non
avevamo niente da bere. Ho visto donne bere l’urina dei propri mariti
perché stavano morendo di disidratazione. A Misratah ho visto delle
persone morire. A Kufra le condizioni di vita erano molto dure, in tutto
c’erano 250 persone, 60 per stanza. Dormivamo al suolo, senza neanche un
materasso, c’era un solo bagno per tutti 60, ma si trovava all’interno
della stanza dove regnava un odore perenne di scarico. Era quasi
impossibile lavarsi, per questo molte persone prendevano le malattie.
Mangiavamo una sola volta al giorno, quasi sempre riso. In tutto c’erano
quindici poliziotti, spesso ci sequestravano i soldi. Ho visto molte
donne violentate, i poliziotti entravano nella stanza, prendevano una
donna e la violentavano in gruppo davanti a tutti. Non facevano alcuna
distinzione tra donne sposate e donne sole. Molte di loro sono rimaste
incinta e molte di loro sono state obbligate a subire un aborto, fatto
nella clandestinità, mettendo a forte rischio la propria vita. Ho visto
molte donne piangere perché i loro mariti erano picchiati, ma non serviva
a fermare i colpi dei manganelli sulle loro schiene. Una volta c’era un
ragazzo che ha cercato di scappare, voleva tornare nel suo paese, non
riusciva più a sopportare le condizioni di vita della prigione. Lo hanno
preso e lo hanno picchiato tanto da spezzargli le ossa, per poi lasciarlo
andare. L’unico metodo per uscire dalle prigione libiche è
pagare.”
Saberen, Eritrea: “Siamo stati arrestati quando la nostra barca
aveva lasciato le coste libiche da circa un’ora. La polizia ci ha
intercettato, ci ha riportato a riva e là ha cominciato a picchiarci. Le
violenze sono continuate anche nella prigione in cui siamo stati portati:
Djuazat. Sono rimasta lì per 1 mese e mezzo. Una volta stavo cercando di
difendere mio fratello dai colpi di manganello e hanno picchiato anche
me, sfregiandomi il viso. Una delle pratiche utilizzate in questa
prigione era quella delle manganellate sulla palma del piede, punto
particolarmente sensibile al dolore. Per uscire ho dovuto pagare 500
dollari, in più prima di uscire mi hanno rubato i gioielli e gli ultimi
soldi che mi restavano.”
Selam, Etiopia : “Ho vissuto due anni in Libia. Sono stata
arrestata 3 volte dalla polizia, la prima volta quando stavo traversando
il deserto, alla frontiera tra Sudan e Libia, due volte quando stavo in
casa. Sono stata detenuta un mese nella prigione di Kufra. Dormivo in
camerate con altre 50/60 persone, donne e uomini, sul suolo. Ci davano
solo dell’acqua salmastra e del pane. Ho assistito alla stupro di una
donna. Spesso sono in quattro cinque poliziotti che violentano una sola
donna. Molte rimangono incinta. Una volta che escono di prigione non
resta loro che affidarsi a coloro che praticano l’aborto clandestino, a
volte utilizzano la tecnica dell’ago, in cambio di 200-300 dollari. Molte
donne sono morte in seguito agli aborti.”
Araya, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, sono stata
arrestata tre volte. Sono stata detenuta in una prigione vicino a
Tripoli. Durante la detenzione ho subito una violenza sessuale da parte
dei poliziotti. Erano in più di due. Quasi tutte le donne che sono
detenute nelle prigioni libiche subiscono delle violenze sessuali da
parte della polizia, forse le uniche che sono risparmiate sono le donne
con dei figli molto piccoli.”
Wendummo, Eritrea: “Ho vissuto tre anni in Libia. Sono stata
arrestata in tutto 5 volte: 1 volta durante il viaggio, nel deserto, due
volte quando mi trovavo in casa, una volta quando ero sulla costa
aspettando la barca e una volta dopo 10 ore di viaggio in mare, siamo
stati intercettati e riportati sulla costa. Ad ogni arresto seguivano uno
o due mesi di prigione. Sono stata nella prigione di Kufra e Misratah. A
Misratah eravamo 80 donne e 60 uomini nello stesso stanzone, dormendo al
suolo. Ho visto più volte mio marito farsi picchiare dalla polizia, ma
non potevo fare niente, perché se no avrebbero fatto anche a me quello
che stavano facendo a lui. Nel viaggio che mi ha portato a Lampedusa ero
sola con mia figlia di 19 giorni, mio marito è rimasto in
Libia.”
Hewat, Etiopia: “Ho vissuto due anni in Libia, durante i quali ho
subito tre controlli della polizia. La prima volta ero in viaggio, alla
frontiera con la Libia, mi hanno arrestato e incarcerato a Kufra. La
seconda volta ero in una casa dove avevano radunato tutti coloro che si
dovevano imbarcare a breve. La polizia libica ha fatto una retata, sono
entrati in casa. Hanno cominciato a picchiare mio marito, ho cercato di
fermarli ed hanno picchiato anche me, mi hanno gettato al suolo. Ero
incinta e subito dopo ho perso il mio bambino a causa dei colpi. La terza
volta sono riuscita a imbarcarmi ma dopo 10 ore di viaggio la barca si è
rotta, la polizia libica ci intercetta, ci riporta sulla costa e siamo
tutti trasferiti nella prigione di Djuazat.”